Pubblicato su Newton luglio 2000
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A
volte l’interrogatorio è più devastante per chi lo effettua che per chi lo
subisce.
La
notte del 22 dicembre 1961 il capo della stazione CIA a Helsinki, Franz Friberg,
sentì suonare il campanello di casa. Insonnolito, andò ad aprire e si trovò
di fronte uno sconosciuto; un uomo basso e massiccio, che in un inglese marcato
da un vistoso accento russo gli disse di essere il maggiore Anatoly Klimov,
dell’Ufficio Archivi del KGB: chiedeva asilo politico, in cambio avrebbe
rivelato segreti della massima importanza. Inizialmente Friberg, come dichiarerà
più tardi ad una commissione del Senato americano, pensò di avere a che fare
con un pazzo o un provocatore e fu tentato di sbattergli la porta in faccia;
invece, dopo avergli posto qualche domanda lo fece trasferire in una base
americana nei pressi di Francoforte; lì, acclarata la sua identità, fu
immediatamente trasportato negli Stati Uniti per essere interrogato dai migliori
cervelli della CIA. Fu l’inizio della fine.
Le circostanziate dichiarazioni di Klimov, infatti, permisero, sì,
di smantellare quattro reti spionistiche che i sovietici avevano installato
negli Stati Uniti e nei paesi della NATO ma delineavano un quadro agghiacciante:
alcuni alti dirigenti dei servizi segreti occidentali, della stessa CIA, erano,
in realtà “talpe”, agenti segreti dei sovietici. Chi erano? Klimov
dichiarava di non saperlo; l’unica cosa che aveva appreso, spulciando
frettolosamente qualche pratica segretissima finita negli archivi del KGB,
era che i russi avevano favorito le loro carriere, ad esempio,
consegnando ad essi alcune spie sovietiche. Un atroce dubbio si insinuò allora
nella CIA: Klimov era veramente sincero o era una “polpetta avvelenata”
lanciata dal KGB per distruggere la coesione dei servizi segreti occidentali?
Per ben tre mesi il militare russo fu sottoposto alle più svariate tecniche di
interrogatorio per acclarare questo enigma che, comunque, è rimasto tale;
intanto l’ombra di un paranoico sospetto - che trasformava rivalità
burocratiche in insinuazioni o, addirittura, in accuse di tradimento –
paralizzava le attività della CIA e di altri servizi segreti occidentali.
Stimati funzionari con anni di servizio alle spalle furono costretti al
licenziamento e qualcuno tra questi andò a lamentarsi con i giornalisti. Lo
scandalo partorì una commissione parlamentare di inchiesta che, se non è
riuscita ad appurare la verità sul “caso Klimov”, (solo nel 1993 si è
scoperto che Aldrich Ames, il dirigente della CIA che soprintendeva agli
interrogatori di Klimov, era al soldo del KGB), almeno ha fatto conoscere
all’opinione pubblica la, fino ad allora segreta, “scienza
dell’interrogatorio”, codificata in un documento della CIA recentemente
declassificato: il Kubark
Counterintelligence Interrogation.
I tentativi di trovare un modo “scientifico” per ottenere una
piena confessione, comunque, risalgono, almeno al 1840 quando un clinico
francese, Moreau de Tours, riferì che, durante il dormiveglia provocato da
alcune sostanze, il paziente parla in modo, più o meno, incontrollato e può
rivelare così i suoi altrimenti inconfessabili segreti. Questa considerazione
determinò l’uso del protossido di azoto, del cloroformio, e dell’hashish,
negli interrogatori che venivano condotti da poliziotti alla Sûreté di Parigi
e da “alienisti” (antesignani dei moderni psichiatri) quali Magnan e
Babinski. Nel 1931 Henry House battezza come “siero della verità” la
scopolamina, un sostanza contenuta in alcuni vegetali, (quali la nostrana
Mandragora Mandragora autumnalis o,
ancora di più, in un arbusto, lo
Hyoscyamus niger); analogo titolo si conquistano altre sostanze quali
la mescalina, (prodotta dal fungo Peyotl
cactacea), e barbiturici di sintesi quali Amital, Pentothal, Nembuthal,
Evipan… Negli anni “60 l’LSD (dietilammide dell’acido lisergico) suscita
gli entusiasmi di alcuni ricercatori; primo tra tutti il dottor Donald Ewen
Cameron, consulente della CIA e direttore del tenebroso “Progetto Mkultra”
finalizzato a scoprire infallibili metodi per ottenere una completa confessione
e le tecniche di “lavaggio del cervello” che si ipotizzava fossero state
impiegate da farmacologi e psichiatri dell’Est per trasformare, ad esempio, ex
prigionieri americani della guerra di Corea rientrati in patria in risoluti
pacifisti. Dopo dieci anni di fallimentari esperimenti, il Progetto Mkultra fu chiuso.
