Disastri e Terzo Mondo

Un mondo di disastri

 Il perché del disastro

Il ricatto dell'Occidente

L'agrobusiness

Neanche la notizia

 

 

Nonostante il vorticoso avanzare di tecniche e di conoscenze che avrebbero dovuto rendere più sicura l'esistenza umana, i disastri continuano a costituire una palpabile e gravissima minaccia per centinaia di milioni di persone mentre il loro impatto sta conoscendo, addirittura, un progressivo aggravamento.

Un mondo di disastri

Le cifre elaborate dalle Nazioni Unite sono davvero sconfortanti: Nel quinquennio 1985-1990 ben 574 milioni di persone sono state gravemente coinvolte in disastri mentre, dal 1960 al 1990, si è verificato un incremento annuale stimabile intorno al 6% delle vittime di disastri. Sono, cioè, sempre di più i morti, gli invalidi permanenti, i feriti, i senzatetto... provocati da eventi subitanei quali terremoti, eruzioni, inondazioni, siccità, incidenti industriali, carestie, sciami di insetti... Se poi si va ad analizzare dove si verificano i disastri la causa sociale e politica di questi balza subito agli occhi: il 95% delle vittime di disastri si registrano nei cosiddetti "paesi in via di sviluppo" mentre solo il restante 5% è localizzato nei paesi a capitalismo avanzato (che pure presentano una densità demografica molto più elevata del primo gruppo di paesi).

Nei paesi poveri questa continua strage provocata dai disastri (che solo sporadicamente riesce a conquistarsi un pezzettino di spazio nei nostri mass-media) aggrava ulteriormente la situazione economica già precaria dei paesi colpiti provocando un gravissimo esodo di risorse e di intelligenze: basti pensare ai 300.000 pakistani esodati nei paesi del Golfo Persico a seguito del ciclone del 1988 o alle centinaia di migliaia di senegalesi e mauritani dispersi in Europa a seguito della progressiva desertificazione dei loro paesi. Ma i disastri manifestano i loro effetti anche a lunga scadenza aggravando la situazione del debito con i paesi ricchi come è il caso dei paesi dell'America Latina che arrivano a spendere dal 2 al 3 per cento del loro non certo florido Prodotto Nazionale Lordo per far fronte alle emergenze determinate dai disastri o della Repubblica Popolare Cinese nella quale il 15% del Prodotto Nazionale Lordo deve essere speso annualmente per contrastare il progressivo degrado territoriale.

Da questo punto di vista i disastri possono determinare una dinamica degenerativa di cui solo adesso si comincia a valutare la gravità. E se si pensa che, per far fronte a questa situazione e al progressivo indebitamento internazionale, buona parte dei paesi poveri non trova altra soluzione che vendere ai paesi ricchi le proprie risorse naturali (così come è stato ieri per le foreste dell'Indonesia o del Borneo e oggi per l'Amazzonia), producendo così un ulteriore degrado ambientale, lo scenario per i prossimi anni non potrà che apparire tenebroso.

Il perché del disastro

Ma cosa ha determinato e continua a determinare questa situazione? I motivi sono molti e strettamente connessi al meccanismo economico che regola oggi il cosiddetto "sviluppo"; tra questi i più significativi sono certamente l'eccessiva antropizzazione di territori sottoposti a turbolenza ambientale elevata, l'insediamento di megalopoli e il trasferimento di tecnologie inadeguate o pericolose.

Per quanto riguarda il primo punto va detto che la presenza di comunità umane in aree nelle quali si verificano calamità naturali non è certamente un fenomeno recente essendo antica quanto la storia dell'umanità. Le aree vulcaniche, ad esempio, sono popolate da millenni grazie alla elevata fertilità del suolo; stessa cosa vale per le aree adiacenti i fiumi o esposte ai monsoni, sottoposte a periodiche alluvioni ma ricche di acqua e -percio'- fertili. Ma la urbanizzazione di queste aree ha oggi raggiunto dimensioni preoccupanti; basti pensare che negli ultimi 8 anni sono state evacuate a seguito di allarmi determinati da vulcani più persone di quante siano state evacuate nel corso degli ultimi due millenni; 93.000 evacuati dell'area di Galungung nel 1982, 83.000 evacuati dell'isola di Java nel 1984, 48.000 evacuati dell'area di Amak-Ranakad nel 1988... sono situazioni che fanno testo a tale proposito. Le stesse recenti alluvioni stanno facendo registrare un numero di vittime incredibilmente alto mentre aree periodicamente inondate dai fiumi o dalle piogge (com'è per l'area del Cairo o del Bengala Orientale) hanno raggiunto livelli di urbanizzazione inaccettabili e che, verosimilmente, potranno determinare in un non lontano futuro gravi disastri.

