Indovina chi c’è per cena

cannibale

Oggi, il più famoso è Annibal Lecter, ma lo psichiatra antropofago, nato dalla penna di Thomas Harris, è solo l’ultimo di una schiera di cannibali che, dalla strega di “Hans e Gretel” (una favola, scritta dai fratelli Grimm e nata da un episodio realmente avvenuto in Germania nel 1400) a Jeffrey Damer, (il “mostro di Milwakee”, che si è mangiato almeno undici persone), non smettono di esercitare, su molti, un morboso fascino.

Cane non mangia cane

“Canis caninam non est “ .“Cane non mangia cane . L’Uomo non mangia i suoi consimili” sentenziavano i Latini. Ma perché? Perché in ogni cultura cibarsi di – pure nutriente – carne umana, fosse anche per procurarsi un sostentamento altrimenti introvabile, è ritenuto ripugnante? Perché per la maggior parte degli animali il cannibalismo non è una routine ma una risposta a straordinarie emergenze?

Molto probabilmente il tabù del cannibalismo, (così come quello dell’incesto, nato per evitare una stagnazione del patrimonio cromosomico e, quindi, processi degenerativi) affonda le sue radici in un sorta di comando genetico. Secondo David Plennig – uno zoologo americano che, un anno fa, ha pubblicato la più approfondita ricerca sull’argomento – l’animale cannibale rischia di venire contagiato e ucciso da germi che nell’organismo cannibalizzato avevano stabilito una sorta di silente, e relativamente pacifica, convivenza. Esperimenti condotti sui girini della Ambystoma Tigrium, una salamandra le cui larve diventano cannibali se l’habitat cui crescono supera un certo livello di affollamento, hanno confermato questa teoria. I girini “cannibali”, infatti, presentavano tassi di mortalità elevati per infezioni provocate da microbi che in altri girini non erano letali.

Anche in comunità umane che, per motivi religiosi, praticano, se pur raramente, l’antropofagia è stato riscontrato un aumento della mortalità per infezioni. Il caso più conosciuto è certamente quello del Kuru, una malattia ad esito mortale che decimava i membri della tribù dei Kore in Nuova Guinea i quali usavano onorare i defunti mangiandone il cervello. Ricerche condotte da Vincent Zigas e da D. Carleton Gajdusek accertarono che la malattia era determinata da prioni (agenti infettivi privi di DNA e RNA) residenti nel tessuto cerebrale e che, dopo essere stati ingeriti, divenivano estremamente virulenti. Tra l’altro, l’infezione determinata dai prioni richiama un altro caso di “cannibalismo”: quello della cosiddetta “mucca pazza” o encefalopatia spongiforme. Una malattia determinata dalla pratica, diffusa fino a qualche anno fa in molti allevamenti intensivi, di alimentare le mucche (animali notoriamente erbivori) con pastoni prodotti da scarti della macellazione di mucche. Questo perverso circuito alimentare ha attivato, rendendoli estremamente virulenti, prioni classificati come PrP e scatenato un’epidemia per arginare la quale, nella sola Inghilterra, sono stati già abbattuti 160.000 capi di bestiame.

Ma distogliamo lo sguardo dalle povere mucche degli allevamenti, costrette a cibarsi dei propri simili, e occupiamoci degli animali in libertà nei quali il cannibalismo è, quasi sempre, conseguenza del sovraffollamento. Un esempio è dato dal verme nella mela bacata: è sempre solo perché difficilmente tollererebbe la presenza di un altro. Negli animali, un’altra causa di cannibalismo concerne la sfera sessuale. I leoni, ad esempio, mangiano i cuccioli di un altro padre, quando si appropriano della femmina di un altro harem perché, uccidendo i piccoli, predispongono la femmina ad entrare in calore e quindi ad un nuovo accoppiamento. <<Anche tra gli insetti – spiega il prof. Giorgio Celli, etologo – ci sono casi di cannibalismo legati alla sfera sessuale. La mantide religiosa è uno degli esempi più celebri: la femmina è più grossa del maschio e nel corso della copula comincia a mangiarlo iniziando dalla testa. Tagliando la testa, dove sembra ci siano i freni inibitori della sessualità, la femmina permette al maschio di continuare a fecondarla e di fornirle, al tempo stesso, le proteine necessarie per far maturare le uova. Per non essere divorati, i maschi di alcuni insetti hanno inventato strategie per ingannare la femmina. Tra i ditteri empidi, moscerini carnivori, ad esempio, il maschio porta alla femmina un dono, che consiste in una piccola preda, avvolta in fili sericei, che la femmina mangia mentre lui la feconda, fuggendo subito dopo l’atto sessuale.>>

