Perché la barba?

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Dalle tundre artiche alle savane africane: è dagli albori dell’umanità che, ogni mattina, il rito si perpetua per ogni uomo che si rispetti; e così ogni giorno 22 milioni di italiani (il 26% canticchiando, il 37% ascoltando le notizie alla radio, come ci informa una recente inchiesta) si fa la barba.

Ma perché cresce la barba? Per capirlo bisogna risalire ai complessi (e, per molti aspetti, ancora oggi, misteriosi) meccanismi che regolano la pelliccia: una delle più riuscite “invenzioni” della Natura che i Mammiferi mutuarono dalle scaglie dei Rettili per sopravvivere alle colossali glaciazioni del Pleistocene. Con l’evoluzione di nuove specie di mammiferi, la pelliccia subì profonde modificazioni, assumendo tutta una serie di funzioni che andavano ben al di là della semplice protezione dal freddo quali la pro­tezione dagli urti e dai graffi, la capacità di favorire lo sgrondo dell’ac­qua, il mimetismo… La pelliccia ha, quindi, accompagnato nella conquista del pianeta i mammiferi; tutti, tranne uno – l’Homo Sapiens – nel quale la pelliccia, da almeno due milioni di anni, si è ridotta ai soli capelli, qualche ciuffo (sopracciglia, zona pubica e ascellare) e, nei soli maschi, alla barba. Perché? Perché la fitta lanugine che, all’età di sette mesi, ricopre completamente il feto umano regredisce pur lasciando su tutto il corpo, ad eccezione del palmo della mano e della pianta del piede, i follicoli piliferi? E perché nei maschi dai quarant’anni in poi è quasi “fisiologica” la caduta dei capelli mentre continua, invece, la crescita della barba? Da decenni, ormai, zoologi e antropologi tentano, invano, di dare una risposta completamente esaustiva a queste domande.

Perché è scomparsa la pelliccia?

Per molto tempo si è creduto che la scomparsa dei peli sia stato un meccanismo di raffred­damento: uscendo dalle foreste piene d’ombra, lo scimmione cacciatore, esposto a temperature molto più elevate, si sarebbe liberato del suo mantello per impe­dire un surriscaldamento. In realtà questa spiegazione è sbagliata. L’esposizione della pelle nuda all’aria, infatti, se aumenta la dispersione di calore, ne aumenta contemporaneamente l’assunzione. E di molto. Non a caso, i leoni possiedono un pelo, sì corto, ma molto fitto mentre i beduini, che attraversano le roventi sabbie del Sahara, si infagottano in ampi abiti di lana che proteggono dal calore proveniente dall’esterno e consentono all’aria di circolare intorno al corpo, favorendo così l’evaporazione del sudore e il conseguente raffreddamento.

Si è ipotizzato allora che sia stato il particolare tipo di caccia praticata dall’Uomo Scimmia a determinare la scomparsa della pelliccia. Non essendo, come gli altri predatori, fisicamente dotato per effettuare attacchi fulminei sulla preda o per intraprendere lunghi inseguimenti il nostro antenato sostituì alla pelliccia un notevole strato di grasso e lo sviluppo di ghiandole sudorifere che garantivano, tramite il sudore, un raffreddamento notevole, non per la vita di ogni giorno, ma per i soli momenti più impegnativi della caccia. Questa teoria spiegherebbe, tra l’altro, le sopracciglia e i ciuffi di peli sotto le ascelle e sul pube, sopravvissuti nei millenni per raccogliere e disperdere il sudore, ma non è ritenuta pienamente soddisfacente dagli antropologi (che su questo argomento negli ultimi venti anni hanno tenuto almeno tre convegni internazionali) poiché presuppone che, per migliaia di secoli, la temperatura del pianeta sia stata uguale a quella che oggi caratterizza l’area del Mediterraneo.