L’unico risultato sono state cinquanta persone con il sistema nervoso
gravemente compromesso dalle altissime dosi di LSD somministrate da Cameron; nel
1988, dopo un processo durato quindici anni, sono state risarcite dal governo americano con 750.000
dollari a testa.
Messo da parte l’inaffidabile
LSD, alla metà degli anni 80 le speranze di ottenere il “siero della
verità” si appuntano su alcune sostanze ottenute dalla
metilendiossimetamfetamina (MDMA) che, a sua volta, discende da una molecola,
l’MDA, brevettata in Germania nel 1914 e destinata come “droga di
battaglia” per le truppe del Kaiser. Fino al 1990 l’MDMA, ideata dal
neurochimico Alexander Shulgin, veniva impiegata in psichiatria nel tentativo di
indurre maggiore capacità di autoanalisi poi il suo uso è stato proibito e da
allora, questa droga, prodotta clandestinamente in innumerevoli laboratori e
unita a intrugli vari, viene spacciata come “Ecstasy” tra il “popolo delle discoteche”.
Ma “funzionano” davvero i sieri della verità? Secondo due
psicologi americani, David Orne e James Gottschelck, il loro effetto, al di là
dell’abbassamento della soglia di vigilanza, è sostanzialmente psicologico in
quanto inducono nel soggetto che le ingerisce, e che si trova sotto stress per
l’interrogatorio, una sorta di “alibi” per cedere. Esperimenti effettuati con placebo (una innocua pillola
zuccherata spacciata per un potentissimo siero della verità) hanno, infatti, in
molti casi indotto il soggetto a credere di essere stato drogato e a raccontare
tutto senza alcun rimorso o paura di biasimo.
Ma se la “verità” non la si può estorcere, perché non
tentare, almeno, di segnalare le bugie? Già nel 1895 Cesare Lombroso per
scoprire nelle “palpitazioni” la “prova” delle menzogne
dell’interrogato usava un apparecchio di sua invenzione, l’idrosismografo,
nel quale la mano dell’interrogato, immersa in un recipiente pieno di acqua,
trasmetteva il ritmo del polso e le variazioni della pressione sanguigna ad un
tubo di gomma e, quindi, ad un ago ricoperto di nerofumo che tracciava una
striscia di carta. Negli anni seguenti si scoprì che in una persona sottoposta
ad uno stress, come quello che si determinerebbe quando dice una bugia, si
verifica quello che allora era chiamato “riflesso psico-galvanico” (e cioè,
una variazione nella resistenza della pelle al passaggio di elettricità) e una
variazione del ritmo respiratorio. L’americano Leonard Keeler costruì,
quindi, nel 1939, un dispositivo
che registrava simultaneamente la cadenza del polso, la pressione sanguigna, il
ritmo respiratorio e il riflesso psico-galvanico, battezzandolo poligrafo o “Lie Detector” (rivelatore
di bugie).
