Dal disastro alla catastrofe
Il termine disastro (formato dalla congiunzione di astrum = stella e dal suffisso negativo dius) comincia ad apparire in Europa intorno al sedicesimo secolo: ne troviamo per la prima volta traccia nel Tractactus maleficii di Angelo Gabiglioni detto l'Aretino. Contemporaneamente compaiono nella lingua provenzale e spagnola i termini malastre e desastro. Disastro, quindi sta a indicare la "cattiva stella", la sfortuna.
Il termine catastrofe, invece (che deriva etimologicamente dal greco stroe = che si volge, e kata = in giù), fu utilizzato da Aristotele nel suo Poetica IX per indicare nella ripartizione della tragedia (della quale costituiva la terza e ultima parte): "un'azione che reca seco rovine e dolori". Almeno dal diciottesimo secolo in poi, però, questo termine è utilizzato come sinonimo di collasso, crollo, e in molte lingue tra cui l'italiano, indica l'esito conseguente a una rottura della stabilità strutturale di un sistema: oltre a una valenza etica ed estetica di segno negativo, quindi, nel termine è contenuto anche un senso di irrimediabilità o irreversibilità del fenomeno.
Oggi esiste, quindi, una gerarchia tra i due termini, accettata quasi plebiscitariamente dagli studiosi: con "disastro" si identifica un evento che pur provocando un certo danno, ha conseguenze che possono essere riassorbite dal sistema in un lasso di tempo relativamente breve senza che in quest'ultimo vengano immessi elementi disgreganti; con "catastrofe", invece, si indica un evento che produce un totale scompaginamento dei codici del sistema, colpendolo così profondamente da determinarne il collasso, spesso la scomparsa. _ una distinzione che non dipende dalla vastità in sé dell'evento, ma dalla vulnerabilità strutturale del sistema colpito.
Un esempio ci è dato dal confronto tra due eventi simili: l'epidemia della Morte Nera, che devastò l'Europa nel quattordicesimo secolo, e un'altra infezione (probabilmente morbillo), che colpì le popolazioni amerindie nel quindicesimo. Nonostante il maggior numero di vittime provocato dalla Morte Nera, quest'epidemia fu rapidamente assorbita dalla società europea: in poco più di una generazione, il vuoto demografico fu colmato e, forse, se non fosse stato per Boccaccio e pochi altri letterati, questo disastro sarebbe addirittura scomparso dalla memoria collettiva. La dinamica dell'altra epidemia, invece, fu davvero "catastrofica": nel giro di due generazioni, il numero degli Amerindi fu ridotto da 90 milioni di individui a 12 milioni, e la strage contribuì a spazzar via per sempre una delle più progredite civiltà della Terra gettando nella disperazione la popolazione già oppressa dai conquistadores e precipitandola, quasi dovunque, nella più totale abiezione, cancellando persino il ricordo dell'antica grandezza.
Perché le società amerindie, al contrario di quelle europee, non superarono la prova? Dal punto di vista strettamente biologico, uno dei motivi principali fu costituito dal differente tasso di natalità: in passato, le popolazioni europee erano estremamente prolifiche, coppie che mettevano al mondo otto-dieci figli costituivano la norma anche se buona parte di questi bambini era destinata a morire presto per mancanza di nutrimento e di cure. Le popolazioni amerindie, invece, erano caratterizzate da un basso tasso di natalità, cosa che impedì loro di "riempire" rapidamente i vuoti lasciati dall'epidemia.
Un altro motivo fu probabilmente la differente vulnerabilità biologica alle malattie: mentre gli Europei sono sempre stati in contatto con altri popoli di diversa origine (asiatica e africana), il totale isolamento degli Amerindi dal resto della popolazione del pianeta è durato circa 30.000 anni, e anche le singole tribù, distribuite in bacini scarsamente comunicanti, hanno mantenuto a lungo un relativo isolamento. Ciò deve aver determinato in queste popolazioni un'insufficiente circolazione di materiale genetico e una crescente incapacità difensiva del sistema immunitario. In altri termini, gli Amerindi non erano stati "temprati" da altre infezioni, e il morbillo fu solo la prima delle malattie che cominciarono a falcidiarli.