Carne umana

Ma torniamo al cannibalismo umano. Gli antropologi lo classificano in relazione all’oggetto; autocannibalismo, quando è rivolto al proprio corpo, ad esempio mangiarsi le unghie o l’interno delle guance fino all’autotortura; esocannibalismo, quando ha come oggetto individui non facenti parte della comunità; endocannibalismo, riferito al consumo di individui all’interno dello stesso gruppo. Quest’ultimo ha valenze prevalentemente religiose e alcuni studiosi, scandalizzando i benpensanti, hanno fatto notare che il sacramento della Comunione, l’invito di Cristo a bere il suo sangue e a nutrirsi della sua carne per fare parte di lui, sarebbe il retaggio di antichi culti nei quali i membri della comunità mangiavano una piccola parte della persona defunta per perdurarne l’esistenza e introiettarne le qualità.

Del resto, fa notare il criminologo Francesco Bruno, titolare della cattedra di Psicopatologia Forense all’Università di Roma <<L’espressione “ti mangio” rivolta alla persona amata ha una valenza aggressiva, di possesso totale, ma anche di affetto. E’ l’idea simbolica di introiettare, attraverso la bocca, l’altra persona. All’origine di questi comportamenti c’è il “pasto cannibalico” che il bambino fa della madre succhiando il suo latte. In questo gesto il seno materno assume un significato profondamente affettivo, ma è anche l’unico oggetto contro il quale il bambino può esercitare le sue pulsioni negative. Freud, chiamò questa prima fase dello sviluppo fisico e psicologico “fase orale”, durante la quale il bambino sperimenta oggetti e sensazioni attraverso la bocca. Ogni individuo attraversa la fase orale e conosce il mondo inizialmente con la bocca; per questo non dobbiamo stupirci se in noi rimangono dei modi di dire, e delle fantasie in cui simbolicamente utilizziamo la bocca per comunicare in modo che non è solo verbale.

<<Ma la patologia di questo impulso porta al cannibalismo criminale. In molti serial killer questo tipo di comportamento patologico ed irrefrenabile, ha la stessa radice di un qualsiasi comportamento affettivo che, mentre, nella persona normale si esaurisce in un bacio o in morsetti affettuosi, in un individuo con disordini psicologici, diventa un fatto da vivere fino in fondo. Il serial killer ha il bisogno di possedere completamente quella certa persona per poterne fare ciò che vuole, e, poiché ha difficoltà, addirittura paura, a relazionarsi normalmente con una persona viva, la vuole morta. Non per vendetta, ma per poterla manipolare, per poter avere rapporti anche carnali con essa. Alcuni serial killer, volendo relazionarsi anche sul piano della “amicizia”, oltre ad uccidere, arrivano a squartare la vittima per poi mangiarla. Dal punto di vista neurofisiologico questi soggetti possono essere anche schizofrenici, tuttavia, la casistica ci dice, che non tutti sono malati mentali. Si tratta di persone che sicuramente sono incapaci di controllare gli impulsi ed hanno sicuramente, soprattutto i serial killer, l’inversione dell’impulso che all’uomo normale fa rifuggire la morte.>>

Ma, oltre a perversi percorsi psichici, esistono processi biologici che possono trasformare una persona in un mostro? In quale piega del suo cervello può annidarsi il meccanismo che scatena azioni così apparentemente contro natura? Dal diciottesimo secolo, da quando, cioè, lo psichiatra tedesco Richard von Krafft-Ebing, studiò per primo gli omicidi a scopo di libidine (lust murder, secondo la moderna Criminologia), questa domanda è ancora senza una soddisfacente risposta. Cesare Lombroso che, nel 1878, studiò Vincenzo Verzeni il quale, qualche anno prima, aveva ucciso e mangiato almeno venti donne, ipotizzò l’esistenza di un organo cerebrale ferino collocato nella regione temporo-parietale destra “responsabile della sventurata e irresistibile inclinazione ad uccidere”. Oggi, secondo altri studiosi, come Joel Norris, autore di un fondamentale studio sui serial killer, disfunzioni dell’ipotalamo possono destabilizzare il sistema ormonale e alterare le capacità del cervello di misurare le emozioni. Il soggetto passa allora attraverso diverse fasi. La prima è quella dell’aura in cui si manifestano fantasie compulsive che trasformano il killer in un motore biologico guidato dall’istinto primario di soddisfare i propri impellenti desideri. Nella seconda fase si manifestano i comportamenti di tipo paranoide: nella parte più antica del cervello, quella che abbiamo ereditato dai Rettili, avviene una sorta di incendio neuronale, una turbolenza delle memorie e delle emozioni primarie che scardina la recezione dei dati sensoriali. Nella terza fase c’è il sollievo orgasmico – un “quasar emozionale, la rivelazione della verità”, secondo la definizione di Norris – provocato dall’intrappolare uccidere una vittima. Poi c’è la fase totem: l’asportazione degli organi e il cannibalismo cui segue, immancabilmente, la depressione.