Un’altra teoria vuole che la scomparsa della pelliccia sia avvenuta due milioni di anni fa quando la Scimmia Uomo, con il progressivo ritiro delle foreste, si trasformò da nomade in animale stanziale; ma la tana nella quale dormiva ogni notte, certamente, era affollata di talmente tante zecche, vermi, cimici e pulci, da costituire un grave pericolo di malattie. Diradando il suo mantello peloso, quindi, l’abitante della tana fu in grado di affron­tare meglio il problema delle infestazioni. Le stesse abitudini alimentari del nostro antenato avrebbero accelerato la trasformazione. Essendo egli anche carnivoro è possibile che la sua pelliccia si imbrattasse continuamente di sangue e avanzi degli animali divorati e così, al pari degli avvoltoi, (i quali hanno perso le penne sul capo e sul collo che affondano dentro carcasse insanguinate) è possibile che lo stesso processo, esteso a tutto il corpo, sia avvenuto tra gli scimmioni cacciatori. È improbabile però, annotano altri antropologi, che la capacità di costruire arnesi per uccidere e scuoiare la preda abbia preceduto quella di usare altri og­getti per pulire il pelo; in fondo, anche uno scimpanzé allo stato selvaggio usa le foglie come carta igienica se ha delle difficoltà nella defecazione.

La teoria più intrigante afferma, invece, che il nostro antenato, lasciate le foreste, prima di diventare uno scimmione cacciatore, avrebbe attraversato un lungo pe­riodo come scimmione acquatico. Sulle spiagge avrebbe trovato crostacei e altre creature in relativa abbondanza; una riserva di cibo molto più ricca ed attraente di quella dei territori aperti. All’inizio avrebbe annaspato nelle pozze tra le rocce o nel­l’acqua bassa, ma poi avrebbe cominciato a nuotare a profondità sempre maggiori e a tuffarsi alla ricerca di cibo. È possibile che durante questo processo egli abbia perso il pelo, come gli altri mammiferi che sono ritornati al mare. Soltanto la testa, sporgendo dalla superficie dell’acqua, avrebbe conservato uno strato peloso come protezione dai raggi diretti del sole. Più tardi, quando i suoi utensili (nati all’origine per rompere le conchiglie) erano di­ventati abbastanza evoluti, egli si sarebbe inoltrato negli spazi aperti come novello cacciatore. Questa ipotesi, tra l’altro, spiegherebbe perché noi oggi ci sentiamo tanto a nostro agio nell’acqua, (mentre i nostri pa­renti più stretti, gli scimpanzé, annegano miseramente), la forma affusolata dei nostri corpi e la particolare disposizione dei peli residui sulla nostra schiena che differisce da quella degli altri scimmioni. Nell’Uomo, infatti, sono diago­nalmente rivolti all’indietro e internamente verso la co­lonna vertebrale, seguendo la direzione del flusso dell’ac­qua su di un corpo che nuota, il che dimostrerebbe che, se il man­tello peloso venne modificato prima della sua perdita, ciò avvenne per ridurre la resistenza durante il nuoto.

A supportare la teoria acquatica della scomparsa del pelo concorre, inoltre, la constatazione che noi siamo gli unici fra tutti i primati a possedere uno spesso strato di grasso sottocutaneo che come altri mammiferi che vivono nell’acqua, quali le balene o le foche, avrebbero sviluppato questa difesa dal freddo per compensare la perdita del pelo. Persino la sensibilità delle nostre mani è stata messa in causa a favore della teoria acquatica. Anche una mano piut­tosto rozza riesce, dopo tutto, a tenere un bastone o una pie­tra, ma per sentire il cibo nell’acqua occorre una mano fine e sensibile. Forse così lo scimmione cacciatore acquisì la sua sensibilissima mano.

