Caccia al topo

di Francesco Santoianni

 

Pubblicato su Newton n. 5 maggio 1999

(per gentile concessione della Rivista)

Questo testo è protetto da copyright e non può essere riprodotto senza autorizzazione scritta della Rivista

La nera fiumana invase l’Europa nel diciottesimo secolo e le testimonianze sono impressionanti: "Giù nella valle - annota Alexis Turgai, un cronista dell’epoca - avanzava un immenso campo di topi. Niente riusciva ad arrestarlo, né i torrenti tumultuosi, né le solide porte del monastero. (…) Chi non volle salire con gli altri sulla montagna, illudendosi di scampare alla morte tirandosi dietro l’uscio di casa, fu ritrovato scheletro il giorno dopo. Non avrei creduto un momento a queste devastazioni se non le avessi viste con i miei occhi."

Da allora i ratti (Rattus norvegicus), emigrati - forse nel 1727, a seguito di un terremoto - dai cunicoli sotterranei e umidi che popolava nell’Asia sud orientale, si sono insediati nelle reti fognarie di tutte le metropoli del nostro pianeta dove, nonostante la loro sbalorditiva prolificità, (una coppia, dando alla luce cinque volte all’anno una nidiata di una decina di piccoli, potrebbe, in teoria, generare, in nove anni, due milioni di ratti), grazie all’abbondanza di rifiuti, vivacchiano senza arrecare troppi danni all’uomo. Anzi, secondo alcuni studiosi, all’invasione del Rattus norvegicus va un grande "merito": aver allontanato dalle nostre metropoli europee il Rattus rattus (giunto in Europa dall’India, probabilmente nel tredicesimo secolo), che alberga la pulce Xenopsylla cheophis, responsabile della trasmissione della peste bubbonica all’uomo.

Se in Occidente ci si è rassegnati ad una forzata convivenza con questo animale, (nel 1998 a New York oltre duemila isolati sono stati ufficialmente riconosciuti infestati da ratti) nei paesi del Terzo Mondo la situazione è gravissima, soprattutto perché foreste, paludi, savane - habitat naturale di molti predatori del topo - sono state distrutte per insediare monocolture destinate all’esportazione; a questo è da aggiungere il dissennato uso di ratticidi (il loro consumo mondiale si è quintuplicato negli ultimi dieci anni) che ha finito per selezionare ceppi di topi e di ratti resistentissimi. Le conseguenze non si sono fatte attendere e oggi in alcune nazioni del Terzo Mondo un quinto delle derrate alimentari è divorato o reso inservibile dai roditori.

Per sterminare i topi si è, ormai, tentato di tutto. Già nel 1.500 a.C. il "Papiro di Ebers" consigliava i velenosi bulbi di una pianta: la Scilla marittima. È solo il primo di uno sterminato elenco di ratticidi ("farina di Assenzio", "bocconi di rododendro" "succo di erba carlina" "cenere di quercia", stricnina, cianuro, Warfarin, …) che, da solo, testimonia l’inefficacia dell’avvelenamento come metodo per sterminare i topi. Ma perché i veleni non funzionano contro i topi? Intanto, perché si fidano soltanto di ciò che non è nuovo; quando viene posta un'esca avvelenata in un territorio occupato da una colonia di roditori, il capo di questa manda il topo più vecchio ad assaggiarla. Quasi sempre, devono passare almeno quarantotto ore senza che si manifesti alcun sintomo di avvelenamento per autorizzare qualche altro topo ad assaggiare l'esca.

