Un brindisi a miglior vita
di
Francesco Santoianni
Pubblicato su Newton agosto 1999
(per gentile concessione della Rivista)
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Morti misteriose e spesso atroci causate da pozioni preparate da oscuri alchimisti nei loro laboratori: dall'Impero romano in poi, la storia è costellata da episodi di avvelenamento. E lo studio delle sostanze letali, del loro sviluppo e del loro utilizzo non si ferma agli intrighi delle corti rinascimentali, ma continua tra i segreti dei centri di ricerca militari di oggi
"C'è una sostanza che si chiama arsenico e se un uomo ne mangia anche una piccolissima quantità immediatamente avrà la morte; la troverai a Bordeaux in tutte le farmacie. Prendi questa sostanza, riducila in polvere e vai a Parigi. Quando sarai giunto nel palazzo del conte di Valois, raggiungi le cucine e metti questa polvere nella minestra, nelle carni e nel vino...". Questo biglietto ritrovato nel 1384 nelle vesti del menestrello Woudreton, subito giustiziato nella piazza di Grève, e scritto dal suo padrone Carlo re di Navarra (detto, manco a dirlo, "Carlo il Cattivo") è una delle tante testimonianze pervenuteci sull'arte dei veleni.
La storia dei
venefici (e cioè omicidi commessi con il veleno) affonda nella notte dei tempi,
come testimoniato dalla Bibbia e dall'Odissea. Nel bacino del Mediterraneo, si
utilizzavano veleni di provenienza animale (quali la cantaridina ricavata da
alcuni insetti sangue fermentato di toro, polveri varie ricavate da crostacei e
salamandre) e provenienza vegetale (aconito, oppio, belladonna, assenzio,
cicuta). Queste sostanze erano però instabili e spesso inefficaci; il veneficio
rimase, perciò, circoscritto a pochi episodi fino a quando non irruppe sulla
scena l'arsenico." La tossicità (200 milligrammi uccidono un uomo) di
questo minerale, impiegato in metallurgia nell'antichità, era già conosciuta
da epoca remota ma, probabilmente, furono le repentine morti dei minatori che ne
inalavano le polveri estraendolo dalle miniere del Monte Amiata a renderlo, nel
Terzo secolo avanti Cristo, "popolare" tra i Romani. " Il
"successo" dell'arsenico era garantito da una sua caratteristica:
somministrato in piccole e continue dosi, porta nell'individuo un progressivo
stato di prostrazione che, in assenza di una indagine tossicologica, può essere
interpretato come il decorso di una malattia a esito mortale. Ovviamente, poteva
essere vero il contrario e cioè attribuire all'arsenico una morte dettata,
invece, da qualcuno degli innumerevoli morbi che affliggevano i sudditi della
Città Eterna. Non a caso, oggi gli storici sono molto più cauti che in passato
nell'attribuire a veneficio la morte di persone illustri, e neanche le tracce di
arsenico riscontrate nei capelli della salma di Napoleone sono riuscite a dare
una risposta inequivocabile al perché della sua morte." Con il beneficio
del dubbio vanno quindi considerati come veneficio le morti dell'imperatore
Augusto, avvelenato dalla moglie Livia, o quella del figlio di Catilina, ucciso
dal padre. Mentre andrebbe nettamente ridimensionata la figura della maga
Locuste che secondo storici latini fu "consulente" in ben tre famosi
avvelenamenti: quello di Caligola, ucciso dalla madre del suo successore
Claudio; di Claudio, avvelenato dalla nipote Agrippina; e quello di Britannico,
ucciso dal fratellastro Nerone."