Ma se sulla scomparsa della pelliccia tutte le ipotesi sono ancora aperte, una domanda, apparentemente banale, getta nello sconforto i ricercatori: perché agli uomini cresce la barba e alle donne no? L’analisi del mondo animale non ci dà nessuna indicazione utile in quanto, in alcune specie, la “barba” è prerogativa delle sole femmine, in altre dei soli maschi. Si è tentato quindi di leggere nella barba dei Primati – Homo Sapiens incluso – un qualche segno di riconoscimento rivolto al partner per stimolarlo sessualmente o ai cuccioli per indirizzarli verso la poppata ma non si è andati molto avanti con queste teorie. La stessa disamina degli ormoni preposti al risveglio dell’attività sessuale, e che contemporaneamente influenzano la crescita della barba, non ci da’ una soddisfacente risposta alla nostra domanda. Non ci resta, quindi, che concentrare la nostra attenzione sulla storia della rasatura che, con buona pace di innumerevoli donne, che furtivamente armeggiano con cerette, rasoi e creme depilatorie, resta una attività dei maschi.

 

Tagliarsi la barba

“Il piacere non ha confini. Lo si può provare anche negli atti apparentemente più dolorosi e fastidiosi, come la rasatura del viso” sentenziava il marchese De Sade venerando un gesto che nei secoli si è rivestito di significati arcani. Capelli e peli, infatti, rappresentando la forza vitale della natura, gli istinti più incontrollabili e, contemporaneamente, il freddo silenzio della morte, hanno animato i miti di Sansone, di Scilla, di Menelao, della Medusa… mentre in molte religioni l’ingresso dell’adepto è preceduto dall’ablazione dei capelli o dalla de­pilazione, quasi a disfarsi di un elemento che viene sentito istinti­vamente come animalesco e ripugnante. Del resto, noi oggi a tavola possiamo anche deliziarci nell’ingurgitare viscide lumache o mitili, ma ci facciamo prendere dal ribrezzo se nella nostra portata troviamo un pelo o un capello; non a caso il termine “irsuto” deriva dal latino horreo, che ha originato anche parole come “orribile” e “orrore”.

Il pelo, quindi, così carico di simbolismi non poteva lasciare indifferente il potere che, da sempre, si è posto il compito di regolamentare la rasatura. Già, tremila anni fa, la religione ebraica vieta il rasoio e impone l’uso delle sole forbici per tagliare barba e baffi mentre a Sparta la viltà è punita imponendo al condannato di radersi una sola guancia. Nel medioevo la barba, considerata espressione del demonio, viene in molte parti d’Europa, addirittura, punita con il rogo; i baffi sono imposti dai Normanni ai Francesi mentre Guglielmo il Bastardo, conquistata l’Inghilterra, obbliga i suoi nuovi sudditi a tagliarsi i loro. Nel diciottesimo secolo Pietro il Grande di Russia si illude di sradicare la moda della barba imponendo salatissime tasse mentre la Rivoluzione Francese mette fuori legge la barba e i capelli incipriati. Da diciannovesimo secolo in poi la barba torna ad incorniciare il volto di filosofi e, nonostante venga bandita da numerosi stati, diviene manifestazione di anticonformismo, una usanza sopravvissuta fino agli anni della protesta studentesca… Ma, mettiamo da parte gli innumerevoli editti (più di settanta, nella sola Italia rinascimentale) che hanno regolato nei secoli la lunghezza di barba e baffi e interessiamoci delle tecniche di rasatura.

Come testimoniano numerose pitture rupestri che raffigurano uomini sbarbati, già nella preistoria l’uomo si radeva. Come? Secondo alcuni archeologi, con utensili di pietra; secondo altri, le valve di conchiglia, oltre che come rasoi venivano utilizzate come pinzette per estirpare i peli: una operazione certamente lunga e dolorosa ma che riesce a diradare, nel tempo, la barba. Dobbiamo comunque attendere la civiltà egizia con l’introduzione del rame e del bronzo per vedere la nascita del rasoio: il reperto più antico (3.000 a.C.) a forma di coltellino con la punta leggermente ricurva è conservato al Louvre. Nel 1.000 a.C. gli Etruschi inventano il rasoio a forma lunata, che permette di seguire meglio i contorni del viso, e un rasoio fenestrato, formato da due lame unite al centro da una piccola griglia. Nel 333 a.C. Alessandro Magno (che, secondo alcuni storici latini, essendo vanitosissimo si radeva con cura maniacale per meglio evidenziare il suo profilo) impone a tutti i suoi soldati di radersi ogni giorno per non offrire agli avversari, durante i combattimenti, una comoda presa. L’esigenza di equipaggiare un intero esercito portò, quindi, alla nascita di un pratico rasoio che si ripiegava nel manico, molto simile agli odierni rasoi “a mano libera” usati dai barbieri, conosciuto dai Romani come novacula o culter tonsorium.