Un'altra ragione della diversa risposta dei due popoli a eventi analoghi, è costituita dalla vulnerabilità culturale. Gli Amerindi conducevano un'esistenza abbastanza "tranquilla", se paragonata ad altre popolazioni antiche: coltivavano mais e varie specie di tuberi, vegetali che escludono il verificarsi di carestie e che richiedono un basso sforzo agricolo, e quindi culturale. Si può dire invece che le popolazioni europee fossero quasi "abituate" alle carestie, così come erano abituate a convivere con epidemie, invasioni, guerre, saccheggi_ Il trauma psicologico e culturale determinato dalle devastazioni della Morte Nera non deve essere stato poi così diverso da quello che gli Europei si trovavano a sopportare ciclicamente. Da qui la sostanziale "tenuta" della società europea, che si trovò a fronteggiare, come problema straordinario, solo quello dell'epidemia, a differenza della società amerindia che, oltre alla sconosciuta tragedia dell'infezione, doveva subire l'impatto schiacciante di uno scontro culturale e fisico con i gruppi, misteriosi e aggressivi, dei conquistatori.
Era probabilmente inevitabile che l'Europa riuscisse ad assorbire l'impatto dell'epidemia senza che, al suo interno, si creassero fenomeni degenerativi analoghi a quelli che sconvolsero invece definitivamente la società amerindia.
Un altro esempio del confine tra "disastro" e "catastrofe" può venirci dalla Grande Fame, la carestia che spopolò l'Irlanda nel secolo scorso. In questa nazione la sopravvivenza della stragrande maggioranza della popolazione si reggeva su un solo alimento: la patata, una pianta che, crescendo sottoterra, riusciva a superare le gelate, e la cui coltivazione, anche a seguito della politica dei latifondisti inglesi, era stata imposta ovunque. Generalmente, una monorisorsa (o una monocoltura) garantisce un alto tasso di redditività soprattutto quando esiste un mercato da monopolizzare, ma la vulnerabilità di un sistema così strutturato espone la società a rischi altissimi. Anche in Irlanda, dunque, la monocoltura della patata, come tutte le monocolture, garantì inizialmente ottimi risultati, e la popolazione dell'isola crebbe al pari del benessere, passando dai circa 4 milioni del 1795 agli 8 milioni del 1844. In quell'anno, però, le patate furono attaccate dalla Phytophtora infestans, un parassita fungino, e il raccolto andò irrimediabilmente perduto. Negli anni che seguirono, più di un milione di irlandesi morì letteralmente di fame, un altro milione e mezzo emigrò nell'America settentrionale mentre altrettanti emigrarono in Gran Bretagna.
Le carestie non erano certo una novità in Europa, dove, comunque, non sembrano aver lasciato tracce di rilievo. Non così in Irlanda che, ancora oggi, continua a essere un paese spopolato e povero proprio a causa della Grande Fame del 1844: quella terribile carestia aveva impedito, infatti, che le attività sorte nel resto d'Europa con lo sviluppo del capitalismo si strutturassero anche nell'isola.
Analogamente, in tutto il mondo, molte società sono oggi altamente vulnerabili poiché basano la loro economia su una monorisorsa, sia essa agricola o energetica. Interruzioni nell'approvvigionamento del petrolio, ad esempio, determinerebbero in molti dei Paesi a capitalismo avanzato una paralisi pressoché totale del sistema produttivo, distributivo e agricolo, e la conseguente morte per fame della stragrande maggioranza della popolazione. Non solo: oltre a questa vulnerabilità dipendente dalla disponibilità di un'unica risorsa, le società industriali mostrano oggi una vulnerabilità intrinseca, determinata dal gravitare dell'intera società intorno a pochi centri metropolitani.