Nel 1948, ci si illuse di aver trovato il sistema per aggirare questo sistema di difesa: la cumarina. Scoperta da due veterinari americani - Carl Roderick e Sarnuel Schelfield, i primi sintomi di avvelenamento prodotti da questa sostanza comparivano tardivamente (fino a cinque giorni dopo l'ingestione) e il topo avvelenato, con una quantità di sangue sempre più esigua, si trascinava fuori della tana in cerca di aria; si separava, quindi, il topo morente dal resto del gruppo evitando così il propagarsi della diffidenza per le esche così avvelenate. Nel 1960, l’uomo sembrava aver vinto la sua millenaria battaglia contro il topo con la cumarina che, insieme ai suoi derivati (cumaeloro, cumafene, dicumarolo, Warfarin, Tomorin ecc.) copriva ormai il 98% del mercato mondiale dei derattizzanti. Qua e là, alcuni scienziati, preoccupati dall'uso massiccio di un solo derattizzante presagirono la minaccia che si potesse selezionare un ceppo di animali geneticamente resistente alla cumarina e consigliarono di non abbandonare la produzione dei vecchi derattizzanti ma furono voci che caddero nel vuoto fin quando, nella primavera di quell’anno, in una fattoria scozzese, fu identificata una colonia di topi resistente alla cumarina. Da allora la "rivincita" del topo contro questo veleno è stata spettacolare e oggi sono state localizzate colonie di roditori che sopravvivono fino a cento volte alla dose "mortale" di cumarina.

In alcuni casi, addirittura casi, l’avvelenamento sembrerebbe essere stato prodotto "intenzionalmente" dai roditori: sarebbe questo il caso dei prolifici criceti (Cricetus cricetus). In Siria, negli anni "20, si notò che questi animali, stranamente, avevano cominciato a mangiare in quantità progressivamente crescenti le foglie di Colchium autumnale, una pianta di scarso valore nutritivo e per di più velenosa. Il mistero di questa dieta fu spiegato quando ci si accorse che l'assuefazione a questo veleno ben presto raggiunta dai criceti li aveva trasformati in bocconi avvelenati per gufi o gatti, loro naturali predatori. Scomparsi questi, la colonia di criceti continuò indisturbata a moltiplicarsi.

Visto il fallimento delle esche avvelenate, l'uomo ha tentato un altro stratagemma: la polvere. Il topo, nonostante gli ambienti che frequenta, è un "maniaco dell’igiene" e passa buona parte della giornata a fare toeletta leccandosi e lisciandosi il pelo. Perché non cospargere, quindi, il suo cammino di polveri velenose, destinate a essere ingurgitate durante questa accurata pulizia quotidiana? Niente da fare. Le polveri, (siano esse velenose o contenenti uno sterilizzante, lo stilbene) nonostante siano assolutamente inodori, vengono accuratamente ricoperte dai topi con terra raspata.

Si è tentato, quindi, un altro sistema per sterminare i topi: quello dei gas tossici, fra i quali soprattutto la fosfina. Questo gas, ovvia, mente, ha una certa efficacia solo in ambienti chiusi, e ha inoltre il difetto di contaminare pesantemente l'ambiente e le derrate alimentari eventualmente presenti. Anche la disinfestazione tramite gas tossici, tecnica costosa e complicata, si è rivelata a volte addirittura inutile. Nel 1926, a esempio, al largo di Copenaghen, si credette di aver disinfestato una nave saturandola di vapori cianidrici; alla fine del "risanamento", constatare come la colonia di ratti fosse scampata alla morte, fece impallidire gli scienziati recatisi sul posto: alcuni ratti, infatti, prima di spirare, si erano intrufolati nelle condutture, impedendo così l'entrata del venefico gas nelle stive e salvando in questo modo l'intera colonia. La cosa più sbalorditiva fu che gli animali che "si erano sacrificati" erano i più vecchi del gruppo.

La guerra biologica contro i topi

Anche la guerra biologica è stata impiegata per sterminare i topi. Un fortunato precedente faceva ben sperare in questo senso: negli anni "20 un intraprendente agricoltore francese aveva deciso, per preservare i suoi raccolti minacciati dai conigli, di iniettare in una coppia di questi animali i virus della mixomatosi. I risultati furono clamorosi: la mixomatosi si diffuse in tutta l'Europa, distruggendo in alcune regioni fino al 95% dei conigli selvatici. E se la guerra batteriologica aveva funzionato con i conigli, perché non poteva funzionare con i topi?