Nel 300 a. C. aprì a Roma la prima bottega di barbiere; non conosciamo il suo nome ma, secondo lo storico Marrone, era un siciliano fatto venire dal nobile Puplio Licinio Mena. Da allora le botteghe di tonsores nella Città Eterna spuntarono come funghi e Giovenale, in una delle sue innumerevoli lamentele sugli schiamazzi che regnavano nell’Urbe, ci informa delle urla che si sollevavano da queste botteghe. I tonsores, infatti, tra una barba e l’altra, cavavano denti, praticavano salassi e interventi chirurgici quali l’incisione di ascessi, l’asportazione di emorroidi, la cauterizzazione di ferite… Questa commistione di ruoli si è protratta per quasi venti secoli (in Francia la corporazione dei barbieri-chirurghi fu sciolta solo nel 1718 mentre in Italia le due categorie rimasero unite fino agli inizi dell’Ottocento) e ha dato origine alla tipica insegna dei barbieri, il grosso cilindro verticale (il pole degli anglosassoni) a strisce trasversali colorate: rosso per rappresentare le arterie, blu le vene e bianco le bende con le quali si fasciavano le parti incise.

Nel 1770 Jean Perret, celebre coltellinaio francese, da’ alle stampe “La Pogonotomia” (dal greco pogon, barba e tomia, tagliare) che si dilunga su una specificità del taglio della barba. Il pelo, ancorato dalla lama che sta per tagliarlo, fuoriesce per un attimo dalla pelle; bisogna, quindi, ripassare velocemente il rasoio per tagliare anche questo spuntone garantendo così una rasatura più duratura. Ma è una operazione che richiede maestria in quanto la pelle rasata dalle cellule superficiali risulta estremamente vulnerabile. Perret ideò per questa operazione un rasoio affilatissimo detto à rabot che, nelle mani di maldestri barbieri, si meritò ben presto in Inghilterra l’appellativo di cut throath (taglia gola). Nel 1814, a Sheffield, Inghilterra, un rasoio chiamato New frathe‑blazed razor, ideato da David Hartiey e realizzato da un certo Champion, minimizzava in parte il rischio imponendo alla lama, tramite due slitte, un percorso ortogonale alla linea di taglio. Nel 1820 il coltellinaio francese Frangois Bernard inventò e commercializzò un rasoio ancora più sicuro: era dotato di una lama mobile inserita in una fessura e questo per scongiurare tagli profondi; un sistema questo alla base di quello che fu definito “rasoio di sicurezza” (safety razor) brevettato nel 1880 dai fratelli Kampfe di New York.

Ma la vera rivoluzione nel campo della rasatura avvenne nel 1895 con King Camp Gillette. Sulle orme dell’amico William Painter, inventore del tappo a corona, decise di ideare anche lui qualcosa che, una volta usato, si gettasse via, onde obbligare cliente a rifornirsi nuovamente. Nacque così la lametta che, nel 1914, grazie alle scoperte di due tecnici (Harry Brearly e Sheff‑Ad) dipendenti di quella che era diventata la florida Gillette Inc, fu realizzata in acciaio inossidabile. Allo scoppio della prima Guerra Mondiale, mentre l’esercito inglese aveva ancora in dotazione il tradizionale cut throath quello americano adottò il rasoio a lametta della Gillette favorendo così il successo di questa azienda che oggi detiene il monopolio mondiale (circa il 75% del mercato) del taglio della barba.

