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La peste |
"Il numero dei roditori appestati aumentava continuamente e il cumulo degli animali morti era ogni mattina più grande. A partire dal quarto giorno, i ratti cominciarono a uscire a gruppi dai nascondigli: in lunghe file barcollanti salivano dai ripostigli, dagli scantinati, dalle cantine, dalle fogne, si muovevano vacillando nella luce del sole e morivano nelle vicinanze degli uomini. Durante la notte, i passaggi sotterranei e gli stretti vicoli risuonavano del loro soffocato grido di morte; al mattino li si trovava distesi nei fossati che correvano lungo le strade dei sobborghi, con una goccia di sangue sul muso appuntito, gli uni ormai nella fase della putrefazione, gli altri ancora irrigiditi negli spasimi della morte, con i peli del muso arruffati. Persino nell'interno della città era facile trovare piccoli cumuli di ratti negli atrii delle abitazioni o nei cortili; talvolta animali singoli venivano a morire nei vestiboli dei pubblici uffici, nei cortili delle scuole, sulle terrazze dei caffè. I nostri inorriditi cittadini li scoprirono anche nei luoghi più animati delle città."
Il morbo che descrive Albert Camus è la peste bubbonica, la Regina delle Catastrofi che, in secoli non lontani, ha sterminato milioni e milioni di persone, distrutto eserciti e imperi, gettato nella disperazione intere nazioni.
Propriamente parlando, la peste non può essere considerata una malattia umana: malattia propria dei roditori, infatti, la peste può sì accidentalmente colpire l'uomo, ma questo aspetto - anche se confermato da decine di milioni di morti - resta marginale nella storia di una malattia fondamentalmente tipica di questi animali e che, al pari dei loro predatori naturali (serpenti, donnole, rapaci…) contribuisce a limitarne la popolazione.