Fatta
la chiave, trovato l’inganno
di
Francesco Santoianni
Pubblicato su Newton gennaio 2000
(per gentile concessione della Rivista)
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Il più grande è stato Alexandre Marius Jacob. Autoproclamatosi “ladro
dei ladri”, nessuna cassaforte riusciva a resistergli e questo anarchico che
imperversò nella Parigi di fine secolo (ispirando a Maurice Leblanc il
personaggio di Arsene Lupin) ancora oggi è considerato una sorta di “angelo
custode” dagli scassinatori. I serraturieri, dall’altra parte, si tengono
stretto il loro protettore - Sant'Eligio - che, nel settimo secolo, si distinse
per la sua abilità nel costruire forzieri.
La lotta tra serraturieri e scassinatori va avanti da cinque mila anni,
da quando, cioè, è stata inventata la chiave. La prima doveva consistere in un
semplice bastone di legno ricurvo che infilato in una fessura della porta
permetteva di spostare, dall’esterno, una spranga posta sul lato interno. Col
tempo il ferro ha preso il posto del legno e qualcuna di queste primordiali
“chiavi” è giunta fino a noi. Ma, nonostante le loro curvature, che si
infilavano in percorsi scavati nella porta, queste “chiavi” non dovevano
costituire un grande ostacolo agli scassinatori visto che già 4000 anni anni fa
in Mesopotamia, come attestato dagli scavi nel tempio di Sargon a Khorsabad, si
costruivano serrature basate su un sistema perpetuatosi fino ai nostri giorni:
una chiave, costituita da un certo numero di puntali disposti a pettine, poteva
ruotare, e quindi azionare la molla che faceva slittare il piolo di fissaggio,
soltanto in una serratura con impronta speculare. Sembrava che il meccanismo
garantisse una assoluta sicurezza ma gli scassinatori si affrettarono a
costruire ferri uncinati che infilavano e ruotavano nelle scanalature della
serratura; erano nati i grimaldelli che, ancora oggi, costituiscono lo strumento
principe di ogni “topo” (di albergo o di appartamento) che si rispetti.
L’utilizzo dei grimaldelli doveva essere molto diffuso nella Roma
imperiale, considerando gli sforzi dei "magistri
clavarii" (serraturieri) che si affrettarono ad inventare
svariati meccanismi di bloccaggio, quali quello a rotazione, a doppia spinta, a
sollevamento... Prodotte inizialmente con la forgiatura, ribattendo cioè il
ferro arroventato per fargli assumere la forma desiderata, le prime chiavi erano
costituite da numerosi puntali e pesavano talmente tanto che uno schiavo, detto portiarius,
era incaricato di portarle sempre appresso al padrone. Più tardi la tecnica,
detta “a cera persa”, effettuata colando in uno stampo il bronzo o il ferro
fuso, permise di realizzare una piccola chiave, detta sigillo,
destinata, per lo più, ai forzieri delle case dei patrizi. Il sigillo,
sostanzialmente un anello con un pettine da infilare nelle guide
della serratura, serviva in alcuni casi come timbro da imprimere sulla cera
applicata ai documenti e ha dato origine ad una usanza giunta fino a noi; i
ricchi Romani, infatti, usavano regalare l'inusuale anello alla propria moglie
il giorno delle nozze a delega della gestione finanziaria familiare e a
dimostrazione di stima e di fiducia (fides).
Da questa tradizione sarebbe nata l'origine dello scambio degli anelli, detti,
appunto, “fedi”, durante la cerimonia nuziale.
Le serrature romane dovettero dare talmente tanto filo da torcere agli effractores
(ladri con scasso dell’epoca) che questi, messi da parte i grimaldelli, si
specializzarono nello svellere i chiavistelli delle porte (claustra
perfringere). Per questo scopo furono realizzati i dolabra
(speciali attrezzi demolitori); uno di questi, l’extractor,
composto da una serie di viti senza fine e corone dentate riduttrici,
era capace, con l'ausilio di tiranti applicati con ganci alla piastra, di
schiodare la serratura con il minimo sforzo e, soprattutto, senza molto rumore.