Ma, al di là della loro presenza o meno in territori sottoposti a rischio ambientale, le conformazioni urbane stanno raggiungendo oggi livelli altissimi di rischio determinati esclusivamente dalla loro spropositata grandezza. Secondo proiezioni effettuate dall'UNESCO, tra appena dieci anni il 50% della popolazione mondiale vivrà in città e sarà concentrato nello 0,4% della superficie terrestre. Questa progressiva urbanizzazione interesserà principalmente i paesi in via di sviluppo che già oggi presentano situazioni urbane al limite del collasso come le megalopoli di Città del Messico (30 milioni di abitanti), Lagos (10 milioni), Manila (9 milioni). Questo gigantismo determina livelli altissimi di congestionamento che impedisce una attenta pianificazione e che produce una crescita anarchica della città con tutti i pericoli che questo comporta. Altrettanto gravida di rischi è poi la totale dipendenza, della magalopoli, per quanto riguarda l'approvvigionamento di derrate e di energia, a territori sempre più vasti e sempre più lontani per raggiungere i quali c'è bisogno di sempre più energia e di reti e sistemi sempre più complessi, sempre più vulnerabili; da cio' la possibile interruzione di una di queste reti con la conseguente morte per fame di milioni di persone.

Il ricatto dell'Occidente

Lo stesso trasferimento, in molti casi l'imposizione di tecnologie pericolose o inadatte verso i paesi in via di sviluppo sta provocando un numero incredibilmente alto di disastri, di cui l'episodio di Bhopal (15.000 morti) non è che la punta dell'iceberg. L'aumentata popolarità nei paesi sviluppati delle tematiche ecologiche (con la conseguente imposizione di più severe norme di sicurezza e il divieto di determinate produzioni) e la ricerca di manodopera a basso costo stanno spingendo verso una sempre più accentuata localizzazione di produzioni pericolose nei paesi poveri dove, per una manciata di soldi è possibile comprare la complicità delle autorità e delle popolazioni. A questo va aggiunta l'imposizione di tecnologie inadatte imposte dai paesi ricchi e che determinano nei paesi poveri, oltre ad una dipendenza sempre crescente, altissimi rischi. Valga per tutti l'esempio dell'agrobusiness .

L'agrobusiness

Attualmente i paesi occidentali godono di una disponibilità alimentare come mai in passato: la produzione agricola risulta, rispetto agli inizi del secolo, mediamente raddoppiata e lo spettro della fame o delle grandi carestie (come quelle che ha conosciuto il nostro paese nel 1478, 1543, 1590, 1629...) sembrerebbe destinato ad essere archiviato per sempre. In realtà la situazione nei paesi a capitalismo avanzato ma ancora di più in quelli "in via di sviluppo" presenta dei rischi altissimi.

In tutti i paesi a capitalismo avanzato l'agricoltura ha conosciuto un netto ridimensionamento, con la conseguente diminuzione del numero di addetti e di superfici coltivate, passando da una agricoltura estensiva ad una intensiva. Questo ultimo tipo di produzione agricola si è orientata verso quei prodotti che, pur avendo un relativamente scarso potere nutritivo, garantiscono un alto livello di reddito; ad esempio, in Italia, negli ultimi anni è diminuita la produzione di frumento, riso, granturco, patate... mentre è aumentata quella di agrumi, frutta, tabacco, fiori... A questo progressivo impoverimento (in termini di proteine e di calorie) si fa fronte con una crescente importazione di prodotti vegetali e di carne dai paesi esteri ai quali vengono spesso imposte monocolture che determinano gravi disastri ecologici (è il caso della distruzione delle foreste amazzoniche che vengono distrutte per lasciare il posto a sconfinati allevamenti di bovini). Parallelamente a questo processo di sfruttamento del suolo agricolo su scala mondiale (che comporta, tra l'altro un grosso spreco di energia e gravi problemi ecologici) si aggiungono due fattori che potrebbero determinare disastri a breve scadenza: la progressiva dipendenza dell'agricoltura dall'industria chimica e il processo di selezione del germoplasma.

L'agricoltura moderna ha, quasi dovunque, abbandonato i millenari sistemi di concimazione naturale come la rotazione agraria, l'utilizzo del letame o la differenziazione delle specie coltivate, affidando le sue sorti all'industria chimica. Ad una prima analisi l'ingresso dell'industria chimica nell'agricoltura ha garantito un alto livello di redditività e quindi di benessere altissimi; questa iperproduzione agricola si basa, comunque, su una crescente dipendenza da prodotti chimici come i fertilizzanti inorganici azotati e gli insetticidi che, oltre a determinare gravi problemi di inquinamento delle falde freatiche e degli alimenti stessi, producono un crescente insterilimento del suolo e selezionano insetti sempre più resistenti. Va da sè che queste situazioni vengono fronteggiate immettendo quantità sempre crescenti di nuovi fertilizzanti e nuovi insetticidi. Èuna situazione gravida di conseguenze disastrose che potrebbero manifestarsi quando, ad esempio, una impennata dei prezzi del petrolio (prodotto base per la produzione di fertilizzanti e insetticidi) rendesse inaccessibili ai contadini dei paesi poveri le sempre crescenti necessità di questi prodotti. Ma una situazione ancora più pericolosa potrebbe essere determinata dal frenetico processo di selezione del germoplasma.