Il primo germe sul quale si appuntarono le speranze dei ricercatori fu la Salmonella typhi murium, responsabile del paratifo. Ceppi particolarmente virulenti e resistenti di questo microorganismo vennero selezionati e furono disseminati nelle colonie dei topi. L'arma pareva inesorabile, perché il contagio tra i topi non poteva mancare. E sarebbe stato mortale. Gli scienziati, inoltre, assicurarono che nulla sarebbe accaduto agli altri animali, uomo compreso. I risultati, invece, furono disastrosi: nella popolazione dei topi, ben presto, si selezionò un ceppo praticamente immune al paratifo, mentre la Salmonella typhi murium si diffuse - da allora - su tutto il nostro pianeta. A seguito di quello sciagurato esperimento, attraverso alimenti contaminati dall'urina o dalle feci dei topi, il paratifo si è esteso sul nostro pianeta, dilagando anche tra gli equini, i suini, gli ovini, i conigli, i polli, i piccioni, i canarini, le anatre, le lucertole, le tartarughe... e naturalmente l'uomo.

Ancora peggio è andata con la disseminazione bacillo Yersinia pestis, responsabile della peste. Questa malattia specifica dei roditori - che se la trasmettono tramite i morsi delle pulci- è rimasta per millenni confinata tra le colonie di roditori dimoranti cunicoli delle valli dell'Himalaya fin quando, nel terzo secolo d.C., il commercio della seta, (prodotta da una farfalla - la Theophilla mandarina - dimorante anch’essa le valli dell'Himalaya) non determinò la trasmissione dell’infezione all’uomo e le spaventose epidemie culminate nella "Morte Nera" del 1347. Nonostante ciò, verso la fine del secolo scorso, ai proprietari delle grandi fattorie statunitensi sembrò una buona idea mettere in pratica la sciaguratissima teoria consigliata da un veterinario - tale Michael Norton - per liberare le loro terre dal Cynomys gunnisoni un voracissimo roditore. E fu così che carri guidati da immigrati cinesi vennero mandati in ogni dove a disseminare roditori appestati. Il risultato è che, ancora oggi, negli Stati Uniti - in particolare sulle Montagne Rocciose - almeno 65 specie di roditori risultano infettati dalla peste mentre l’infezione, che un anno fa ha ucciso non meno di quaranta persone, rischia di arrivare nelle metropoli.

Topi, che fare?

Che fare, quindi, per liberarsi dai topi? Nel Medioevo si ricorreva alle scomuniche, come quella promulgata nel XV secolo dal vescovo di Atun, oggi ci provano anche gli esperti in elettronica, utilizzando ultrasuoni compresi tra i diciotto e ventimila kilohertz. Queste frequenze non sono avvertibili dall'orecchio umano ma risultano estremamente fastidiose per i topi, che si allontanano subitaneamente. Anche questo sistema, però, ha i suoi limiti: innanzi tutto il suo elevato costo, la cattiva propagazione degli ultrasuoni in ambienti ingombri di materiale fonoassorbente e, dulcis in fundo, il fatto che ben presto i topi si abituano a convivere con gli ultrasuoni.

Un altro fallimento. E allora, perché non scatenare contro il topo i suoi predatori naturali, ad esempio le manguste? Il più grosso fallimento lo si ebbe nelle isole Hawaii nel 1890 quando una commissione di sedicenti esperti suggerì, per sterminare la nutrita colonia di ratti che infestava le isole, di importare alcune coppie di manguste. Incredibilmente, nessuno si rese conto che il tipo di mangusta importata era un predatore diurno, mentre il ratto da sterminare era in circolazione soprattutto di notte. Il risultato fu disastroso: i due animali non si incontrarono mai, ma provvidero comunque, ognuno per proprio conto, a distruggere buona parte del raccolto e a terrorizzare la popolazione.

Ancora peggio in Cina, quando, in piena Rivoluzione culturale, fu deciso che la lotta contro i topi doveva ritornare nelle "mani del popolo". Furono sciolte le millenarie ed efficienti squadre di derattizzazione e si stabilì un piccolo compenso in denaro e un'onorificenza per chiunque avesse portato al Comitato cittadino del Partito la carogna di un topo. I risultati sembravano superare ogni aspettativa: centinaia di migliaia di topi continuavano ad affluire ogni giorno, per mesi e mesi, sotto gli sguardi dapprima soddisfatti poi perplessi e sbigottiti dei funzionari. La marea di topi uccisi sembrava inarrestabile, fino a che non ci si rese conto che i contadini allevavano amorevolmente le bestiole per poi rivenderle al Partito. La "campagna di derattizzazione" fu quindi sospesa, tra l'infuriare di "processi popolari" ed esecuzioni sommarie.