La diffusione di questo strumento di scasso finì col consigliare ai proprietari
di mettere le serrature al riparo installandole in un apposito alloggiamento
ricavato, all'interno della porta.
Nel medioevo la serratura conosce una netta involuzione; solo nel
sedicesimo secolo tornerà a quella perfezione meccanica conosciuta dai Romani.
E, con la diffusione di quelli che ci si illudeva essere inespugnabili forzieri,
ritornano gli scassinatori. Ad esempio, Benvenuto Cellini. “Ogni
serratura difficilissima io sicuramente aprirrei, e maggiormente quelle di
prigione, le quale mi sarebbono state come mangiare un poco di cacio fresco”
afferma nelle sue memorie questo artista fiorentino passato alla Storia per la
sua abilità nel lavorare il metallo e per le innumerevoli attività criminali.
Nel sedicesimo secolo la diffusione della serratura a combinazione e la
conseguente scomparsa della chiave, (sostituita da dischi che, messi in una
precisa posizione, permettono l’apertura del forziere), rendendo inutili i
grimaldelli, fa sperare che per gli scassinatori sia ormai finita. Ma non è così.
In un verbale di processo tenutosi a Napoli nel 1586 lo scassinatore imputato,
tale Castruccio, rivela come sia possibile, utilizzando la mano sinistra (più
sensibile in quanto, solitamente, meno utilizzata e, quindi, con la pelle meno
spessa e le fasce muscolari meno sviluppate) intercettare i pur piccolissimi
rumori prodotti dal meccanismo di rotazione e identificare così la
combinazione. È una tecnica tramandatasi fino ai nostri giorni e che è stata,
recentemente, integrata dall’utilizzo di microfoni collegati ad una cuffia.
Messa momentaneamente da parte la serratura a combinazione,
l’evoluzione della serratura a chiave conosce capolavori di ingegneria
meccanica, come quelli realizzati dal celebre Jean Lamour, fabbro di Stanislao
Leszczynski, fondatore, in Francia nel 1720, della prima ditta produttrice di
casseforti. Nel diciottesimo secolo la chiave, e quindi la serratura, si
trasforma da manufatto artigianale a prodotto industriale e gli “scoop”
pubblicitari per conquistare nuovi mercati non mancano. Il più famoso è
certamente quello del serraturiere americano Alfred Charles Hobbs che, alla
Grande Esposizione di Londra del 1851, riuscì ad aprire in pochi minuti quella
che era fino ad allora considerata la “inviolabile” serratura a doppia
mappa, ideata dall’inglese John Chubb. Da allora le sfide per accaparrarsi un
mercato in vorticosa espansione si moltiplicarono portando alla ribalta
serraturieri quali August Fichet, James Sargent (inventore della serratura con
apertura a tempo) e, soprattutto, Linus Yale. Ma nessuna delle pur portentose
imprese di serraturieri che, vincendo le ingenti somme messe in palio,
riuscivano ad aprire casseforti presentate fino a quel momento come sicure, è
mai riuscita ad offuscare la fama del leggendario Houdini.
