La città e la peste

La peste resta una malattia mortale propria dei roditori che vivono in comunità sotterranee, ed essi riescono a perpetuarla e a sopravvivere grazie alla loro sbalorditiva prolificità. Pare comunque assodato che, in alcune aree del pianeta, i roditori siano riusciti a sviluppare una sorta di immunità contro quest'infezione che, pertanto, non uccide tutti gli animali colpiti. Il contagio assume le dimensioni caratteristiche di una catastrofica epidemia solo quando la malattia raggiunge una comunità di roditori che non abbiano alcun meccanismo immunitario contro lo Yersinia pestis. L'infezione si trasferisce allora più facilmente all'uomo perché, con la morte del topo, la pulce deve cercarsi qualche altro ospite a sangue caldo da mordere. Affinché questo passaggio all'uomo sia possibile, deve comunque esistere una promiscuità tra topi, pulci e uomini.

Le antiche città (al pari delle bidonville che circondano oggi le metropoli e in particolare quelle del Terzo Mondo) si trovavano in questa pericolosissima situazione. I rifiuti domestici, semplicemente gettati per strada nella stragrande maggioranza dei casi, riducevano le vie a grandi letamai dove venivano allevati branchi di maiali che, certamente, contendevano il cibo ai topi alloggiati in nutrite colonie in ogni abitazione. L'igiene personale era indubbiamente simile a quella con cui erano tenute le strade: la carenza d'acqua corrente, di combustibile e di vestiti trasformarono il bagno o il bucato in eventi eccezionali da compiersi - al più - una volta l'anno. Basti ricordare, ad esempio, che le dame della corte del Re Sole consideravano addirittura un gesto molto chic schiacciare pubblicamente le pulci o i pidocchi che fuoriuscivano dalla scollatura o dalla parrucca! E questo nella corte più sfarzosa d'Europa! Facile immaginarsi quali dovevano essere le regole d'igiene delle classi più povere. Facile spiegarsi l'esplosione del contagio.

La malattia arrivava in città portata da qualche nave, da qualche carretto infestato da pulci o da topi, da un esercito infetto. Davanti ai primi appestati, la reazione iniziale era negare l'esistenza della malattia. La paura di doversi confrontare con un morbo invincibile, contro il quale non c'erano possibilità di cura, portava le autorità, e i medici in particolare, a ingannare se stessi. Ma infine, come ci narra il Ripamonti: "la peste non poté più negarsi ed essa divenne patente, confessata anche dai più ostinati contraddittori e faceva bella mostra di sé colle stragi e i mucchi di cadaveri come in battaglia, invadendo ogni parte della città".

Crollate anche le ultime illusioni, bisognava quindi affrontare la peste. Ma come, se non si conoscevano neanche le cause? Biraben osserva che, nella moltitudine di documenti consultati per redigere la monumentale opera Les hommes et la peste en France et dans les pays européens et mediterranèens, appena quattro parlano di sfuggita del topo. Del resto, perché pensare al topo come propagatore della peste? Questo animale, al pari della pulce, era da sempre onnipresente nelle abitazioni di tutti: davanti a un'improvvisa pestilenza, come era dunque possibile cogliere il nesso tra la moria di roditori e la strage di uomini?

Impotente la medicina, resta solo la religione, ultima speme contro il contagio e la malattia. Non restano quindi che le processioni e la caccia all'untore.