In realtà il responso del poligrafo, che si limita a registrare
improvvisi “turbamenti”, dipende dalla scelta e dall’opportuna
distribuzione delle domande e dalla interpretazione che si da del tracciato. Per
di più, l’interrogato durante la prova, può ingannare la macchina, ad
esempio infliggendosi dolore, controllando la respirazione, contraendo
impercettibilmente i muscoli delle braccia e delle gambe…Per vanificare
quest’ultimo espediente Walter Reid negli anni “80 accessoriò il poligrafo
con due cuscini pneumatici sistemati sotto gli avambracci e sotto le cosce
dell’interrogato che registrano le pur
minime contrazioni muscolari. È solo uno dei tanti stratagemmi messi a punto
dai tecnici del Lie
Detector che oggi si avvale di innumerevoli sensori collegati a
potenti computer. Nonostante ciò, nel febbraio di quest’anno, la Corte
Federale degli Stati Uniti ha stabilito che questa macchina non può essere
impiegata in un procedimento penale, nemmeno come ultima carta in mano
all’imputato per dimostrare la propria innocenza. Ovviamente, la decisione ha
scatenato un mare di polemiche anche perché proprio in quei giorni un ministro
israeliano è stato costretto alle dimissioni dalle accuse di molestie sessuali,
accertate dal Lie
Detector, di una sua segretaria.
Intanto un'altra “macchina della verità” si affaccia sulla
scena; il FACS (Facial
Action Coding System) che analizza la contrazione dei muscoli
facciali coinvolti nell'espressione delle differenti emozioni. Gli ideatori
della macchina, Paul Ekman e Vincent Friesen, dopo aver esaminato quasi
cinquemila videoregistrazioni di diverse espressioni, hanno costruito un data
base che contempla ogni contrazione muscolare della faccia, la sua
durata, l’intensità… Nascerebbe da qui la capacità della macchina di
distinguere la “sincerità” di una persona. L’”autentico” sorriso, ad
esempio, prevede la contrazione dei muscoli gran zigomatici, che fanno sollevare
gli angoli della bocca, e dei muscoli orbicolari che fanno restringere le orbite
oculari. Se il sorriso non è autentico, invece, si avrebbe una differente
contrazione dei muscoli e, quindi, una asimmetria tra la parte sinistra e destra
del volto. Va da sé che anche il FACS può essere ingannato da un soggetto che
si “immedesima” perfettamente nella parte che sta recitando o da fattori
culturali, sociali ed emozionali ancora oggi impossibili da valutare
automaticamente. Nonostante ciò, il FACS sta acquistando una crescente
popolarità e uno dei suoi principali sostenitori, Paul Ekman, docente di
psicologia alla University of California, promette che l’applicazione di nuovi
microprocessori e software porteranno l’affidabilità del FACS al 99 per cento
tra appena cinque anni.
Prospettive meno esaltanti, invece, per il PSE Psycological Stress Evaluation, una
altra “macchina della verità” che secondo i suoi ideatori - Allan Bell,
Charles McQuinston, Bill Ford – sarebbe in grado di evidenziare i livelli -
emozionale, cognitivo e fisiologico - della voce umana analizzando i differenti
valori di modulazione di frequenza determinati dalla variazione dell’afflusso
sanguigno alle corde vocali. Nasce da qui un software, venduto anche in Italia,
che promette di distinguere tra affermazioni “vere”, “false” o
“manipolate”. Questo fino al maggio 1999, fin a quando, cioè, l’Autorità
garante della Concorrenza e del Mercato non ha condannato la società
produttrice del software per pubblicità ingannevole.
Messi da parte sieri e macchine, per ottenere la verità si può
tentare con, l’ipnosi che effettivamente, se il soggetto collabora, riesce a
fare emergere qualcosa dal buio della mente. Il caso più famoso è certamente
l’interrogatorio sotto ipnosi di Trevor Rees-Jones, - unico superstite
nell’incidente automobilistico nel quale, il 31 agosto 1977, morì la
principessa Diana - dal quale, comunque, non si è appreso nulla di rilevante ai
fini dell’indagine. Non così per un analogo interrogatorio al quale è stato
sottoposto nel 1998 un cittadino di Gerusalemme che, sopravvissuto ad una
autobomba, è riuscito sotto ipnosi a ricordare il viso di uno degli
attentatori.
