Caccia al Topo

 

Volendomi rendere utile ai miei lettori descriverò alcune trappole per topi le quali, sebbene non facciano molto onore al cuore umano, riescono quasi sempre utilissime nell'atto pratico". Il naturalista E. Brehm va avanti per circa dieci pagine descrivendo vari tipi di veleni e di trappole, alcune davvero lugubri, altre ingegnose e spettacolari, inventate nel corso dei millenni per risolvere uno dei più grossi problemi: liberarsi dai topi. Inutile dire che lo sterminato elenco evidenzia la sostanziale inefficacia delle trappole che possono sì eliminare il primo topo dei gruppo, ma che vengono ben presto evitate dagli altri.

Una storia di fallimenti

La storia della lotta dell'uomo contro i topi è sostanzialmente una storia di fallimenti. I più clamorosi tra questi sono, senza dubbio, quelli registrati nelle isole Hawaii nel 1890, e in Cina nel 1964. Nel primo caso, una commissione di sedicenti esperti suggerì, per sterminare la nutrita colonia di ratti che infestava le isole, di importare alcune coppie di manguste (predatori naturali del topo). Incredibilmente, nessuno si rese conto che il tipo di mangusta importata era un predatore diurno, mentre il ratto da sterminare era in circolazione soprattutto di notte. Il risultato fu disastroso: i due animali non si incontrarono mai, ma provvidero comunque, ognuno per proprio conto, a distruggere buona parte dei raccolto e a terrorizzare la popolazione.

Il Topo e il Partito

  In Cina, in piena Rivoluzione culturale, fu deciso che la lotta contro i topi dovesse ritornare nelle "mani del popolo". Furono sciolte le millenarie ed efficienti squadre di derattizzazione, e si stabilì un piccolo compenso in denaro e un'onorificenza per chiunque avesse portato al comitato cittadino del Partito la carogna di un topo. I risultati sembravano superare ogni aspettativa: centinaia di migliaia di topi continuavano ad affluire ogni giorno, per mesi e mesi, sotto gli sguardi dapprima soddisfatti poi perplessi e sbigottiti dei funzionari. La marca di topi uccisi sembrava inarrestabile, fino a che non ci si rese conto che i contadini allevavano amorevolmente le bestiole per poi rivenderle al Partito. La "campagna di derattizzazione" fu quindi sospesa, tra l'infuriare di "processi popolari" ed esecuzioni sommarie.

Sterminare i Topi?

La difesa che il topo ha contro i numerosi tentativi messi in atto dagli uomini per sterminarlo, è articolata su tre caratteristiche innate di queste bestiole. La prima è una spiccatissima neofobia, che spinge il topo a rifiutare qualsiasi cibo che non conosca perfettamente. Animale onnivoro per eccellenza, il sospettosissimo topo passa buona parte del suo tempo a ispezionare il terreno circostante la sua tana, ne conosce a memoria ogni arbusto, ogni anfratto, ogni fonte di cibo, e si fida soltanto di ciò che non è nuovo. Quando in questo territorio viene posta un'esca avvelenata, il capo della colonia si avvicina, annusandola con diffidenza. A questo punto, quasi sempre, il capo fa avvicinare all'esca il topo più vecchio della colonia: a questo spetterà di provare il nuovo cibo e, eventualmente, di morire avvelenato. Una volta ingerita l'esca, il vecchio topo sarà tenuto sotto osservazione da tutti i membri della colonia. Devono passare almeno quarantotto ore senza che si manifesti alcun sintomo di avvelenamento nel vecchio del branco, per autorizzare qualche altro topo ad assaggiare l'esca. A questo sistema, crudele forse, ma efficace, topi e ratti uniscono un'abilità eccezionale a superare trappole e ostacoli, e la loro prolificità davvero sbalorditiva che permette anche a un gruppo quasi completamente sterminato di ricomporsi in brevissimo tempo. Quando poi il nuovo gruppo ha origine da una coppia di esemplari scampati a un veleno che ha sterminato la vecchia colonia, la nuova colonia di topi sarà interamente invulnerabile al vecchio veleno.

I topi kamikaze

Alcune volte, addirittura, la resistenza al veleno può essere prodotta "intenzionalmente" dai roditori: sarebbe questo il caso dei prolifici criceti (Cricetus cricetus) che, in natura, popolano oggi soprattutto la Siria. Si notò che da un certo momento in poi, questi roditori, curiosamente, avevano cominciato a mangiare in quantità progressivamente crescenti le foglie di Colchium autumnale, una pianta di scarso valore nutritivo e per di più velenosa. Il mistero di questa dieta fu spiegato quando ci si accorse che l'assuefazione a questo veleno ben presto raggiunta dai criceti garantiva loro l'immunità: essi, infatti, non venivano più attaccati da predatori come gufi o gatti, che tutt'oggi stanno alla larga da questi bocconi avvelenati.