Ricerche per identificare possibili cause biologiche di comportamenti estremi, come il cannibalismo, vengono condotte anche in Italia. <<Il fenomeno del cannibalismo si può manifestare negli animali – dice Giorgio Racagni, Direttore del Centro di Neurofarmacologia dell’Università di Milano – ad esempio, tra i roditori, quando la madre che ha appena partorito, è in condizioni di stress e se percepisce che l’ambiente in cui sono nati i piccoli non è adatto ad allevarli, li sopprime e li mangia. In questi condizioni di paura, di allerta, che equivale allo stress umano, e di “depressione” abbiamo rilevato che il fenomeno avviene tanto più quanto esiste un’attività molto elevata dell’ormone adrenocorticotropo (ACTH) che aumenta i livelli di cortisolo nel sangue, innescando un’attività dell’asse ipotalamo ipofisi surrene, la stessa che si presenta nel 30-40% dei depressi.>> Per studiare questi meccanismi è stato creato sperimentalmente in laboratorio il “modello del ratto omicida” tenendo l’animale al buio e in stato di isolamento. In queste condizioni il ratto diventa molto aggressivo ed è capace di uccidere un compagno occasionale di gabbia; questo tipo di comportamento aggressivo è stato riscontrato anche nell’uomo che si trova in condizioni di stress psicologico e di isolamento fisico e psicologico. Si è provato, quindi, ad indurre nell’animale un comportamento aggressivo anche in condizioni di non isolamento somministrando, la paraclorofenilalanina, una sostanza che diminuisce, quasi azzera, le concentrazioni di serotonina nel cervello e si sa che quando diminuiscono le concentrazioni di questo neurotrasmettitore, aumenta l’aggressività verso gli altri e verso se stessi, anche nell’uomo.

Le tracce

Restarono stupefatti gli archeologi accorsi per studiare le rovine di una villa romana, affiorata nel corso di scavi, per realizzare le fondamenta di una nuova fabbrica della BMW, alla periferia di Ratisbona, in Baviera. In un pozzo della villa, tredici scheletri – la famiglia di uno dei tanti legionari ai quali Roma assegnava un possedimento per consolidare le frontiere dell’Impero – testimoniavano un episodio di cannibalismo rituale effettuato probabilmente da una delle tante tribù germaniche: gli Alemanni. Peter Scroeder direttore del museo di antropologia di Monaco, spiega: <<La cosa più interessante sono i crani: quelli degli uomini, fatto piuttosto abituale, furono sfondati, probabilmente con l’ascia; ma quelli delle donne recano tracce di coltelli che dimostrano l’avvenuto scalpo; inoltre, molte ossa hanno tracce di particolari tagli dai quali abbiamo dedotto che le vittime vennero torturate e scorticate vive, poi ad esse fu estratto il cuore che, certamente, fu mangiato dagli Alemanni per acquisire l’energia vitale della vittima. Ciò dimostra che gli Alemanni praticavano un cannibalismo altamente ritualizzato (le vittime furono gettate nel pozzo per andare in sacrificio alle divinità sotterranee) molto differente dal cannibalismo preistorico europeo; non sono state, infatti, trovati crani aperti per il prelievo del cervello né tibie aperte per succhiarne il midollo.>>