Parallelamente ai rasoi “a umido” si sono sviluppati quelli elettrici. La loro storia comincia in America nel 1920 quando, con l’accorciarsi delle gonne e la moda dei vestiti sbracciati, per venire incontro alle donne che non potevano certo esibire mortificanti tagli su braccia e gambe, prodotti dagli allora imprecisi rasoi a lametta, l’industria propose il primo rasoio elettrico: lo Schick. Progressivamente il rasoio elettrico, dalle donne (che, come ci informano le statistiche, hanno mediamente 11.000 peli sulle gambe e 2.500 peli sotto le braccia) è passato agli uomini e oggi due milioni di italiani si rade con rasoi elettrici spesso dotati di sensori elettronici, che automaticamente selezionano il livello di rasatura adattandolo al grado di sensibilità della pelle e microdiffusori di crema emolliente. Per gli uni e per gli altri rasoi, oggi, il mercato ha imposto prodotti pre e post rasatura. Per quelli a umido, saponi, creme, schiume, servono ad ammorbidire la pelle, facilitare lo scorrimento del rasoio e rammollire il pelo. Per i rasoi elettrici, invece, le lozioni servono a conferire rigidità al pelo asportandone il sebo. Per tutti, infine, dopo la barba, lozioni, creme, latti, polveri svolgono una funzione protettiva (astringenti, emollienti), decongestionante (mentolo, canfora), ammorbidente (lanolina) eutrofizzante (agevolano la riparazione delle piccole lesioni), antisettica.

 

Primo riquadro: Alla ricerca della rasatura perfetta

Attualmente almeno 3.000 tra ingegneri, biologi, chimici, esperti…, forti di sofisticate apparecchiature (analizzatori della frizione tra lama e pelle, simulazioni computerizzate dell’impatto tra lama e pelo, spettroscopia laser della sezione del pelo, microcamere per filmare il taglio del pelo…) e di colossali budget (le ricerche per realizzare il suo ultimo rasoio, il Mach 3, sono costate alla Gillette più di 750 milioni di dollari) sono al lavoro in tutto il mondo per scoprire nuovi e più efficaci strumenti di rasatura. Per quanto riguarda i rasoi “a umido”, le ricerche sono sostanzialmente orientate a ridurre il numero delle passate. Delle circa 205 che, secondo le statistiche, caratterizzano il taglio della barca, infatti, solo 30 sono passate iniziali; le altre, invece, sono ripetute sulle stesse zone e sono queste a causare l’irritazione della pelle. Per ridurre il numero delle passate, si stanno perfezionando lame, rivestite al carbonio diamante, parallele e posizionate in un particolare allineamento progressivo; slitte che permettono alla lama di seguire il percorso del viso; strisce di lubrificatore poste sul rasoio; microalette che sollevano anche i peli più ostinati…

Secondo riquadro: Com’è fatto un pelo

Formati principalmente da cellule epiteliali morte riempite di cheratina, la stessa scleroproteina che costituisce le unghie, i peli nell’uomo, tranne che negli albini, sono pigmentati: in quelli rossi il colore è dato dalla predominanza di ferro (feomelanina), nei neri da magnesio (eumelanina), nei castani da piombo. La struttura e la forma dei peli sono un carattere distintivo delle diverse popolazioni. I peli neri dei papuasi, melanesiani e africani crescono da un follicolo curvo, in sezione piatto o nastriforme, che conferisce loro una torsione a spirale. I peli di cinesi, giapponesi e indiani d’America – diritti, grossi, lunghi e, quasi sempre, neri – crescono da un follicolo diritto, tondo in sezione. I peli delle popolazioni ainu, europee, hindu e semitiche sono in genere ondulati, con una leggera tendenza ad arricciarsi; crescono da un follicolo diritto, ovale in sezione trasversale, e possono assumere una vasta gamma di colori, dal biondo chiaro al nero. In tutte le razze, comunque, peli e capelli con l’incedere dell’età tendono malinconicamente a sbiancarsi.

