Perché i Topi?

 

Un aspetto che stupisce è che la lettura che oggi viene fatta su questo animale non si riferisce al topo, bensì ai topi. Comunemente si parla del cane, del gatto, del cavallo; per i topi, invece, ci si costringe oggi a usare sempre il plurale, quasi a voler sottolineare un loro minaccioso senso di comunità, quasi fossero animali legati da un infido senso di solidarietà, giunti da un tenebroso passato per mettere in forse lo splendido isolamento nel quale l'uomo moderno si illude di costruire la propria esistenza. In questo senso i topi, oggi, fanno ancora paura, e condividono la stessa lettura riservata alle formiche e alle api. Ma nell'immaginario collettivo, al contrario del topo, questi insetti hanno uno scopo: il lavoro. La Fontaine si affrettò a "nobilitare" le formiche agli occhi della nascente borghesia affidando loro il compito di "operaie della terra", laboriose e - quindi - ciniche al punto di lasciar morire di fame l'amica cicala, rea di aver voluto cantare per tutta la sua effimera estate. Le api, invece, sono state da sempre glorificate dall'uomo che, quasi per scusarsi di saccheggiare il loro miele, le considerava come le ultime vestigia dell'età dell'oro".

Per i topi è diverso. Essi non producono assolutamente nulla, soltanto altri topi. Non hanno una rigida gerarchia sociale che possa ispirare qualche filosofo o qualche politico. Non ci rallegrano con il loro canto, né strisciano servilmente davanti ai nostri piedi come fanno i cani. Agli occhi dell'uomo quindi, soprattutto dell'uomo moderno, questi animali, così numerosi, così vicini, hanno finito per rappresentare il cieco perpetuarsi di una natura vista - soprattutto oggi - come qualcosa di minaccioso e incomprensibile. Nasce da qui la proiezione su questo animale di tanti simbolismi e tante paure, tante saghe. Come quella del Pifferaio Magico o il successo di Mickey Mouse.

Testo tratto dal libro TOPI di Francesco Santoianni Ó Edizioni Giunti, 1993