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I Topi e il Silenzio |
I primi sintomi della malattia compaiono poche ore dopo il morso dell'insetto. Quasi sempre la pietà nell'accudire l'ammalato scompare anche nei familiari, spazzata via dal pericolo del contagio: "L'ammalato viene rinchiuso in una soffitta o nel quartiere più remoto della casa, senza mobili, senza comodità, coperto di vecchi stracci e con ciò che ha più usato, senza altro sollievo per i propri malanni che una brocca d'acqua deposta in tutta fretta vicino al suo letto e dalla quale deve attingere da solo malgrado la spossatezza; spesso obbligato a cercare il suo brodo vicino alla porta della camera e trascinarsi di nuovo verso il letto. Può ben piangere e lamentarsi, nessuno l'ascolterà".
In altre circostanze la malattia avrebbe avuto i suoi rituali che uniscono il paziente a coloro che gli sono intorno, e la morte avrebbe seguito una liturgia in cui si susseguono la preparazione del corpo, la veglia intorno al defunto, il collocamento nella bara, le lacrime e le parole mormorate piano, i ricordi, l'allestimento della camera ardente, le preghiere, il corteo funebre, la sepoltura, la presenza dei parenti e degli amici: tanti elementi costitutivi di un rito, un passaggio che deve svolgersi con ordine e decoro. In periodi di peste, come in tempo di guerra, la morte di un uomo avviene invece in condizioni insopportabili di anarchia e di abbandono degli usi più profondamente radicati nell'inconscio collettivo. La morte perde il suo aspetto personalizzato: al culmine delle epidemie, ogni giorno, gli appestati muoiono a centinaia, perfino a migliaia, gli ospedali e i ricoveri di fortuna frettolosamente approntati traboccano di moribondi. Come ci si può occupare di ciascuno di loro? Molti non arrivano neppure ai lazzaretti e muoiono durante il tragitto.
Tutte le cronache del passato riguardanti epidemie ci parlano dei cadaveri abbandonati nelle strade". Non si parla più né di pompe funebri per i ricchi, né di modeste cerimonie per i poveri; non più campane a morto, non più ceri intorno alle bare, non più canti e, spesso, non più tombe individuali. In periodi di peste, data la credenza negli "effluvi maligni", l'importante è sbarazzarsi al più presto dei cadaveri che vengono deposti in gran fretta fuori dalle case, perfino calati dalle finestre con delle corde. I monatti li afferrano servendosi di uncini fissati in cima a lunghi manici e li ammucchiano nei carretti stracolmi, citati da tutte le cronache dei contagi. Quando in una città appaiono queste lugubri carrette precedute da uomini che suonano campanelli, è il segno che l'epidemia è al suo culmine, e che il degrado ha superato ogni limite.
Ma alfine la peste si affievolisce e, dopo qualche nuovo, violento sussulto, si placa del tutto. Prorompono allora i Te Deum, scoppia una gran gioia di vivere, di essere sopravvissuti all'orrore, che si manifesta in una "frenesia di matrimoni". Quasi come a seguire un misterioso istinto di sopravvivenza o, più semplicemente, per dimenticare gli orrori della peste, la comunità si affretta a riempire i vuoti lasciati dalla morte. Così, nel giro di qualche decennio, la popolazione umana ritorna alle dimensioni che aveva precedentemente all'epidemia.
E la stessa cosa accade nella popolazione dei topi.