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Ancora peste |
Al di là di episodi del tutto circoscritti, dopo le spaventose epidemie del XVII e XVIII secolo, la peste non è più ricomparsa in Europa. Non è ancora chiaro perché ciò sia avvenuto.
Agli inizi del XIX secolo la peste imperversava ancora nei Balcani e in tutta la Turchia. Nel 1840, il governo turco decise di fare appello all'esperienza straniera e applicò, in maniera rigorosa e su tutto l'impero ottomano, le regole che i paesi europei avevano messo a punto in lunghi secoli di elaborazioni empiriche: vennero istituiti dovunque cordoni sanitari, periodi di quarantena, "bollette di sanità" che accompagnavano persone e merci, e la peste fu eliminata definitivamente da tutto il territorio nel giro di qualche anno. Tutto questo accadde, si badi bene, motto tempo prima che venisse identificato il bacillo responsabile della malattia e prima che fosse evidenziato il ruolo dei topi e delle pulci nella diffusione della peste.
Verso la metà del secolo scorso, la peste era ancora endemica nelle zone himalayane al confine tra l'India e la Cina, e l'alto corso del fiume Saluen rappresentava il limitare fra le zone infette e quelle incontaminate. Nel 1855 scoppiò una rivolta militare nello Yunan; le truppe cinesi inviate oltre il Saluen per reprimere la ribellione, non avendo familiarità con i rischi dell'infezione bubbonica, contrassero la malattia e, riattraversando il fiume, la portarono con sé nel resto della Cina. Da allora, ripetute epidemie di peste continuarono a verificarsi in varie zone interne del subcontinente cinese senza tuttavia attirare l'attenzione del mondo medico occidentale finché, nel 1894, il morbo raggiunse Canton e Hong Kong, terrorizzando le numerose e floride comunità europee della zona. La paura di una malattia così terribile, il cui ricordo non si era ancora del tutto spento, spinse i governi occidentali a inviare nelle colonie di Hong Kong e Macao numerose e qualificate équipe di ricercatori. Fu dunque in quell'anno che, contemporaneamente e attraverso ricerche separate, sia il batteriologo svizzero Alexandre Yersin a Nha Trang, in Vietnam, sia il medico giapponese Shibasaburo Kitasato (in collaborazione con Behring) a Hong Kong, isolarono e descrissero per la prima volta il famigerato bacillo. A chi debba andare il merito di avere visto per primo, al microscopio, l'agente patogeno della peste, è ancora fonte di polemiche.
Nel corso del decennio successivo, numerosi dati certi riguardanti gran parte dei dettagli di trasmissione del bacillo dai roditori agli uomini attraverso le pulci, vennero acquisiti da Charles Simond e da una serie di gruppi internazionali di lavoro che operavano a Hong Kong, Bombay, Sidney, San Francisco e Buenos Aires. L'interesse scientifico internazionale suscitato dalla peste venne acuito dal fatto che, nel decennio successivo alla sua comparsa a Hong Kong, il temuto male si era manifestato nuovamente in tutti i maggiori porti del mondo. L'infezione venne arginata prontamente quasi dovunque, ma in India divampò e nel giro di dieci anni dal suo arrivo a Bombay (1896) aveva già ucciso più di sei milioni di persone. La notizia dell'epidemia che stava infuriando in India e il verificarsi in Occidente di casi isolati di peste, stimolarono ulteriormente la ricerca.
Una delle scoperte di maggior rilievo evidenziò che in California, in Sud Africa e in Argentina, la peste si era radicata nelle comunità di roditori scavatori. Il fatto che i roditori appestati fossero di specie differenti in ciascuna regione, e differissero da quelli che vivevano in comunità sotterranee in Asia, evidentemente, non contava molto: le loro tane, indipendentemente dalle specie che le abitavano, si erano rivelate un ambiente ideale per il bacillo.
Nell'America settentrionale, da quando l'infezione endemica fu osservata per la prima volta in una popolazione di roditori alle porte di San Francisco, il fronte dell'infezione si è andato estendendo di anno in anno'. Nel 1975, un serbatoio infettivo si estendeva nell'ovest degli Stati Uniti interessando una zona che dal Canada giungeva fino al Messico. La diffusione geografica della peste nell'America settentrionale si è verificata poiché i modelli di vita dei roditori scavatori coinvolti creano le condizioni per il passaggio dell'infezione da una città sotterranea all'altra.