La identificazione di tracce di cannibalismo è uno dei compiti più difficili per gli archeologi. Ad esempio, il cranio neandertaliano – risalente a 60 mila anni fa, scoperto, nel 1939, a Grotta Guattari nel Circeo- per cinquant’anni fu considerato, dagli studiosi di tutto il mondo, icona indiscussa del cannibalismo preistorico ma, nel 1989, nel corso di un congresso internazionale tenutosi nel Parco Nazionale del Circeo, arrivò la smentita. L’archeologo Carlo Alberto Blanc, colui che lo aveva studiato, si era sbagliato: le evidenze raccolte da vari specialisti sia nel sito di ritrovamento, sia sul cranio stesso, con l’ausilio del microscopio elettronico a scansione, si rivelarono essere opera di animali carnivori, soprattutto iene. Ma come riconoscere le tracce del cannibalismo? Elementi chiave sono particolari incisioni sulle ossa lasciate da oggetti di taglio, fratture provocate con l’intento di estrarre gli elementi nutritivi, come il midollo, bruciature che rivelano una, pur rudimentale cottura, presenza di particolari sostanze nelle feci… I paleontologi, tuttavia, sono molto cauti. <<Non possiamo affermare con assoluta certezza che segni di resezione o colpi dati per fratturare abbiamo scopi cannibalistici. – ammette Giorgio Manzi ricercatore presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo e docente di Paleontologia Umana all’Università di Roma – Queste tracce potrebbero essere attività di scarnificazione legate, per esempio, al culto del cranio, frequente tra i popoli antichi e osservati anche in tempi recenti in Nuova Guinea o in Paupasia.>>

La difficoltà nel riconoscere inequivocabili tracce di cannibalismo ha negli ultimi anni alimentato una corrente di pensiero capitanata da William Arens della State University, New York, che, nel 1979, con un libro diventato famoso “The man eating Myth: Antropology and Antropophagy” tentò di smontare le prove storico-archeologiche del cannibalismo, da egli ritenuto sostanzialmente un pregiudizio razzistico dei ricercatori e che, invece, nei pochissimi casi accertati, era da circoscrivere a carestie o episodi di follia individuale. Le stesse accuse di cannibalismo rivolte agli Atzechi, secondo Arens, altro non erano che calunnie dei conquistadores per giustificare il loro genocidio. Già le incontrovertibili scoperte dell’archeologo Tim White (attestanti che le accuse di macellazione e cannibalismo rituale rivolte agli Atzechi dagli Spagnoli non erano calunnie) avevano scaldato gli animi ma la polemica tra “cannibalisti” e “anticannibalisti” raggiunse toni roventi quando, a Mancos Canyon, nel Colorado, furono ritrovate le ossa di 17 adulti e 12 bambini, marcati dai segni tipici del cannibalismo operato, 800 anni fa, dall’antico popolo degli Anasazi, che una certa tradizione della New Age si ostinava a presentare come pacifico e gentile. Una polemica recentemente rinfocolatasi a seguito dell’identificazione, da parte di Cristy Turner, di una proteina – la mioglobina umana, presente solo nelle fibre del muscolo cardiaco – rintracciata in feci depositate non molto lontano dal luogo del massacro.

Intanto un’altra disputa scuote il mondo scientifico: i delfini. È notizia di questi giorni ma, pare, che i simpatici e mansueti animali, quando sono particolarmente affamati, non disdegnino di mangiarsi i loro piccoli. Ai tenebrosi coccodrilli che divorano i loro piccoli, salvo poi versare le proverbiali lacrime, ci eravamo rassegnati e così pure all’immancabile serial killer americano che si conquista la prima pagina dei giornali per aver divorato una legione di autostoppisti, ma i teneri, giocosi, amichevoli delfini che abbiamo guardato con affetto mentre compivano allegre piroette sulla scia di un traghetto o di un motoscafo…. È mai possibile che anche loro siano cannibali? Ben presto la delusione si è trasformata in polemica e le dichiarazioni di Dale J. Dunn, patologo veterinario dell’Istituto di Patologia delle Forze armate, che ha sede a Washington (“Noi abbiamo sempre avuto un’immagine benevola dei delfini, mentre le prove mostrano chiaramente la loro carica di violenza”) hanno legittimato in certi ambienti i peggiori sospetti. Perché queste rivelazioni? Un tentativo dei vertici militari per discreditare questo animale e continuare ad utilizzarlo al trasporto di mine? Una manovra della CIA contro il movimento ecologista? Un complotto delle multinazionali per nascondere la compromissione dell’ecosistema marino causa certa del comportamento “criminogeno” dei delfini? Proprio questi giorni almeno tre spedizioni scientifiche sono partite per verificare se i delfini siano o no “cannibali”. E intanto le polemiche, soprattutto su Internet, continuano.

 

Articolo di Francesco Santoianni  pubblicato su Newton settembre 1999