|
Ancora peste? |
"E' un gravissimo errore. Se si spargesse un potente topicida, i ratti si riverserebbero fuori dalle fogne per andare a morire dappertutto. Così le pulci li abbandonerebbero e cercherebbero degli ospiti umani. Devi assolutamente spiegare a tutti che non devono assolutamente uccidere i topi prima di avere ucciso tutte le pulci con il DDT. A proposito, che si sa dello sciopero dei netturbini?'"
E' uno dei tanti romanzi catastrofici - uno dei migliori - imperniati su un'epidemia di peste che sconvolge una moderna metropoli, in questo caso New York. Ma qual è, oggi, la vulnerabilità della nostra società alla peste? Attualmente l'infezione da Yersinia pestis è facilmente curabile con l'impiego di tetraciclina o di altri antibiotici, ma ciò non significa che il "caso peste" possa considerarsi definitivamente archiviato. È probabile, infatti, che l'azione degli antibiotici stia selezionando ceppi di Yersinia pestis più resistenti e temibili: un caso analogo ha avuto luogo tra gli stafilococchi e i gonococchi, molti dei quali sono oggi resistenti alla penicillina.
Ma al di là di ciò, lo Yersinia pestis è una specie straordinariamente mutevole dal punto di vista genetico: motto sensibile alle radiazioni naturali, possiede geni che "dirigono" le mutazioni in modo del tutto imprevedibile e che potrebbero portare improvvisamente alla nascita di un organismo molto più virulento, invulnerabile - ad esempio - al cloramfenicolo, o capace di impedire la risposta immunitaria dell'organismo infetto, o con un periodo d'incubazione del male più lungo.
Come se ciò non bastasse, è estremamente probabile che mutazioni di questo tipo vengano oggi volutamente provocate in ceppi di Yersinia pestis nei laboratori destinati alla guerra batteriologica. L'uso militare della peste ha inizi abbastanza antichi: già nel XIV secolo i tartari espugnarono la città di Caffa in Crimea (allora Teodosia, colonia genovese) catapultando oltre le mura cadaveri di appestati, ma questo non rimase un caso isolato. Nel 1646, il servizio segreto della Repubblica di Venezia tentò di disseminare la peste tra le truppe turche che occupavano la Dalmazia; secoli dopo, nel 1940, scienziati giapponesi appartenenti alla famigerata Unità 731 diretta dal generale Shiro Ishii, lanciavano da un aereo pulci esposte a ratti appestati su tutta la provincia di Check Yang, diffondendo un'epidemia di peste tra la popolazione cinese.
I primi studi dei dopoguerra sull'uso militare della peste bubbonica risalgono al 1947 e furono condotti dai medici militari americani T. Rosebury e E. A. Kabat del Centro di guerra batteriologica di Fort Detrick, nel Maryland (USA). Non è da escludere che questi studi abbiano trovato un'applicazione concreta nelle guerre di Corea e del Vietnam. Successivamente, nell'estate del 1962, anche in Gran Bretagna si rischiò un'epidemia di peste: George Bacon, uno scienziato che lavorava al Centro microbiologico militare di Porton (nel Wiltshire) dove venivano fatti esperimenti per armi batteriologiche, contrasse la peste e, ignaro, fece ritorno a casa. Ricoverato in un ospedale cittadino, mori dopo dieci giorni, assistito da medici che, non sapendo nulla sul suo lavoro, non presero in minima considerazione l'ipotesi di un'infezione da Yersinia pestis. Per un "puro miracolo" (questo fu il termine usato dalla commissione di inchiesta nominata dal governo inglese) quest'evento non innescò un'epidemia che avrebbe potuto avere conseguenze catastrofiche.
Il timore che l'infezione disseminata attraverso l'impiego dell'arma batteriologica possa essere "reimportata" e, come un boomerang, possa colpire proprio la nazione che l'ha utilizzata, è uno dei più grossi deterrenti che frenano l'uso delle armi batteriologiche fra cui anche il bacillo della peste. Attualmente, infatti, risulterebbe irrealizzabile qualsiasi cordone sanitario che dovesse garantire l'isolamento completo di una determinata area dalle incursioni di topi. Ad esempio, lo stretto di Bering che separa la Russia dal continente nord americano, nonostante le ciclopiche installazioni di sbarramento e di protezione esistenti, è allegramente attraversato nei due sensi da migliaia di roditori che trovano alloggio e rifugio nelle dispense delle basi americane e sovietiche.Questo non significa, però, che gli esperimenti con lo Yersinia pestis non proseguano alacremente nei laboratori americani di Dugway Proving Ground, o in qualche altra segretissima base militare.
Tra i microorganismi patogeni utilizzabili come arma batteriologica, comunque, lo Yersinia pestis non sembra oggi entusiasmare molto i militari, più attratti da altri agenti letali quali l'antrace (facilmente disseminabile con gli aeromobili) e il colera (che può contaminare acquedotti e pozzi), o da agenti inabilitanti come il virus della febbre dengue (disseminabile con il lancio di piume infette). La peste, tuttavia, continua ad avere per gli strateghi della guerra batteriologica un innegabile vantaggio: quello di poter penetrare, grazie ai topi, dappertutto. Le basi militari e i rifugi antiatomici, con le loro immancabili riserve di viveri, anche dopo un attacco atomico costituirebbero infatti una meta ambita per le bande affamate di roditori in grado (come si è visto) di sopportare altissime dosi di radiazioni ionizzanti senza subire danni. La distruzione di buona parte dell'apparato industriale e logistico e della rete dei trasporti impedirebbe la produzione e lo smistamento degli antibiotici necessari alla cura del male, cosicché l'epidemia successiva all'olocausto nucleare sterminerebbe la totalità dei civili e dei militari asserragliati nei rifugi o tra le macerie.
La vulnerabilità delle metropoli a un'epidemia di peste (o di altri morbi) è attentamente studiata in tutto il mondo dagli strateghi della Difesa Civile, soprattutto in vista di possibili attacchi da parte di gruppi terroristici che potrebbero costruirsi armi batteriologiche trafugando, ad esempio, colture di Yersinia pestis che sono conservate in moltissimi istituti di ricerca e controllo, quasi mai sorvegliati attentamente.
La peste, però, potrebbe arrivare in una metropoli anche per puro caso. Gli organismi delegati al controllo delle malattie - primo tra tutti l'organizzazione Mondiale della Sanità - sono estremamente pessimisti a tale proposito. La rete di trasporto avvolge ormai tutto il pianeta, permettendo di raggiungere qualunque continente nel giro di poche ore, e la malattia potrebbe atterrare una bella mattina all'aeroporto Kennedy, a Heatrow, a Orly o al Leonardo da Vinci, superando senza grossi problemi l'Ufficio sanitario e l'Immigrazione.
Quale è il "rischio peste" oggi? Nonostante i clamorosi progressi operati dalla medicina e dalla farmacologia negli ultimi cent'anni, la vulnerabilità di una metropoli moderna a una grave infezione come la peste è estremamente alta. Questo perché i sistemi di comando e controllo che regolano attualmente in Occidente i rapporti politici e sociali - soprattutto in un'area metropolitana - sono così deteriorati e parcellizzati in un'infinità di strutture, che la semplice notizia dell'arrivo della peste innescherebbe una dinamica centrifuga che determinerebbe il collasso di moltissimi sistemi, provocando, a media scadenza, il dilagare dell'epidemia.
Ma forse è più opportuno servirsi di un racconto per illustrare più dettagliatamente questa dinamica.