Nella specie umana lo sviluppo dei peli inizia a livello embrionale e attorno al sesto mese il feto è coperto da una fine peluria. Nella prima infanzia la lanugine cade e viene sostituita sul cranio dai capelli, sulle sopracciglia da peli più spessi e sul resto del corpo da una peluria morbida e vellutata. Nella pubertà, in entrambi i sessi le ascelle e la regione del pube vengono ricoperte da peli più spessi e sul labbro superiore e sulla mascella inferiore dei maschi inizia a crescere la barba (da 7.000 a 15.000 peli in un uomo adulto). La velocità di crescita dei peli varia a seconda dell’età dell’individuo e della lunghezza dei peli; generalmente, appena dopo la rasatura, la loro velocità di crescita è circa due centimetri la settimana.

 

Terzo riquadro: Gli Italiani e la barba

Nel luglio 1998 la Gillette, in occasione del lancio italiano del suo rasoio trilama MACH 3, ha realizzato un approfondito sondaggio (700 persone di età compresa tra i 18 e i 44 anni) sul vissuto degli italiani nei confronti della rasatura. Questi, in sintesi, alcuni tra i principali risultati emersi.

Come ci si rade

Il 53% degli italiani si rade almeno 3 volte la settimana (di cui l’11% tutti i giorni e il 7% 2 o più volte al giorno). L’80% utilizza rasoi “a umido”, il 17% rasoi elettrici mentre solo il 3% “non si rade” o “ha la barba”.

Quanto tempo ci vuole

Il 35% degli uomini italiani dedica alla rasatura, in un giorno, non oltre 5 minuti del proprio tempo; i1 41% vi dedica da 6 a 10 minuti; il 23% oltre 10 minuti. La media complessiva è di 8,1 minuti al giorno. Sono i giovani dai 18 ai 24 anni, più attenti al proprio look, a dedicare un tempo superiore alla rasatura (9,2 minuti rispetto ai 7,9 degli uomini tra i 35 e i 44 anni).

Farsi la barba è “una barba”?

Solo il 39% degli uomini ritiene la rasatura “un dovere fastidioso”; il 29% pensa che radersi la mattina sia “una specie di rito” (la percentuale sale al 39% nella fascia d’età più giovane, 18-24 anni), il 13% un “momento di intimità” e il 12% un “momento di concentrazione”. Il 40% degli intervistati mentre si rade “sta in silenzio”: mentre i più maturi preferiscono concentrarsi sulla rasatura, ai più giovani capita di ascoltare musica (65%), ascoltare le notizie alla radio (37%) o canticchiare (26%).

Da chi ti faresti radere?

Il 69% degli uomini italiani si farebbe fare la barba da Natalia Estrada. Di questi, il 46% ritiene che la showgirl utilizzerebbe un rasoio a mano libera come quello del barbiere, il 31% un rasoio a lametta e il 10% un coltello a serramanico. Seconda nella classifica di gradimento degli uomini è Tina Turner con l’8% delle preferenze. Di questi il 63% pensa che la rockstar utilizzerebbe un rasoio a mano libera come quello del barbiere, il 25% un rasoio a lametta e il 9% un rasoio elettrico. Gli uomini italiani non si farebbero invece fare la barba da Wanna Marchi (55%) e Amanda Lear (16%). Tra gli uomini che non si farebbero radere da Wanna Marchi, il 46% pensa che userebbe un coltello a serramanico, il 26% un rasoio elettrico e solo il 3% un rasoio a lametta.

Dimmi che tipo di barba vuoi e…

Il 38% degli uomini ritiene che sulle donne abbia più fascino un viso liscio e rasato alla Leonardo Di Caprio, il 24% un pizzetto alla Alessandro Del Piero. I più giovani, 18-24 anni, mettono tuttavia al primo posto il pizzetto alla Alessandro Del Piero (41%). Solo il 2% degli uomini e il 2% delle donne sceglie barba e baffi alla Luciano Pavarotti.

 

Articolo di Francesco Santoianni Pubblicato su Newton aprile 2000

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  • matteo

    ottimo articolo e molto dettagliato :))