Il mistero sotto il Mare

L'interesse del mondo scientifico per il continente perduto risale sostanzialmente al 1898: durante la posa della linea telegrafica transatlantica, uno dei cavi deposto a 2.800 metri di profondità su un fondale dell'Atlantico che da allora fu chiamato "platea del Telegrafo", si spezzò. Le sue estremità furono fortunosamente recuperate dall'abisso con particolari attrezzature che, per caso, portarono in superficie anche un pezzo di roccia. Qualche anno più tardi, Paul Tremier, direttore dell'Istituto Oceanografico di Francia, tenne a Parigi una conferenza che fece scalpore: quella roccia amorfa, dalla struttura non cristallina, era di chiara origine vulcanica ma aveva una particolarità: non si era solidificata in acque profonde bensì all'aria aperta; doveva provenire, cioè, da un vulcano con uno sbocco al di sopra del livello del mare. Essa, inoltre, aveva bordi taglienti, non ancora smussati dall'erosione marina: analizzandone il profilo, Tremier aveva stimato che non dovesse avere più di 15.000 anni. Ulteriori prelievi sottomarini confermarono che lo stesso tipo di roccia era presente in un area vastissima di quei fondali atlantici.

La prima ipotesi su Atlantide prese così forma: seguendo pedissequamente le asserzioni di Platone, il continente scomparso si sarebbe trovato al di là dello stretto di Gibilterra, in quell'oceano che ne ha preso il nome; esso sarebbe stato lungo 550 chilometri, largo 370 e sormontato dal vulcano Atlante, identificato nell'attuale Pico Alto delle isole Azzorre. È un'ipotesi che spiega molte coincidenze che ancora oggi lasciano stupefatti gli studiosi, come le affinità culturali, architettoniche, linguistiche e biologiche dei popoli che si affacciano sulle due sponde dell'Atlantico.

L'improvvisa scomparsa di Atlantide, poi, avvenuta, secondo Platone, intorno al 9000 a.C., giustificherebbe eventi di difficile spiegazione quali, ad esempio, la fine della glaciazione in Europa (non trovando più un ostacolo nel continente perduto, infatti, la calda corrente del Golfo avrebbe raggiunto le coste atlantiche europee determinando il progressivo scioglimento dei ghiacci) o la periodica migrazione delle anguille verso il Mare dei Sargassi (dove un tempo lontano avrebbe dovuto trovarsi l'estuario di un grande fiume).

Ben presto il mondo accademico si divise clamorosamente tra chi asseriva che si era finalmente trovata la prova scientifica dell'inabissamento di Atlantide e chi, invece, sosteneva che quelle rocce magmatiche ritrovate sui fondali atlantici provenivano dalle coste islandesi, inglobate da iceberg che si erano poi sciolti.

La polemica si stava sedando quando le trivellazioni effettuate dalla nave oceanografica Gauss nella cosiddetta "fossa di Romanche" a sud delle Azzorre, a una profondità di 7.300 metri, rivelarono la presenza di strati di argilla rossa contenenti numerosi fossili di globigerine, cioè di protozoi microscopici che normalmente vivono in profondità comprese tra i 2.000 e 4.500 metri.

A rigor di logica, quindi, quello strato di sedimenti argillosi doveva essere sprofondato, in un'epoca relativamente recente, di almeno 2.800 metri: lo stesso valore trovato da Paul Tremier per la platea del Telegrafo. Da allora non pochi studiosi, analizzando altre caratteristiche dei fondali atlantici, hanno ipotizzato il recente inabissamento di un continente. Altri, tuttavia, li hanno seccamente smentiti: ribadendo la validità della teoria della tettonica a zolle, derivata dall'ipotesi della deriva dei continenti espressa da Alfred Wegener nel 1915, essi escludono categoricamente la possibilità che un territorio vasto come quello descritto da Platone possa essere mai esistito in quell'oceano.

In realtà l'improvviso inabissamento di un isola vulcanica di medie dimensioni avvenuto in un recente passato non è da escludere, anzi, è da ritenersi probabile: lo dimostra la repentina comparsa, nel 1931, di due isolette vulcaniche al largo del Brasile, inabissatesi già nell'anno successivo mentre le diplomazie internazionali erano all'opera per rivendicare diritti territoriali.

Problema di tutt'altra portata, invece, è la scomparsa di una massa continentale come quella descritta da Platone: in questo caso, un'eruzione vulcanica - almeno come la conosciamo oggi - non può essere considerata l'unica causa di un così immane evento. Bisogna spingersi più in là con la fantasia, e immaginare un qualcosa di ancora più catastrofico: l'impatto di un asteroide, per esempio, che squarciando la dorsale atlantica avrebbe fatto scomparire Atlantide nel sottostante mare di fuoco.