Ma, al di là di sieri, macchine, ipnosi. quali sono le tecniche per
spingere una persona a confessare? Intanto la tortura che, ancora oggi, viene,
più o meno istituzionalmente, praticata nella maggior parte dei paesi.
Infliggere dolore per ottenere una confessione è una pratica antichissima che
ha avuto una vertiginosa escalation quando, agli inizi del secolo, si è
scoperto che l’applicazione di elettrodi in alcune zone del corpo rendeva
rapido e meno stressante il lavoro per il carnefice. Si è passati poi alla
somministrazione di anfetamine per rendere l’interrogato più sensibile alla
tortura e all’”assistenza” di un medico per valutare (ad esempio misurando
il rilascio nell’organismo dell’oppiode endogeno ß-endorfina o di dopamina)
il livello di dolore raggiunto dall’interrogato e la ulteriore
“soglia” di sofferenza raggiungibile. Comunque ancora oggi, poco si sa di
questi studi e non a caso nel manuale della CIA “Kubark
Counterintelligence Interrogation” numerosi paragrafi dedicati alle
tecniche di “interrogatorio coercitivo di fonti resistenti” sono stati
censurati nella versione resa pubblica.
Ma occupiamoci ora di tecniche di interrogatorio meno efferate. Un
metodo antichissimo e che, in America negli anni “20, è stato battezzato come
tecnica “Mutt and Jeff”,
consiste nell’alternare un interrogante brutale, rabbioso, dominatore, in
visibile contrasto con un interrogante cordiale e calmo al quale l’interrogato
finirà per affidarsi e confidarsi. Ma questi sono sistemi “artigianali”. La
vera “scienza dell’interrogatorio” nasce in Occidente negli anni 50 con il
rientro negli Stati Uniti di prigionieri di guerra sottoposti ad interrogatori
dai nord coreani. Da una ricerca su 759 militari, condotta dallo psicologo,
Howard Hinkle, la CIA ricavò una serie di direttive che codificheranno gli
interrogatori degli innumerevoli profughi riversatisi in Occidente, soprattutto
a seguito delle repressioni susseguitesi alla rivolta di Budapest, nel
1956 e alla “primavera di Praga” nel 1968. Secondo queste direttive
l’interrogatorio deve essere preceduto da uno screening
effettuato da un intervistatore, eventualmente coadiuvato da un Lie
Detector, finalizzato ad acquisire informazioni sulla vita familiare
e quindi sulla personalità del soggetto che saranno poi utilizzate
dall’interrogatore.
Il lavoro di quest’ultimo comincia predisponendo la stanza
dell’interrogatorio. Secondo le disposizioni della CIA, questa non dovrebbe
avere elementi di distrazione come un telefono
che può squillare, quadri o pareti dipinte con colori vivaci; la presenza o
meno di una scrivania deve dipendere non dalla comodità dell’interrogante ma,
piuttosto, dalla prevista reazione del soggetto ad apparenze di superiorità e
ufficialità. Se si prevede un “interrogatorio di tipo non coercitivo con una
fonte cooperativa” l’interrogato dovrà avere a disposizione una poltrona
imbottita; se si tratta, invece, di una “fonte resistente” una luce puntata
sulla sua faccia può risultare utile. In quest’ultimo caso l’interrogato
dovrebbe avere già subito un trattamento finalizzato a porlo in condizioni di
assoluta dipendenza dall’onnipotente interrogante che potrà avergli concesso
o meno il diritto di dormire, mangiare, lavarsi, cambiarsi d’abito; e questo
per provocare nell’interrogato una regressione allo stato infantile.
A questo punto comincia l’interrogatorio vero e proprio che dovrà
essere calibrato sul “tipo” di soggetto precedentemente classificato
dall’intervistatore.
A tal proposito la CIA ha classificato nove “tipi psicoemozionali”
il loro presumibile “stato infantile” e le metodologie per interrogarli.
Addentriamoci brevemente in qualcuno di questi “tipi”:
l. Il tipo ordinato‑ostinato.
