Il commensalismo del Mus musculus, la sua abitudine di spilluzzicare dalla dispensa dell'uomo, ha origini antichissime. Secondo i più importanti studiosi dell'argomento, la sua associazione alla specie umana viene ricondotta alle aree geografiche prospicienti il mar Caspio e risalirebbe a circa ventitremila anni fa. I pochi resti fossili ritrovati farebbero supporre, comunque, un'associazione sporadica, probabilmente legata al consumo saltuario di rifiuti alimentari abbandonati dall'uomo. In queste zone e in questi periodi, la società umana è ancora nomade, non ha ancora scoperto i procedimenti agricoli ed è costretta a emigrare ogni volta che il terreno ha esaurito la sua fertilità. Non esistono ancora magazzini, le comunità umane, con ogni probabilità, si riducono a qualche decina di individui che sopravvivono malamente grazie alla caccia, alla pesca e a qualche miserabile raccolto. Vita grama per tutti, anche per i topolini, che cominciano, comunque, a seguire l'uomo. Qualcuno di questi roditori finisce inevitabilmente in trappola o viene ucciso a pietrate ed è quindi mangiato dai nostri antenati; ma è un rischio accettabile se si considerano tutti i vantaggi che l'associazione con l'uomo porta ai topolini: consumando i rifiuti degli uomini, essi possono rintracciare cibo sufficiente in un'area piuttosto circoscritta, e ciò significa più tempo da dedicare alla prole. Inoltre, il fuoco che illumina gli accampamenti preistorici, costituisce un'ottima barriera difensiva che allontana i rapaci notturni - gufi, civette, barbagianni accecando i loro delicatissimi e potenti recettori visivi.
Ma da dove proviene il topolino? La regione geografica comprendente gli attuali Kazakhistan, Turkmenistan e Iran, è stata identificata come la "patria" del Mus musculus e da lì il topo avrebbe cominciato la sua marcia trionfale, seguendo due direzioni ben precise: una più decisamente continentale (centro-europea), e una mediterranea. La prima radiazione avrebbe coinvolto i discendenti del Mus musculus hortulanus, la seconda quelli del Mus musculus domesticus.
Vediamo su quali basi si fonda questa teoria.Va ricordato, innanzi tutto, che la "patria del topolino" è movimentata da un brusco dislivello altitudinale tra il bassopiano turanico e l'altopiano del Khuasan. La nascita, in un lontanissimo passato, di questa barriera geografica, deve aver determinato l'isolamento genetico di due gruppi che si sarebbero poi evoluti, perciò, secondo strade diverse. Combinando le diverse conoscenze sul comportamento e sulla struttura genetica dei quattro raggruppamenti oggi identificati dalla tassonomia, gli scienziati sono riusciti a ricostruire la storia delle migrazioni di alcune specie di topolini. Ad esempio, l'insediamento del Mus sprectus nelle aree interne dell'Africa del nord risale al periodo plio-pleisto, cene. Dall'Africa, non più di quattromila anni fa, questa intraprendente bestiola è passata all'Europa attraversando lo stretto di Gibilterra, occupando la penisola Iberica e, colonizzato il sud della Francia, reincrociandosi con le numerose specie di topolini che già da millenni infestavano l'Europa.
Questo non fu l'unico reincontro fra "parenti" nella storia della diaspora dei topolini: nel 3000 a.C., si ritrovano nel Centro Europa, dopo secoli di isolamento, i musculus e i domesticus che, insieme, attraversano la Carnia e dilagano in Italia, colonizzando tutta la pianura Padana a nord del Po. Ma analizziamo meglio le invasioni dei topolini in Italia. E' possibile individuare quattro principali linee direttive: la prima migrazione coincide con la colonizzazione greca nell'Italia meridionale, e ha come "testa di ponte" le coste pugliesi; la seconda migrazione invade la pianura Padana a nord del Po attraversando le Alpi in Carnia; la terza, che coinvolge nuovamente l'Italia a nord del Po, vede giungere l'invasione di topolini attraverso le Alpi piemontesi e la Val d'Aosta; la quarta migrazione penetra nella parte meridionale della valle Padana attraverso la costa ligure. Tra il 2500 e il 1300 a.C., dunque, i topolini occupano tutta la penisola italiana mentre giungono sulle isole a seguito dell'uomo.
