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Caccia all'untore |
In Europa, già nel 1348, i lebbrosi furono accusati di aver propagato la peste congiungendosi carnalmente con i sani, e vennero bruciati in massa un po' dovunque. Un altro capro espiatorio furono gli ebrei: la Morte Nera dei 1348 esplose in un'atmosfera già pregna di antisemitismo, e gli ebrei furono accusati di aver sparso l'epidemia, avvelenando i pozzi e le sorgenti. Roghi e pogrom furono organizzati a Stoccarda, Strasburgo, Colonia e in tante altre città d'Europa; a Barcellona, nel 1348, furono bruciati vivi in una sola volta trecento ebrei.
Colpevoli erano ritenuti anche "gli stranieri": negli anni 1596-1599 gli spagnoli si convinsero che l'epidemia che li stava sterminando avesse un'origine fiamminga; in Lorena la peste veniva detta "ungherese" nel 1627 e "svedese" nel 1636; a Tolosa, nel 1630, si parlava di "peste di Milano", e a queste accuse seguirono, quasi sempre, i pogrom contro le comunità di stranieri residenti in città. Ogni differenza (anche quella di religione, o di stirpe) era sufficiente a scatenare l'aggressività della popolazione contro le minoranze: a Cipro, durante la Morte Nera, i cristiani massacrarono gli schiavi mussulmani; in Russia vennero presi di mira i tartari, e così via. Non solo: l'identificazione dei colpevoli trasla, con l'infuriare dell'epidemia, all'interno della stessa comunità tormentata dal contagio, e chiunque può, da quel momento in poi, essere considerato un nemico da eliminare, mentre l'isteria collettiva supera ogni limite. Milano, nel 1630, ne fece atroce esperienza:
"Un giorno un ottuagenario prega inginocchiamo in una chiesa; poi si vuote sedere, ma prima spolvera il banco col mantello; gesto infelice che alcune donne interpretano: avvelena il banco. Si raduna una folla, percuote il vecchio e lo trascina in prigione dove viene sottoposto a tortura. "lo lo vidi mentre lo trascinavano" cosi dice il Ripamonti "e non seppi più altro: credo bene che non abbia potuto sopravvivere più di qualche momento".
Nessun dubbio, invece, circa la tragica fine di Guglielmo Piazza e di Gian Giacomo Morra, accusati da alcune donne di avere unto muri e porte con una sostanza pestifera vischiosa e giallastra:
"Qui dove si apre questa area deserta, sorgeva una volta la bottega del barbiere Gian Giacomo Morra il quale, fatta una congiura con Guglielmo Piazza - pubblico Commissario alla Sanità - e con altri, spinse molti a spaventosa morte colla diffusione in varie parti di mortiferi unguenti. Il Senato ordinò, dopo averli giudicati nemici della Patria, che entrambi fossero posti su un alto carro e che, dopo essere stati tormentati con tenaglie roventi e amputati dalla mano destra, le loro ossa fossero spezzate; che posti sulla ruota dopo sei ore fossero sgozzati e bruciati; affinché nulla restasse di uomini così scellerati, ordinò ancora che, confiscati i loro beni, le ceneri dei condannati fossero gettate in un fiume. Perché di simile avvenimento resti eterna memoria, si stabilisce che questa casa, officina del misfatto, venisse abbattuta, che mai la si potesse in futuro ricostruire e che quivi fosse eretta una colonna da chiamarsi infame. Lontani da qui, lontani dunque o buoni cittadini, perché questo infelice e infame suolo non vi contamini. 1630, calende di agosto".