 

Super Topo?

L'arcipelago di Eniwetok, a nord delle isole Marshall nell'oceano Pacifico, è composto da una quarantina di isolette. Agli americani, che amministravano l'arcipelago dopo averlo strappato ai giapponesi con la seconda guerra mondiale, il posto sembrò sufficientemente fuori mano per condurvi i loro esperimenti nucleari. Fu così che negli anni Cinquanta l'isola di Engebi, nella parte meridionale dell'arcipelago, venne scelta come poligono atomico. Furono fatti evacuare i pochi isolani, che lasciarono su quell'isola le loro misere capanne, molti ricordi e qualche topo. Contro Engebi, nel giro di quattro anni, vennero "sparate" quattordici bombe atomiche e una bomba termonucleare, che esplosero a diverse altezze dal suolo.

Quattro anni dopo la fine degli esperimenti, coperti da pesantissime tute antiradiazione, gli scienziati della Marina militare americana sbarcarono sull'isola: il suolo era come vetrificato; la lussureggiante vegetazione tropicale che un tempo ricopriva l'isola era stata spazzata via, e così anche gli animali. Tutti, tranne una sola specie: il ratto. Questi roditori c'erano ancora, e proliferavano, indisturbati, sani e robusti.

<<Le trappole che disponemmo sull'isola si riempirono ben presto di topi, e non erano povere creature rese deformi dalle radiazioni, ma sanissimi e robustissimi ratti>> annotò sbalordito Williams B. Jackson, responsabile dei gruppo di ricerca della Marina militare americana.

Ma come avevano fatto i topi a sopravvivere a quindici bombe atomiche? E, soprattutto, cosa avevano mangiato in quei quattro anni d'inferno?

Furono fatte varie ipotesi: probabilmente i ratti dovevano essersi rifugiati in profondissimi cunicoli, rassegnandosi a mangiare le radici di quella che era stata una rigogliosa vegetazione tropicale e, successivamente, dovevano essersi industriali nella pesca, immergendosi a grosse profondità alla ricerca di pesci e crostacei.

Sono soltanto ipotesi che non tengono conto di innumerevoli fattori come, tra gli altri, le altissime temperature (dell'ordine di milioni di gradi) raggiunte durante un'esplosione nucleare, il maremoto che essa induce, l'occlusione dei cunicoli prodotta dalla terribile sovrappressione, la vulnerabilità delle cellule seminali ai raggi gamma...

Engebi rimane ancora oggi un mistero. Di certo i ricercatori che osservavano le orde di topi brulicare allegramente su quello scudo di roccia calcinato dal fuoco nucleare, ebbero la risposta a una domanda che già ci si faceva su tutto il pianeta: chi sopravviverà mai a una guerra nucleare?

 

Il Pifferaio Magico

La città di Hameln nel ducato di Lunebourg, in Bassa Sassonia, fu teatro, nel 1284, di un avvenimento sconvolgente: era stata invasa da tanti di quei topi da costringere gli abitanti a barricarsi in casa. Venne convocato il consiglio comunale per discutere come fronteggiare una simile calamità e, in pieno dibattito, apparve Hans Bunting, un giovane che si offrì, dietro lauto compenso, di liberare la città dai topi: la proposta fu subito accettata all'unanimità.

Il giovane, allora, si incamminò per le stradine di Hameln suonando il suo piffero, e tutti i topi lo seguirono, e continuarono a seguirlo anche quando egli s'immerse nelle turbinose acque del fiume Weser che scorre a ridosso della città. Tutti gli animali trovarono così la morte.