Le primitive abitazioni dell'uomo (fatte prevalentemente in legno, ricche di cavità e di anfratti, con il tetto generalmente in paglia) forniranno per millenni un rifugio sicuro al discreto e onnivoro topolino. In alcune specie (come l'Apodemus sylvaticus), questo commensalismo si circoscrive ai mesi freddi; in altre (come il Mus musculus), esso si estende anche ai mesi estivi. Tutti, comunque, oltre al cibo e alla relativa mancanza di predatori, hanno un altro ottimo motivo per rintanarsi nelle piccolissime tane offerte dall'uomo: difendersi dal loro terribile "cugino", il Rattus rattus.
La patria del ratto è in Asia, forse nell'Asia sud orientale: per millenni, vivendo nei deserti, nelle steppe, nelle foreste, da tempo immemorabile si era riprodotto, cibandosi di quello che capitava e costituendo il cibo preferito di una schiera di predatori. Le comunità umane asiatiche cominciarono a conoscerlo bene intorno al VII secolo a.C. quando - per la prima volta probabilmente in India - il ratto cominciò il suo commensalismo con l'uomo. Successivamente, dal subcontinente indiano, a seguito di navi e carovane, legioni di ratti penetrarono in Africa.
In Egitto, il Rattus alexandrinus popolava i ricchi granai del faraone: è estremamente probabile che dal suo incrocio col ratto asiatico abbia avuto origine quell'animale che oggi cataloghiamo sotto il nome di Rattus rattus. Le zampe posteriori di questo animale (al pari di quelle del Rattus norvegicus) sono incredibilmente simili alle nostre mani. La particolare conformazione delle dita e le possenti unghie di cui esse sono fornite, gli permettono di arrampicarsi ovunque: sugli alberi, nelle soffitte e, soprattutto, lungo le gomene delle navi attraccate nei porti.
La leggenda vuole che il rattus sia arrivato in Europa nel XII secolo, nascosto nel ventre delle navi crociate di ritorno dalla Palestina. In realtà quest'animale, o per lo meno un animale a esso molto simile, era già conosciuto dagli europei fin da molti secoli prima: ritroviamo effigi di rattus su numerosi bronzi votivi etruschi, su monete romane circolanti a Pergamo nel Il secolo a.C. e su monete d'argento circolanti a Cuma nel V secolo a.C. Si racconta che l'imperatore Eliogabalo (204-222 d.C.) abbia organizzato un combattimento tra mille topi, mille ratti e mille donnole, mentre la propagazione della peste antonina e della peste giustinianea sarebbero ricollegabili all'incremento demografico dei ratti e dei topi che infestavano l'impero romano. E certo, comunque, che le navi crociate di ritorno dalla Palestina devono aver sbarcato in Europa un tipo di ratto particolarmente possente e vorace: il naturalista Alberto Magno, parlando di questo animale, dichiara che esso avrebbe popolato la Germania solo a partire dal XIII secolo.
A partire dal XV secolo, inoltre, sono numerose le scomuniche che colpiscono il ratto in varie città d'Europa: questo fatto ci autorizza a supporre che solo a partire da quel secolo esso si fosse imposto in tutt'Europa, subendo un'esplosione demografica tale da minacciare interi raccolti. Il continente europeo, così ricco di popolosi centri urbani - e quindi di grosse concentrazioni di derrate - era l'habitat ideale per un animale come il rattus che avrebbe continuato certamente a padroneggiare incontrastato per secoli se, nel XVIII secolo, un animale ancora più famelico, astuto e possente di lui non avesse intrapreso la sua vittoriosa invasione attraverso le steppe asiatiche: l'improvvisa apparizione di sterminate orde di Rattus norvegicus (che entrò in violenta competizione con il rattus), sbalordì i naturalisti europei che si scervellarono per capire da dove mai fosse giunto questo animale. Fu il Berkenhout che lo classificò come proveniente dalla Norvegia, denominandolo "norvegicus". In realtà la trionfale avanzata di questo animale verso l'Europa era cominciata molto più lontano.
