Bombe sullo Yemen. Ma perché il Venezuela….?

Ma, perché mai il Venezuela – da anni,  spesso in totale solitudine, in lotta contro le guerre della Nato e delle Petromonarchie – oggi, membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, ha votato a favore della Risoluzione 2216 che, sostanzialmente, avalla i bombardamenti dell’aviazione saudita sullo Yemen e che impone l’embargo delle armi soltanto ai ribelli che combattono il satrapo Abd Rabbih Mansur Hadi? Verosimilmente (finora i comunicati ufficiali del governo Maduro si limitano a lamentare una scarsa trasparenza nel dibattito che ha portato al voto e poco altro) alla base della decisione c’è l’esigenza di condannare lo spodestamento di un qualsiasi governo “democraticamente eletto”. Una scelta comprensibile, considerando l’ennesima “rivoluzione arancione” (e la conseguente articolazione militare) che gli USA stanno fomentando oggi in un Venezuela già sotto assedio economico e diplomatico. Una scelta, francamente, non condivisibile. Non solo perché rischia di condannare senza appello ogni mobilitazione che – spesso giustamente –  si pone questo obbiettivo. Ma anche perché rischia di riconoscere all’abominevole governo dell’Arabia Saudita un ruolo di garante della democrazia e della legalità internazionale.

In attesa di auspicabili chiarimenti da parte del Venezuela, – utilizzando anche le considerazioni espresse in una mailing list da Patrick Boylan – cerchiamo di comprendere la questione.

Intanto, l’origine della guerra allo Yemen. Dietro la cacciata di Abd Rabbih Mansur Hadi, indubbiamente, c’era  – oltre alla rabbia popolare – la mano di Teheran, in particolare di Hassan Rouhani, impegnato in un delicatissimo negoziato sul nucleare che – nonostante la feroce opposizione di Israele e di buona parte del Congresso USA – forse potrà evitare all’Iran di fare la fine della Libia o dell’Iraq. Ma per Rouhani i ribelli yemeniti non dovevano certo avanzare da soli fino alla capitale Sana’a ma costituire un governo di coalizione con forze accettabili dall’Occidente. Anche perché è davanti alle coste yemenite che passano le petroliere. A far saltare il tavolo sono state le Guardie della rivoluzione iraniane che, anche per colpire  Rouhani, hanno spinto i ribelli – gli Houti – all’intransigenza, incitandoli a pigliarsi tutto lo Yemen. Una decisione che Rouhani non era in grado di contrastare e che rischiava di destabilizzare il suo fragile governo.

Ma ecco, mentre partono i bombardamenti sauditi, un’altra magistrale operazione diplomatica di Lavrov e di Putin: offrono improvvisamente – dopo anni di diniego – all’Iran il sistema  antimissili S-300 che rendendo quasi impossibile un attacco da parte di Israele o degli USA rafforza la leadership di Rouhani. In altre circostanze la reazione americana sarebbe stata isterica; questa volta, invece, nemmeno una protesta da parte di Obama o di Kerry. I quali, anche perché sulla graticola di Netanyahu, probabilmente, avevano preventivamente acconsentito alla consegna dei missili.

E tutto questo ci porta alla Risoluzione 2216 che lascia che l’Arabia Saudita “vinca” la guerra contro gli Houti, i quali ritirandosi da Sana’a e dal porto di Aden (mantengono, comunque, il possesso del resto dello Yemen) determinano una netta attenuazione dei bombardamenti ma, sopratutto, l’arrivo   di aiuti umanitari; aiuti che non sono distribuiti certo dal governo di Hadi ma da un suo più presentabile rimpiazzo: Khalid Bhah. In questo scenario non è inverosimile ipotizzare che la Russia, astenutasi sulla risoluzione 2216, abbia chiesto al Venezuela e alla Cina di votarla per permettere all’Arabia Saudita di fregiarsi di una aureola di “legalità internazionale” (che non a caso, sta già spendendo) e, in prospettiva, di allontanarla da Israele. Anche perché, considerando che Pakistan e Turchia si erano detti contrari all’invio di proprie truppe in Yemen, solo con soldati israeliani l’Arabia Saudita poteva sperare di vincere la guerra allo Yemen.

Ma mettiamo da parte gli intrighi diplomatici, o disinvolte interpretazioni dell’art. 51 della Carta dell’ONU, e poniamoci una ingenua domanda. Dopo i bombardamenti sauditi, sponsorizzati dall’ONU, contro i ribelli dello Yemen, c’è da aspettarsi una qualche condanna internazionale verso i “ribelli” che da anni stanno martirizzando la Siria? Ovviamente, no.  Neanche una parola. Gentiloni, già entusiasta dei bombardamenti sauditi, continua a foraggiare – insieme a USA e Turchia – i peggiori tagliagole in Siria. Obama, dopo avere armato Maidan per abbattere un presidente “regolarmente eletto” ora addestra  neonazisti per il Donbass e squadroni della morte per il Venezuela. Israele sostiene l’ISIS. Hollande e Cameron peggio ancora….  E intanto, il 15 a Roma a protestare contro i bombardamenti nello Yemen c’erano trenta persone.

Francesco Santoianni

 

  • stefania russo

    la vendita degli antimissili russi all’Iran è stata scalzata dalla dichiarazione del generale di brigata dell’Aeronautica militare iraniana, Farzad Esmaili, il quale ha dichiarato pronta la produzione in serie dei Bavar-373, (missili fabbricati e prodotti dall’Iran che dicono essere addirittura migliori di quelli russi) e che verranno presentati nella Giornata delle Forze Armate, proprio il 18 aprile. http://www.notiziegeopolitiche.net/?p=51633
    sull’attenuazione dei bombardamenti sauditi sullo Yemen, diciamo che al momento non ve ne è traccia, anzi oggi la capitale yemenita è stata massicciamente colpita dalla coalizione saudita http://www.lasicilia.it/articolo/yemen-raid-sauditi-colpiscono-capitale. Leggiamo le news