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Una strada per la peste |
La seta è originaria delle regioni a nord dell'Himalaya, da dove proviene la Theophilla mandarina, l'insetto dal quale si ricavano, appunto, i filamenti di questo tessuto. La seta cominciò a penetrare nell'Asia centrale intorno al III secolo a.C., ed è là che i romani la conobbero, importandola nel bacino del Mediterraneo.
Esibita per la prima volta a Roma in occasione delle Feste di Cesare (46 a.C.), il suo successo fu strepitoso: da quel momento in poi le patrizie romane diventarono accanite consumatrici di questa stoffa capace di stimolanti trasparenze. La moda della seta contagiò, comunque, anche gli uomini: nel 16 a.C. il senato romano proibì agli uomini di "disonorarsi portando stoffe di seta", proibizione che fu ignorata se poco dopo Seneca doveva domandarsi ironicamente se i suoi contemporanei non potessero vestirsi ugualmente pur astenendosi dal commerciare con i "Seri", vale a dire i cinesi.
Ma al tempo di Aurelio (270-275 d.C.) la seta divenne improvvisamente rara in tutto l'Occidente: l'imperatrice Severina si vedrà rifiutare una veste di seta dal suo sposo, che riteneva insensato comprarla "a peso d'oro". Il fatto che la seta fosse diventata così costosa e cosi rara, fa supporre che qualcosa di estremamente grave fosse intervenuto lungo la "via della seta" per interrompere un commercio così lucroso: forse la peste.
Così come era successo nel caso dell'avanzamento della "febbre ricorrente" lungo la "via del sale" in Africa orientale, l'affermarsi di un regolare commercio carovaniero attraverso l'Asia basato sulla seta ebbe conseguenze clamorose sul propagarsi delle epidemie di peste.
I mercanti della seta erano tassati dai signori dei paesi attraversati dalla carovana: pagando la loro protezione, essi si assicuravano i servigi delle guardie mercenarie che, quando non erano impegnate nella scorta alle carovane, rimanevano a disposizione del proprio capo per rafforzarne il dominio. Il commercio della seta favori in tal modo il consolidarsi di tutta una serie di stati (dominati da sovrani discendenti dei nomadi della steppa) che si estendevano lungo la via carovaniera per tutto il percorso dalla Siria romana al confine nord occidentale della Cina. Il bacillo della peste si insinuò nelle carovane della seta trasportato da ratti appestati provenienti dal focolaio himalayano, o attraverso le pulci di qualche guerriero. Il trasporto della peste da parte delle carovane deve essere stato però estremamente lento e difficile: quasi certamente, i carovanieri colpiti dalla malattia venivano abbandonati lungo il cammino prima di aver avuto la possibilità di trasmettere il morbo al convoglio o a qualche città, solitamente distante giorni e giorni di viaggio.
Una strada che determinò probabilmente la rapida propagazione della peste fu offerta dalla rete di caravanserragli che si stava allargando su tutta l'Asia. Ciascun luogo in cui le carovane sostavano regolarmente a far provvista doveva, infatti, dar di che vivere anche a un consistente insieme di topi e di pulci, attratti dalla grossa quantità di provviste necessarie al mantenimento delle decine, o centinaia, di uomini e bestie in transito. Se questa popolazione di topi e pulci riceveva l'infezione da qualche "vettore importato" (pulce, ratto o uomo) poteva incubarla all'interno del caravanserraglio. Nel momento in cui le conseguenze del contagio si rivelavano in tutto il loro orrore, la malattia si diffondeva rapidamente alle città limitrofe, trasportata dalle persone in fuga. Ciò nonostante il cammino della peste fu estremamente lento: ci vollero più di sette secoli perché essa giungesse, nel 610, fino in Cina.
Enormemente più veloce fu invece il cammino dell'infezione in direzione opposta, una volta giunta alle sponde del Mediterraneo. Le navi romane, cariche di derrate alimentari che dai porti africani e mediorientali salpavano verso Marsala, Ostia o Pozzuoli, erano certamente una meta prelibata per i topi, sicuramente più ambita di quanto non fossero i carri carichi di spezie o di tessuti.
Già nel 161 d.C. i ratti avevano invaso l'Italia: torme di antenati dell'attuale Rattus alessandrinus annidatisi tra le casse di generi alimentari stivate a bordo, avevano preso il largo insieme a mercanti e soldati. Arrivati in Italia, scendevano a terra seguendo il cibo: quando le mercanzie erano state scaricate e le stive restavano vuote, scivolavano lungo le gomene con un'agilità che avrà forse divertito i marinai, ignari della minaccia che ogni topo poteva rappresentare. Questa continua importazione di topi non tardò a rivelarsi fatale: nel 161 la peste divampava in Siria, dove i romani avevano installato un prezioso centro di scambi commerciali e ben presto l'infezione raggiunse
Roma. Nel 165, sotto il regno di Antonino Pio, la popolazione romana e quella del bacino mediterraneo fu decimata dal morbo che infuriò per oltre quindici anni, riapparendo poi nuovamente, in tutta la sua virulenza, tra il 251 e il 256.