Compiuta la sua missione, Hans Bunting si recò al consiglio comunale per ricevere il compenso pattuito, ma questo gli fu negato dagli avidi maggiorenti di Hameln che, addirittura, minacciarono di chiuderlo in prigione se egli avesse insistito nella sua richiesta.

Il pifferaio sbeffeggiato decise allora la sua vendetta: ripercorse le strade di Hameln suonando il suo strumento, e questa volta tutti i bambini della città, come per incanto, gli si accodarono e lo seguirono ipnotizzati, allontanandosi per sempre dall'avida e gretta città natale. Quasi certamente questa saga ha origine da differenti episodi realmente accaduti in varie epoche e successivamente legati dalla tradizione popolare in un'unica leggenda.

Come nasce la saga del "Pifferaio Magico?" Intanto, a figura dell’"incantatore" di topi era molto diffusa nell'Europa medioevale: una delle tante testimonianze a riguardo è quella di Olaus Magns, un naturalista del quindicesimo secolo - che ci parla di un Pifferaio Magico capace di convincere i topi a seguire i suoi comandi.

Si può ipotizzare che il piffero funzionasse davvero emettendo, ad esempio, ultrasuoni, come i moderni fischietti per richiamare i cani. Un'altra ipotesi che potrebbe spiegare questa leggenda si basa sulle colossali migrazioni di lemming. Questi roditori, diffusi principalmente nel Nord Europa, subiscono, come i topi, esplosioni demografiche cicliche: in enormi branchi abbandonano le zone di origine che hanno ormai esaurito le risorse alimentari e, nella frenesia di raggiungere nuovi terreni ricchi di cibo, scavalcando monti, attraversando fiumi e laghi, devastano vaste regioni prima di venire decimati dagli stenti e dalla fatica. Se, come spesso succede, il loro viaggio li porta al mare, la loro fine è segnata: nel tentativo di attraversarlo affogano in massa. La dinamica delle popolazioni di lemming è rimasta per un lunghissimo tempo nel mistero, e il periodico "suicidio" di grandi popolazioni di questi roditori ha sempre destato stupore. È possibile che la città di Hameln si fosse trovata sulla rotta percorsa da una popolazione di lemming e che qualcuno, scaltramente, si fosse offerto per operare una "derattizzazione" già insita nella dinamica degli eventi: questo spiegherebbe, tra l'altro, il rifiuto da parte del consiglio comunale di pagare il pifferaio.

L'allontanarsi dei bambini può avere parecchie spiegazioni. Intanto, così come ha già fatto notare Freud, il termine rat indica in molti dialetti di origine germanica sia il topo che il bambino, e questa identificazione psicologica - e quindi linguistica - potrebbe spiegare questa parte della leggenda. Un'altra ipotesi è data dalla lettura della Crociata degli innocenti che ebbe luogo nel 1212: Nicola, un ragazzo di Colonia, si mise a capo di una schiera di venti mila adolescenti per liberare il Sacro Sepolcro. La stragrande maggioranza di questi fanciulli fu imbarcata da armatori privi di scrupoli su navi dirette ad Alessandria dove i ragazzi furono venduti come schiavi. Solo una piccola minoranza di questo esercito riuscì a far rotta verso la Palestina, ma una serie di naufragi distrusse anche questo esiguo manipolo di giovani crociati. La scomparsa di tanti adolescenti potrebbe essere l'episodio che, trasformato in leggenda, ha successivamente generato la seconda parte della saga del Pifferaio Magico.

Il culto del topo

Oggi solo nel tempio di Desmoke, nel Rajaistan in India, i topi sono protetti, nutriti e venerati ma in passato la venerazione per questo animale era presente in moltissime culture.

Per il Budda il topo era il "primo animale" e a lui è dedicato, ogni dodici anni, "l’anno del topo"; nell’antico Giappone e in Siberia era considerato il simbolo della prosperità dimorando egli solo nelle case con le dispense piene; stessa venerazione tra i popoli slavi e tra gli tra gli indiani d'America. Nel bacino del Mediterraneo, Apollo Sminteo è venerato per molti secoli come dio dei topi: nei templi a lui dedicati, questi animali erano oggetto di venerazione e venivano allevati come intermediari tra gli uomini e gli dei e se i topolini bianchi si riproducevano in gran numero, l'evento veniva considerato come segno di futura prosperità.