Ma più che Locuste e Comidio (altro famoso "consulente" in avvelenamenti che, con la scusa di insegnare gli antidoti organizzò, nel 40 dopo Cristo, una vera e propria accademia del delitto) durante l'Impero romano l'avvelenatore per eccellenza fu Mitridate VI Eupatore, re del Ponto. Forte del suo "consulente scientifico", tale Crateuas, Mitridate (che ogni giorno ingeriva piccole quantità di ogni veleno per immunizzarsi) con una sua misteriosa pozione la Triaca riusciva ad avvelenare i pozzi situati lungo i percorsi dei suoi nemici e, successivamente, a bonificarli. La composizione della Triaca fu appresa dai Romani quando Pompeo, nel 63 a. C. in Crimea, riuscì a espugnare il palazzo reale di Mitridate e trafugarne la ricca biblioteca. Il segreto della Triaca (utilizzata, pare, anche da Andromaco, un "consulente" di Nerone) si è tramandato per più di mille anni e probabilmente, l'ultimo a conoscerne la composizione è stato Maimonide Mosè, nome latinizzato con cui è noto Mosheh ben Maimon, un medico ebreo vissuto a Cordóba e poi al Cairo nel dodicesimo secolo. "
Con il Medio
Evo anche la "scienza dei veleni" conosce un declino e, diventato raro
l'arsenico (i veneziani dovevano importarlo a peso d'oro dall'India) ci si
rassegnò ai veleni di origine vegetale o animale classificati, nel Secondo
secolo dopo Cristo, da Claudio Galeno. Il Rinascimento, con la nascita della
Chimica, segna l'irrompere sulla scena di nuovi veleni, in primo luogo
l'antimonio, scoperto da Basilio Valentino e tutta una serie di nitrati scoperti
da Teofrasto Paracelso; nel 1593, il napoletano Giambattista Della Porta mette
per iscritto la ricetta di una pozione velenosa di sua invenzione: calce viva,
vetro filato, aconito, arsenico giallo e mandorle amare con miele. "
Intanto, nelle corti europee, si diffonde l'ambigua figura dello
"speziale". Renato Bianchini, per esempio. Quasi certamente fu lui a
consigliare a Caterina de' Medici, sposa del re francese Enrico II, di
cospargere solfuro di arsenico sulle pagine di un libro destinato a essere letto
(e quindi sfogliato con un dito inumidito dalla saliva) da Enrico di Navarra,
andato in sposo alla figlia. Per un disguido il libro finì, invece, nelle mani
del figlio di Caterina, Enrico III, che morì tra atroci sofferenze." Ma fu
l'Italia nel Rinascimento la patria dei veleni tanto da far dire a Machiavelli,
che "erano diventati una consuetudine così radicata da non suscitare più
interesse o indignazione da parte degli italiani". Nel nostro Paese le lame
delle spade, come ci narra Pietro da Abano, venivano comunemente avvelenate
immergendole nel succo di aconito, mentre cardinali e vescovi circolavano sempre
accompagnati da "assaggiatori" ai quali era stato subito appioppato un
santo protettore e apposite indulgenze in caso di morte "sul lavoro".
Il Rinascimento, del resto, è l'epoca d'oro dei Borgia, una famiglia passata
alla storia soprattutto per l'uso disinvolto della "canterella",
veleno ottenuto facendo evaporare urina in un contenitore di rame e mescolando i
sali così ottenuti con arsenico. "In effetti spiega la professoressa
Amalia Scotto di Tella, docente di Tossicologia forense all'Università di
Napoli l'alcalinizzazione e la trasformazione in sale dell'arsenico, attraverso
l'ammoniaca contenuta nell'urina, conferisce a questo minerale una elevatissima
tossicità". Lo stesso effetto sinergico di altri veleni usati nel
Rinascimento come l'"acquetta di Perugia", ottenuta dalla carcassa di
un maiale impregnata di arsenico, o l'"acqua di Napoli", composta da
una soluzione di anidride arseniosa addizionata con un alcoolato di
cantaridina."
Nel Diciassettesimo secolo Robert
Boyle getta le fondamenta dell'analisi chimica che si estenderà ben presto
all'individuazione dei veleni. Nasce così la "tossicologia" che si
guadagnerà un posto di rilievo nelle aule dei tribunali soprattutto quando,
verso la metà dell'Ottocento, altri studiosi mettono a punto una procedura per
identificare nei cadaveri tracce, pur infinitesime, di arsenico. Anche per
questo gli avvelenatori cominciarono a orientarsi verso nuove sostanze, per
esempio la stricnina. " Questo alcaloide presente in piccole quantità nei
semi di Strychnos nux vomica, un albero indigeno dell'India nella metà
dell'Ottocento fu sintetizzato e prodotto in grande quantità. La stricnina,
infatti, per le sue capacità di eccitare il sistema nervoso, veniva assunta
come una vera e propria droga, soprattutto tra le classi abbienti di Londra e
Parigi. Si verificarono così casi di persone incriminate per avere avvelenato
soggetti che, invece, avevano semplicemente ecceduto con la dose giornaliera di
veleno. Quasi certamente, fu questo il caso di Florie Maybrick, condannata a
morte nel 1890 per l'uccisione del marito James (abituale consumatore di
stricnina e arsenico) che, secondo un controverso diario scoperto qualche anno
fa, avrebbe, sotto l'effetto dei veleni, assassinato a Londra cinque prostitute
guadagnandosi il nome di "Jack lo Squartatore". " Pillole per
agenti segreti " In tempi più recenti, è soprattutto nei laboratori
militari statunitensi di Fort Detrick e di Edgewood Arsenal che, alla luce di
documenti recentemente declassificati, è continuata la ricerca di nuovi veleni.