Quando i piccoli hanno raggiunto una certa maturità, infatti, vengono "sfrattati" dalla tana e si allontanano in cerca di una nuova casa. Alcuni abbandonano del tutto la comunità e girovagano per le campagne, spostandosi anche per parecchi chilometri alla ricerca di una nuova comunità di roditori nella quale inserirsi. Questo modello di vita consente, quindi, anche il propagarsi delle infezioni da una comunità di roditori all'altra. Nel caso della peste, si è osservato che in questo modo venivano "coperte" dalla malattia distanze variabili dai venti ai trenta chilometri all'anno.
La propagazione della peste tra i roditori dell'America settentrionale fu accelerata però dall'intervento umano. I proprietari delle grandi fattorie, infatti, nel tentativo di decimare le locali comunità di "cani della prateria" (Cynomys gunnisoni) per permettere cosi al bestiame di avere più foraggio a disposizione, trasportarono interi autocarri di roditori appestati talvolta anche a centinaia di chilometri di distanza..
Dopo il 1900, episodi sporadici di peste umana continuarono a verificarsi in America settentrionale, in Argentina e in Sud Africa. Nel 191 1, una nuova vasta epidemia si verificò in Manciuria, e la cosa si ripeté nel 1921.
Ben presto i ricercatori scoprirono che la peste era stata contratta dalle marmotte, grossi roditori scavatori la cui pelliccia godeva di una buona quotazione sul mercato internazionale. Da sempre i nomadi delle steppe cacciavano questi animali, e da sempre seguivano regole di caccia (epidemiologicamente corrette), elaborate attraverso secoli di esperienze e giustificate da antichi miti: per i nomadi della Manciuria, infatti, la caccia alla marmotta fatta utilizzando le trappole era considerata tabù; alle marmotte si poteva solo tirare con l'arco e se un animale si muoveva con lentezza non doveva assolutamente essere toccato. Se una colonia di marmotte mostrava segni di malattia, infine, la consuetudine voleva che la comunità umana levasse le tende da quel luogo e se ne andasse, per sfuggire alla "cattiva sorte". à estremamente probabile che queste prescrizioni tradizionali riducessero al minimo la possibilità per gli uomini delle tribù della steppa di venire contagiati dalla peste.
Nel 1911, quando la dinastia Manciù si avviava vacillando alla rovina definitiva, le antiche disposizioni governative che impedivano ai cinesi di trasferirsi in Manciuria vennero infrante. Ne conseguì un consistente flusso migratorio di inesperti cinesi che si recavano in Manciuria a cacciare le marmotte nella speranza di arricchirsi in poco tempo. Ignari delle antiche tradizioni locali, i cinesi catturavano con le trappole indiscriminatamente animali malati e animali sani: ben presto la peste divampò nella comunità cinese, e si diffuse lungo tutto il percorso della strada ferrata, precedentemente costruita in Manciuria, a partire da Harbin che divenne il principale focolaio urbano.
L'ultima epidemia di peste che seguì il suo corso senza essere affrontata con l'impiego di penicillina o antibiotici affini, si verificò in Birmania nel 1947. Qui, i decessi documentati ammontarono a 1192 su 1518 casi dichiarati: il tasso di mortalità fu del 78%. Da allora, per nostra fortuna, questa malattia non rappresenta più un flagello per l'umanità, anche se conserva un vasto dominio sui roditori: negli Stati Uniti essa continua a estendersi inesorabilmente verso est; nell'America Latina occupa ampi territori del nordest brasiliano e delle Ande; in Africa, si trovano i vasti focolai dello Zaire, del Kenia, della Tanzania e del Madagascar mentre in Asia si trovano quelli sempre attivi dell'Himalaya, della Mongolia, del Vietnam, del Kurdistan e della Russia, dove la peste dilaga ancora su di un'immensa fascia che si estende dal Caspio all'Amur.