 

Delle 300.000 specie di vegetali superiori ben 5-600 risultano essere commestibili per l'uomo ma oggi il 95 per cento del nostro fabbisogno alimentare complessivo è affidato a soli 30 tipi di piante; almeno i tre quarti della dieta mondiale è basata su sole 8 colture mentre riso, mais e sorgo coprono da soli il 50% del fabbisogno alimentare mondiale. Questo progressivo processo di restrizione del patrimonio alimentare non dipende più soltanto dalla facilità di coltivazione o di conservazione degli alimenti ma è stato imposto dai detentori dell'agrobusiness e cioè dalle multinazionali che, sulla scia della "rivoluzione verde" imposta negli anni '50 e cioè la coltivazione di specie vegetali "particolarmente produttive" (in realtà bisognose nel tempo di dosi sempre crescenti di fertilizzanti e pesticidi) controllano oggi il mercato mondiale dei semi (il 67 per cento dei semi impiegati oggi è coperto da brevetto) che producono piante rigogliose ma -per evidenti motivi commerciali- sterili. I risultati di questa politica hanno determinato la quasi totale distruzione del patrimonio genetico delle specie alimentari e oggi, ad esempio, il 70 per cento della produzione agricola mondiale di mais è affidata a sole sei varietà; in Canada il 70 per cento del prodotto nazionale dipende da appena 4 varietà di frumento e 3 di orzo; la quasi totalità del lino e della colza dipende oggi da sole 4 varietà; in Egitto, addirittura, dove esisteva una infinita varietà di cipolle, questa è oggi presente in un unica specie. Questa situazione presenta enormi rischi in quanto è messa in discussione quella che è stata la principale risorsa della natura nella lotta per la sopravvivenza: la diversità; e oggi sterminati appezzamenti di monocolture agricole (ma lo stesso discorso potrebbe essere fatto per gli animali da allevamento) devono la loro sopravvivenza esclusivamente alle incessanti e costosissime cure dell'uomo per difenderle da qualche condizione climatica imprevista o da qualche insolito parassita.

Questa alta vulnerabilità dell'agricoltura manifesta tutta la sua gravità davanti ad un evento improvviso e inusuale come una brusca variazione climatica, un momentaneo abbandono delle terre, un nuovo parassita... l'evento allora si trasforma in un disastro e per il contadino (se non muore prima di fame) non resterà altra soluzione che andare a mendicare un posto di salariato in qualche latifondo o emigrare verso la sempre più gigantesca metropoli. Di fronte ad una situazione così drammatica, il ruolo degli organismi internazionali preposti al soccorso (come l'ONU, la Croce Rossa, l' OXFAM...) inevitabilmente risulta insufficiente. Tra l'altro recentemente le agenzie delle Nazioni Unite delegate ad intervenire in situazioni di emergenza come l'UNDP, l'UNDRO, l'UNICEF, l'Agenzia per i Profughi... e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità hanno conosciuto ingenti tagli di bilancio e hanno dovuto affidarsi prioritariamente alle sottoscrizioni pubbliche per assistere le vittime dei disastri. Ma affidarsi all'opinione pubblica per racimolare denaro rischia di istituzionalizzare le clamorose discrasie tra disastro e disastro operate dai mass media.

Neanche la notizia

Nella società moderna la percezione della realtà avviene attraverso i mass media, e un evento che non viene riportato dal telegiornale o dai principali quotidiani è come se non fosse mai esistito. Ma questa considerazione deve essere rapportata al fatto che, secondo statistiche elaborate dall'UNESCO, il 92% delle notizie che in tutto il mondo vengono diffuse via etere ogni anno riguarda il solo mondo occidentale, l'85% riguarda soltanto 10 nazioni occidentali mentre il 75% delle notizie riguarda soltanto un area occupata da poco più di 220 milioni di persone, su una popolazione mondiale di circa 8 miliardi. È abbastanza evidente come questo dato ostacoli o addirittura infici il lavoro degli organismi internazionali che raccolgono fondi per soccorrere le popolazioni colpite da calamità.

Ad esempio, tutti abbiamo messo mano al portafogli per inviare qualche soldo alle centinaia di bambini rumeni denutriti o alle migliaia di bambini armeni vittime del catastrofico terremoto del 1988. Le loro facce, del resto, hanno troneggiato per giorni e giorni sui nostri teleschermi. Ma quanti tra noi sapevano che, proprio nei giorni in cui si abbatteva il disastroso terremoto in Armenia (25.000 morti) in Bangla Desh un ciclone si portava via qualche cosa come 240.000 persone? o che nel gennaio di quest'anno un altro disastroso ciclone in Indonesia uccideva 15.000 di persone?

Per collegarsi al sito delle Nazioni Unite dedicato ai disastri che, purtroppo, si abbattono quotidianamente sul terzo Mondo cliccate sulla Terra