" "Armis bella non venenis geri": la guerra si fa con le armi e
non con i veleni decretavano i giuristi romani ma la guerra si fa per uccidere e
ogni veleno trova il suo posto negli arsenali. Per esempio le tossine." La
produzione di tossine (dal latino "toxicus" e cioè veleno)
sembrerebbe essere un privilegio concesso a quegli animali destinati altrimenti
a scomparire dalla faccia della Terra: serpenti poco prolifici e scarsamente
dotati fisicamente, come il cobra, gracili pesci quali l'Arothron hispidus o l'Arothron
meleagris, minuscole rane quali la Phyllobates aurotaenia, o la Taricha torosa,
insignificanti molluschi quali il Mytilis californianus, o il Conus magus,
devono la loro sopravvivenza a queste prodigiose sostanze da millenni utilizzate
dall'uomo per intingere la punta delle frecce o delle lance. Ma anche alcuni
microrganismi producono velenosissime tossine. Per esempio una microscopica alga
rossastra che occasionalmente popola le coste delle isole Hawaii, battezzata
dagli indigeni Limu make o Hana e cioè la mortale alga di Hana." Nel
dicembre 1961 la fulminea morte di alcuni sub americani che si erano graffiati
sulle scogliere coralline nel mare popolato da questo organismo aveva attirato
l'attenzione degli scienziati militari. Il 31 dicembre, Philip Helfrich del
Laboratorio di Ricerche Marine dell'Università delle Hawaii si recò sul posto
per prelevare i primi campioni del microrganismo che spedì a Edgewood Arsenal.
La creatura venne classificata nel genere del Palithoa e, quindi, la sua
tossina, chiamata palitossina, trovò il suo posto negli arsenali dei servizi
segreti. E non solo di quelli occidentali considerato che, nell'agosto 1978 a
Londra, con un minuscolo dardo, avvelenato da questa sostanza e
"sparato" da un falso ombrello, venne assassinato, verosimilmente dai
servizi segreti bulgari, il dissidente Georgi Ivan Markov. "
Un'altra tossina studiata dai
servizi segreti è stata quella prodotta in natura da un protozoo marino
appartenente ai Dinoflagellati. Questa saxitossina garantiva alla persona che
l'avesse ingerita una morte istantanea e fu rilevata dalla CIA per essere
destinata a uno scopo del tutto particolare: il suicidio dei propri agenti. La
prima pillola per il suicidio degli agenti segreti catturati dal nemico fu
sviluppata agli inizi del secolo conteneva cianuro di potassio, un veleno
sintetizzato nel 1850 dal chimico americano Hamilton Y. Castner che uccide dopo
un'insopportabilmente lunga e atroce asfissia. Si trattava, quindi, di una
pillola poco popolare tra gli agenti segreti che in qualche caso si erano
rifiutati di ingerirla, finendo per spifferare al nemico inconfessabili segreti.
Molto meglio, quindi, la saxitossina. La produzione di questa sostanza è però
estremamente complessa: ci vogliono 100 chilogrammi di rarissimi crostacei che
vivono nelle gelide acque dell'Alaska per produrre appena un grammo di
saxitossina. " Nel 1958, gli scienziati della CIA erano riusciti, comunque,
a produrre ben 11 grammi di questa sostanza e una quantità infinitesimale fu
consegnata a Francis Gary Powers, pilota dell'aereo spia U2, con l'ordine di
ingerirla qualora fosse stato abbattuto durante i segretissimi voli di
ricognizione che andava compiendo nei cieli dell'Unione Sovietica. Nel maggio
1960 l'aereo spia U2 fu abbattuto dalla contraerea sovietica ma Francis Gary
Powers, sbalordendo i suoi superiori, decise di soprassedere all'operazione
consegnandosi vivo ai servizi segreti del Cremlino. E'possibile che la reazione
del pilota abbia spinto gli scienziati della CIA a orientare i loro studi verso
nuovi e più appetibili veleni. " Di certo le ricerche, a Fort Detrick e in
altri laboratori militari, continuano."