Vesuvio: La catastrofe annunciata
La violenza di un'eruzione dipende sostanzialmente dalla composizione del magma. Gran parte dei 600 vulcani attivi della Terra è caratterizzata da un magma povero di silice: insieme ai gas, esso sgorga liberamente da fenditure nella roccia. Non è così per il Vesuvio: il magma, ricco di silice, esplode affiorando in superficie. Nonostante la loro violenza, anche le eruzioni del Vesuvio hanno provocato pochissime vittime, eccezion fatta per quelle del 79 d.C. e del 1631. Non è un caso: queste date, infatti, inaugurano un nuovo ciclo vulcanico dopo un periodo di quiete durato secoli; in altre parole, queste due eruzioni trovarono la popolazione completamente impreparata ad affrontarle. L'eruzione del 79 d.C. è emblematica di quanto stiamo dicendo.
Agli inizi dell'anno 79 dopo Cristo, gli abitanti di Pompei cominciano a osservare strani bagliori sulla sommità del Vesuvio: verosimilmente, solo qualcuno li collega con i frequenti terremoti che ormai da 16 anni stanno martellando la zona, e solo qualcuno ricorda Strabone, o Diodoro Siculo che, un secolo prima, affermavano che il Vesuvio fosse un vulcano. Ma queste preoccupazioni passano in secondo piano in quella che è una delle città più prospere e frenetiche dell'Impero Romano: 25.000 residenti, migliaia di forestieri, 118 taverne, centinaia di negozi, un anfiteatro con 16.000 posti, quattro mercati, decine di bordelli e altrettante bische, un porto sempre strapieno di navi provenienti dalla Libia, dall'Egitto, dalla penisola Iberica, cariche di spezie, d'argento, di tessuti, di schiavi. E poi strade lastricate, archi trionfali, terme, ville più sfarzose di quelle di Roma, superbi affreschi, il tempio di Giove, di Iside, d'Ercole, di Apollo… Pompei la grande. Pompei dell'immensamente ricco banchiere Gaio Quinto Balbo. Pompei la crapulona, osannata da Marziale…
È sopra questa Pompei che, il 24 agosto del 79 d.C. si erge dalla sommità del Vesuvio il simbolo della catastrofe: l'enorme nube nera a forma di pino. Sedici anni più tardi, nel 95 d.C., lo storico latino Tacito scriverà all'amico Plinio Cecilio Secondo per avere notizie "di prima mano" sulla sorte di Gaio Plinio Secondo, l'insigne naturalista e ammiraglio della flotta a Miseno, del quale l'amico era nipote. La risposta di Plinio Cecilio, i ritrovamenti archeologici e le analisi geologiche hanno permesso di ricostruire con esattezza ciò che avvenne alle falde del Vesuvio, in quell'agosto tremendo del 79 dopo Cristo. La nube nera, composta di ceneri e lapilli, non più sostenuta dall'impeto dell'eruzione, "crolla" addosso ai fuggitivi, gettando nelle tenebre i terrorizzati pompeani.
"Si fece notte. Non però come quando non c'é luna, o il cielo è ricoperto, ma come a luce spenta, in ambienti chiusi" scriverà a Tacito Plinio Cecilio "Avresti potuto sentire i cupi pianti disperati delle donne, le invocazioni degli uomini: alcuni con le grida cercavano di richiamare ed alle grida cercavano di rintracciare i genitori, altri i figli, altri i coniugi rispettivi; gli uni lamentavano le loro sventure, gli altri quelle dei loro cari; taluni per paura della morte si auguravano la morte. Molti innalzavano le mani agli dei; nella maggioranza si formava, però, la convinzione che ormai gli dei non esistessero più e che quella notte sarebbe stata eterna e l'ultima del mondo".Poi da questa nube cominciano a cadere anche pietre corrose dal fuoco, mentre violenti terremoti scuotono la città. Il movimento della terra è tale, dirà Plinio Cecilio, che i carri non riescono ad avanzare, mentre le navi, trovando i fondali improvvisamente innalzati, s'insabbiano senza riuscire a salpare.