Ma da dove nasce la fama di questo animale. Innanzitutto dalla sua "intelligenza" che gli fa svuotare anche le più protette dispense. Animale profondamente individualista, il topo non esita ad associarsi con altri compari quando c'è da commettere un furto. Come nello sbalorditivo trasporto delle uova rubate: il primo topo stringe nelle zampette l'uovo, poi, con un brusco colpo di reni, si capovolge mettendosi col dorso a terra; a questo punto un altro topo gli afferra la coda tra i denti e lo trascina fino alla tana.

Non è certo un caso che l'uomo abbia battezzato il topo "ladro". Il termine "rattus", infatti, deriva dal latino raptus che significa razzia, furto, mentre il termine mus (da cui Mus, muridi e murini) deriva da muisen, vocabolo di una antica lingua dell'attuale Crimea che significa "prendere senza farsene accorgere" .

 

La patria del topolino

Da dove proviene il topolino? La regione geografica comprendente gli attuali Kazakhistan, Turkmenistan e Iran, è stata identificata come la "patria" del Mus musculus e da lì il topo avrebbe cominciato la sua marcia trionfale, seguendo due direzioni ben precise: una più decisamente continentale (centro-europea), e una mediterranea. La prima radiazione avrebbe coinvolto i discendenti del Mus musculus hortulanus, la seconda quelli del Mus musculus domesticus.

Vediamo su quali basi si fonda questa teoria. Va ricordato, innanzi tutto, che la "patria del topolino" è movimentata da un brusco dislivello altitudinale tra il bassopiano turanico e l'altopiano del Khuasan. La nascita, in un lontanissimo passato, di questa barriera geografica, deve aver determinato l'isolamento genetico di due gruppi che si sarebbero poi evoluti, perciò, secondo strade diverse. Combinando le diverse conoscenze sul comportamento e sulla struttura genetica dei quattro raggruppamenti oggi identificati dalla tassonomia, gli scienziati sono riusciti a ricostruire la storia delle migrazioni di alcune specie di topolini. Ad esempio, l'insediamento del Mus sprectus nelle aree interne dell'Africa del nord risale al periodo plio-pleistocene. Dall'Africa, non più di quattromila anni fa, questa intraprendente bestiola è passata all'Europa attraversando lo stretto di Gibilterra, occupando la penisola Iberica e, colonizzato il sud della Francia, reincrociandosi con le numerose specie di topolini che già da millenni infestavano l'Europa.

Questo non fu l'unico reincontro fra "parenti" nella storia della diaspora dei topolini: nel 3000 a.C., si ritrovano nel Centro Europa, dopo secoli di isolamento, i musculus e i domesticus che, insieme, attraversano la Carnia e dilagano in Italia, colonizzando tutta la pianura Padana a nord del Po. Ma analizziamo meglio le invasioni dei topolini in Italia. E' possibile individuare quattro principali linee direttive: la prima migrazione coincide con la colonizzazione greca nell'Italia meridionale, e ha come "testa di ponte" le coste pugliesi; la seconda migrazione invade la pianura Padana a nord del Po attraversando le Alpi in Carnia; la terza, che coinvolge nuovamente l'Italia a nord del Po, vede giungere l'invasione di topolini attraverso le Alpi piemontesi e la Val d'Aosta; la quarta migrazione penetra nella parte meridionale della valle Padana attraverso la costa ligure. Tra il 2500 e il 1300 a.C., dunque, i topolini occupano tutta la penisola italiana mentre giungono sulle isole a seguito dell'uomo. Le primitive abitazioni dell'uomo (fatte prevalentemente in legno, ricche di cavità e di anfratti, con il tetto generalmente in paglia) forniranno per millenni un rifugio sicuro al discreto e onnivoro topolino. In alcune specie (come l'Apodemus sylvaticus), questo commensalismo si circoscrive ai mesi freddi; in altre (come il Mus musculus), esso si estende anche ai mesi estivi.

Francesco Santoianni