Sobrio, ordinato, freddo, spesso molto intellettuale, si considera superiore
agli altri. Di solito è stato un “ribelle” durante la fanciullezza, facendo
l'esatto contrario di ciò che gli veniva ordinato dai genitori; da adulto
odia ogni autorità anche se, spesso riesce a mascherare la sua indole. Può
confessare facilmente e rapidamente sotto interrogatorio anche atti che non ha
commesso, per distogliere l'interrogante dallo scoprire qualcosa di significativo.
L'interrogante non dovrà apparire come un'autorità utilizzando, ad esempio,
minacce o pugni sul tavolo ma dovrà
essere cordiale, ad esempio interessandosi ad eventuali hobby coltivati da
questo tipo (solitamente colleziona monete o altri oggetti). È utile che
l'interrogante e la stanza dell'interrogatorio appaiano straordinariamente
lindi.
2. Il tipo ottimista. Di
solito, è stato il membro più giovane di una famiglia numerosa o è nato da
una donna di mezza età. Questo tipo reagisce ad una sfida rifugiandosi nella
convinzione che “tutto andrà bene", convinto di dipendere non già
dalle sue azioni ma da un destino propizio. Tende a cercare promesse mettendo
l'interrogante nel ruolo di protettore e di solutore di problemi. Sotto
interrogatorio, solitamente, si confida davanti ad un approccio gentile,
paterno. Se resiste, deve essere trattato con la tecnica “Mutt
and Jeff”.
3. Il tipo avido, esigente. Ha
spesso sofferto di una precoce privazione di affetto o di sicurezza che lo
porta, da adulto, a cercare un sostituto dei genitori. La sua devozione si
trasferisce facilmente quando sente che lo sponsor che ha scelto lo ha
abbandonato. Può essere soggetto a gravi e improvvise depressioni e rivolgere
verso se stesso il suo desiderio di vendetta arrivando fino al suicidio.
L'interrogante che tratta con questo tipo deve fare attenzione a non
respingerlo e tener conto che le sue richieste, spesso esorbitanti, non
esprimono tanto una necessità specifica quanto il bisogno di sicurezza.
4. Il tipo ansioso, egocentrico. Timoroso,
nonostante faccia di tutto per nasconderlo, spesso è un temerario per vanità
e portato a vantarsi; quasi sempre, mente per sete di complimenti e lodi.
L'interrogante, dovrà assecondare la sua esigenza di fare buona impressione e
non dovrà mai ignorare o ridicolizzare le sue vanterie, o tagliar corto sulle
sue divagazioni. Gli interrogati ansiosi ed egocentrici che nascondono dei fatti
significativi, come contatti con servizi nemici, possono divulgarli se indotti a
ritenere che la verità non sarà usata per danneggiarli e se l'interrogante
sottolinea la stupidità dell'avversario nell'inviare una persona cosi
intrepida in una missione così mal preparata.
5. Il tipo con complesso di colpa o incapace di
successo. Appartengono a questa categoria i giocatori “coatti”
che trovano sostanzialmente piacere nel perdere, masochisti che confessano
crimini non commessi o che commettono davvero crimini per poi poterli confessare
ed essere puniti È difficile interrogare questo tipo di persona in quanto egli
può “confessare”, ad esempio, un'attività clandestina ostile nella quale
non è mai stato coinvolto oppure può restare ostinatamente silenzioso o
provocare l’interrogante per “godersi” poi la punizione. In alcuni casi,
se punite in qualche modo, le persone con forti complessi di colpa possono
smettere di resistere e cooperare, grazie al senso di gratificazione indotto
dalla punizione.
Francesco Santoianni
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VV. ( a cura di Fabio Giovannini) “Manuale della tortura: il testo top-secret
uscito dagli archivi USA”, Data News, 1999
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Philliph
Knitghtley “Nel mondo dei condor: la storia occulta dei servizi segreti”,
Mondadori, 1986
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Paul
Ekman, "La seduzione delle bugie", Di Renzo Editore, 1999
Indirizzi Internet:
http://www.parascope.com/articles/0397/kubark06.htm
http://nirc.com/facsaidmenu.html