In preda alla disperazione, la popolazione di Pompei s'incammina verso Nocera. In città restano i vecchi, i malati, gli schiavi e i cani incatenati: moriranno tutti entro poche ore, con i polmoni pieni di ceneri o soffocati dai gas che esalano dal materiale eruttato. Il giorno dopo il vulcano sembra essersi acquietato: scomparsa la nube, il cielo torna a essere terso mentre lontani boati sotterranei sembrano indicare il passato pericolo. Ma è solo l'inizio della fine. A qualche chilometro di profondità, enormi masse di magma estremamente viscoso e ricchissimo di gas stanno per entrare in attività: di lì a poco, dall'interno del condotto vulcanico saranno "sparate" verso l'alto a una velocità quasi doppia di quella del suono, e formeranno una colonna di materiale piroclastico alta 30 chilometri. Ma intanto nell'area vesuviana tutto sembra tranquillo. Questo spinge la popolazione di Pompei a rientrare nelle proprie abitazioni, forse per recuperare i beni abbandonati durante la fuga precipitosa, o qualche moneta d'oro, un pezzo di pane, un panno… Poi, l'esplosione. In pochi secondi la città di Pompei viene investita dal surge: una nube ardente composta da ceneri, pomici e gas viene vomitata dalla sommità del cratere. "Una nube nera, terrificante, lacerata da lampeggianti soffi di fuoco che si esplicavano in linee sinuose e spezzate; si squarciava emettendo fiamme dalla forma dei fulmini; avevano l'aspetto dei fulmini ma erano più grandi" la descriverà Plinio Cecilio che osservava il fenomeno a più di 20 chilometri di distanza.
La sorte per i pompeiani è segnata. Verosimilmente i loro ultimi attimi sono identici a quelli vissuti dagli amici di Léon Compere-Léandre, uno dei due soli sopravvissuti al disastro vulcanico di Saint Pierre: "Stavo seduto sulla soglia della mia casa quando sentii soffiare un vento terribile, la terra cominciò a tremare e il cielo si oscurò. Mi girai, e con enorme difficoltà superai i tre scalini che mi separavano dalla stanza. Sentivo le braccia, le gambe, tutto il corpo che bruciava. Mi lasciai cadere su un tavolo. Nello stesso momento altre quattro persone cercarono rifugio nella mia stanza contorcendosi e piangendo per le ustioni, sebbene sembrasse che i loro vestiti non fossero toccati dalle fiamme. Io mi alzai ed entrai in un'altra camera dove trovai il signor Delavaud disteso sul letto, morto. Era paonazzo, tutto gonfio, ma i suoi vestiti erano intatti. Mi sembrò d'impazzire e sopraffatto mi buttai sul letto, inerte, ad aspettare la morte. Ritornai in me un'ora dopo quando vidi il letto in fiamme. Con le poche forze che mi rimanevano, le gambe sanguinanti e coperto di ustioni, mi incamminai lontano da Saint-Pierre". E questo accadeva a 8 chilometri di distanza dal cratere vulcanico. Le persone più prossime all'origine della nube, invece, non hanno avuto nemmeno il tempo per soffrire: dei loro corpi non è rimasto più nulla. A Saint Pierre, come a Pompei, in un'area vastissima non si è ritrovata neanche una scheggia di legno. Un destino altrettanto atroce è riservato agli abitanti di Ercolano: il lahar. All'eruzione vulcanica, infatti, seguono spesso piogge torrenziali, la cui formazione viene determinata dalla presenza, nell'atmosfera, di innumerevoli nuclei di condensazione. Sotto l'azione convergente dell'acqua piovana e dei terremoti che ancora scuotono il vulcano, i depositi piroclastici incoerenti accumulatisi lungo le pendici del Vesuvio scivolano a valle, in una valanga inarrestabile che travolge la città di Ercolano.
Tutto viene sepolto da 25 metri di fango. Scompare così la Villa dei Papiri, scompare l'anfiteatro, scompare la basilica. Scompaiono migliaia di abitazioni, 15.000 abitanti, le strade, il porto, la cultura di una delle più raffinate città dell'Impero Romano. A differenza dei pompeiani, gli ercolanesi sanno che stanno per morire: vedono che il fiume di fango che da ore scorre dal Vesuvio tra non molto li sommergerà per sempre. E cercano la fuga per mare. La zona dove sorgeva il porto apparirà agli archeologi, 19 secoli dopo, disseminata di scheletri che si accalcano intorno a una barca. Non abbiamo testimonianze scritte sulla distruzione di Ercolano ma, forse, le parole di qualche scampato al disastro non sarebbero state molto diverse da quelle di Diego Guzman, uno dei pochi sopravvissuti della città di Armero, seppellita il 13 dicembre 1985 dal lahar prodotto dall'eruzione del Nevado Ruitz: "Eravamo riuniti a tavola per la cena quando sentimmo il boato, l'arrivo della valanga. Sono corso alla porta e lì la piena mi ha sorpreso. Era un fiume caldo e gommoso. Aggrappandomi alla porta per non essere travolto, ho visto il muro della mia casa dapprima inflettersi poi crollare addosso alla mia famiglia. In un attimo li ho visti spazzati via da un'onda nera. Disperatamente ho afferrato la mano di mia figlia. Poi anche io sono stato portato via dalla furia del fango. Sono stato estratto 2 chilometri più a valle. Avevo tutte le ossa fratturate ma continuavo a stringere la mano di mia figlia. Ma mia figlia non c'era".