Nel novembre 1727, un terremoto di inimmaginabile potenza devastò ampie regioni dell'Asia centrale: intere città vennero spazzate via in un attimo, e milioni furono i morti (trecento mila nella sola area di Calcutta). Probabilmente questo cataclisma tellurico determinò l'inizio della diaspora del norvegicus. Numerosi possono essere stati i motivi che spinsero questi animali a lasciare per sempre le città sotterranee, le sterminate reti di dedali e cunicoli dove vivevano da tempo immemorabile: il crollo di queste gallerie e l'abbondanza del cibo costituito dai numerosissimi cadaveri che, in conseguenza del terremoto, rimanevano presumibilmente dispersi ovunque, sono alcune tra le ipotesi possibili. L'abbandono delle città sotterranee può essersi verificato tuttavia già prima che il sisma avesse luogo: i topi, infatti, hanno la capacità di "sentire" l'avvicinarsi di terremoti o altri disastri.
Quali che siano state le primitive ragioni, una volta venuti all'aperto i ratti si moltiplicano a dismisura, formano sterminate e compatte legioni migratorie che si mettono in marcia verso l'Europa. Nell'estate del 1727 passano a nord del mar Caspio, raggiungono il Volga e, nei pressi di Astrakan, lo superano a nuoto subendo perdite enormi. Così scrive Alexis Turgai, un cronista russo dell'epoca: "Di fronte a me apparve all'improvviso un immenso campo in movimento, un campo di cadaveri di topi che la corrente portava a sud". Ma l'esercito dei ratti non si arrende: oltrepassato il Volga invade l'Ucraina e supera a nuoto il Dnjeper, subendo un'altra decimazione. Al momento in cui i ratti bruni proseguono la loro inarrestabile avanzata è inverno: le acque del Bug e del Dnjester si sono trasformate in distese di ghiaccio, e non costituiscono più una trappola mortale.
Nel 1740, i ratti hanno già invaso tutta la Russia; nel 1753 arrivano a Parigi; nel 1803 invadono anche la Svizzera: intorno al 1850, tutta l'Europa è occupata e numerose e impressionanti sono le testimonianze su queste orde fameliche che scorrazzano in ogni dove: "A Byorstargraad [un villaggio nelle vicinanze di Tirana, nel 1839] il fiume nero è apparso al tramonto. [ ] Niente riuscì ad arrestare [ ] né i torrenti tumultuosi, né le solide porte del monastero. [ ] Chi non volle salire con gli altri sulla montagna, illudendosi di scampare alla morte tirandosi dietro l'uscio di casa, fu ritrovato scheletro il giorno dopo [... ] Così è stato per la guarnigione di stanza a Syofock-Bargreb. [... ] Non avrei creduto un momento a queste devastazioni se non le avessi viste con i miei occhi". Fa eco il naturalista Helms: "Mio cognato incontrò una volta nei dintorni di Fordon, in un bel mattino d'autunno, una schiera di questi topi migranti la quale conteneva, senza dubbio alcuno, parecchie migliaia di individui". Aggiunge sconsolato il naturalista Buffon: "Sono appena nove o dieci anni che questa specie si è sparsa nell'arca di Parigi. Non si sa bene da dove questi animali siano venuti, ma è certo che si sono moltiplicati in modo prodigioso"
Saranno le città il punto di arrivo del norvegicus, più esattamente le fogne cittadine dove forse queste bestie credevano di ritrovare i cunicoli sotterranei e umidi lasciati dai loro avi, tanto tempo prima, nella lontana Asia.