Vivere con il Vesuvio

Disastri come quelli di Saint Pierre, o di Armero, sono eccezioni e non regole nella vita dei vulcani. La storia del Vesuvio è indicativa: dal 1631 al 1944, questo vulcano ha avuto una continua attività eruttiva, 3 secoli scanditi da continui bradisismi, boati, fumarole, terremoti, colate laviche, possenti eruzioni che hanno ucciso, comunque, solo quei pochi che hanno osato sfidarlo: anziani che non vollero abbandonare le abitazioni lambite dalla lava (1794 Torre del Greco, 1944 San Sebastiano), fanatici religiosi (1906 crollo della chiesa di S. Giuseppe Vesuviano), curiosi avvicinatisi troppo ai crateri (1861). Questi isolati episodi non arrestarono certo lo sviluppo delle città vesuviane: Torre del Greco, la "spugna d'oro del Regno", con i suoi indomiti marinai che pescano il corallo fin nei più lontani mari africani; Torre Annunziata, che già nel 1750 esporta armi in tutto il mondo; Portici, con la sua reggia e le ville patrizie in confronto alle quali sbiadiscono le più sfarzose residenze d'Europa_ e tutto questo sotto la sferza del Vesuvio. Durante le eruzioni non scappa nessuno, si resta sul posto per spalare la cenere che il vulcano accumula sui tetti delle case, per spegnere gli incendi, per riparare il bestiame, per salvare le città.

Ma dal secondo dopoguerra in poi la situazione cambia clamorosamente. A seguito dell'apparente "spegnimento" del vulcano (l'ultima fumarola visibile a valle risale alla fine degli anni Cinquanta), l'area conosce un abominevole sviluppo: si gonfia con centinaia di migliaia di persone che si insediano sempre più in alto, verso i crateri o, addirittura, dentro i crateri. Ognuno vuole vedere in questa fittissima urbanizzazione delle pendici vesuviane quasi la garanzia dello spegnimento definitivo del vulcano, e la parola "eruzione" diventa tabù: un sinonimo di sicura e improvvisa morte. Un evento dal quale salvarsi con la fuga. Ma, stante questa percezione del rischio, cosa succederebbe se oggi, ad esempio, apparisse improvvisamente di nuovo il celebre "pennacchio" sulla cima del Vesuvio? Gli scenari prospettati dagli studiosi sono drammatici: panico generalizzato; strade e marciapiedi completamente invasi dalle automobili; completa paralisi dell'autostrada Napoli-Salerno e della Strada Statale 18; risse e scontri a fuoco presso i distributori di carburante, nelle stazioni ferroviarie, sulle banchine del porto; ambulanze e altri automezzi di soccorso bloccati nel traffico; morti e feriti causati da infarti, da schiacciamenti fra la folla impazzita, da conflitti a fuoco, da investimenti. Per prevenire una simile situazione sarebbe necessaria, in primo luogo, una campagna d'informazione che restituisse alle popolazioni vesuviane l'esatta percezione del fenomeno "eruzione", e quindi un piano d'emergenza che permettesse loro di poter convivere con un vulcano in attività manifesta, garantendo, allo stesso tempo, il rapido allontanamento dall'area qualora si dovessero prevedere fenomeni pericolosi quali, ad esempio, il surge o il lahar. In realtà, analizzando ciò che è stato fatto nell'area vesuviana nel campo della protezione civile, non c'è da essere molto ottimisti.