Figlio di un rabbino ungherese emigrato negli Stati Uniti, Houdini (il
suo vero nome era Ehrich Weiss) all’età di undici anni, lavorando come
garzone presso un fabbricante di serrature, apprese l’”arte dello scasso”
che grazie alle sue eccezionali capacità raggiunse vette insuperabili. Le sue
gesta hanno dell’incredibile. A Mosca, il 18 aprile1903, per conto dei
banchieri Kirhoff, affrontò una cassaforte della quale era andata persa la
combinazione. Per otto anni tutto, tranne la dinamite, era stato tentato per
aprirla, Houdini ci riuscì in poche ore. L'11 maggio un'altra sensazionale
impresa: la fuga dalla “Carezza d’acciaio”: una inumana carrozza di ferro
usata dalla polizia zarista per deportare i prigionieri in Siberia. Alla
esibizione non furono ammessi né giornalisti né fotografi e l’unico
resoconto è quello scritto dallo stesso Houdini. <<Condotto nella tetra
Butirskaya, la più sicura delle prigioni di Mosca, fui steso nudo su un tavolo
dove fui ammanettato e perquisito attentamente da due poliziotti; infine, sempre
nudo e ammanettato, fui scortato nel gelido cortile della prigione. Qui, si
trovava la “Carezza d’acciaio”: sembrava una grossa cassaforte su ruote;
costituita di pareti d'acciaio, aveva un'unica porta sul retro, con una
finestrella chiusa da barre di ferro. Come concordato, fui chiuso lì dentro
ammanettato e la camionetta fu voltata con il lato che presentava la porta verso
un muro, dopodiché i poliziotti lasciarono il cortile. Quarantacinque minuti
dopo ero libero e, copertomi alla meglio, raggiunsi la folla esultante di
giornalisti e curiosi che si accalcavano fuori la prigione.>>
Come aveva fatto Houdini ad evadere? I suoi biografi hanno ipotizzato che
con grimaldelli ed altri attrezzi (tra i quali, probabilmente, un piccolo
specchio) precedentemente ingoiati era riuscito ad aprire le manette e poi,
costruendo una struttura tubolare, era riuscito ad utilizzarli per attaccare la
serratura della porta. Ma si tratta di supposizioni e il segreto di quella
storica evasione è finito nella tomba con Houdini.
Come, invece, oggi operano oggi gli scassinatori è noto e, grazie ad una
“banca dati” delle principali aziende serraturiere, le loro imprese vengono
attentamente analizzate per realizzare nuove casseforti, caveau bancari,
cassette di sicurezza… Nei pressi di Milano, addirittura, una azienda, la
Sicur Gen, addestra all’”arte dello scasso” funzionari delle forze
dell’ordine e dei servizi di sicurezza che, ogni giorno, si trovano a dover
fronteggiare altrimenti inespugnabili casseforti e porte blindate. Negli Stati
Uniti, poi, dettagliati manuali su come scassinare casseforti o serrature ad
“alta affidabilità” possono essere tranquillamente acquistati - insieme a
grimaldelli, endoscopi, microfoni per metallo…- da chiunque. Chi, invece, non
ha la pazienza e l’abilità di cimentarsi con i grimaldelli può sempre
acquistare (anche tramite Internet) trapani con punta diamantata ad alta
penetrazione o la cosiddetta “lancia termica”: un attrezzo, realizzato con
polveri di alluminio e di ferro, capace di fondere gli acciai al manganese delle
casseforti. Cercando poi negli ambienti giusti è possibile procurarsi
dell’esplosivo. Fino a qualche tempo fa, dopo aver sigillato con nastro
adesivo il perimetro dell’apertura, si faceva scivolare dentro la
nitroglicerina; oggi si preferisce realizzare la cosiddetta “carica cava”,
cordoli a sezione triangolare di esplosivo al plastico, indirizzando l’onda
d’urto verso le cerniere. In entrambi i casi, le migliaia di litri di gas che,
in un decimillesimo di secondo, si espandono, alla velocità di 8.000 metri al
secondo, possono scardinare qualsiasi blindatura.
Ma, esisterà mai una serratura “sicura”, capace di resistere,
poniamo ventiquattrore, ad un qualsiasi scassinatore? Lo abbiamo chiesto
all’ingegnere Adalberto Biasiotti, membro del Comitato di Certificazione per
le casseforti dell'Istituto di Certificazione Industriale, e consulente del
Ministero dell’Interno e di numerosi altri enti. <<Una pur sofisticata
serratura può essere sempre aperta da uno scassinatore dotato di adeguata
tecnologia e di abilità. E in un tempo sorprendentemente breve. Pensi che l’ALOA
(Associated Locksmiths of America,
l’associazione dei serraturieri americani) ha dovuto cambiare il regolamento
dei “Campionati di scasso” che indice annualmente portando da una a tre le
serrature che bisogna aprire in quindici minuti.>>
<<Ma come si fa a violare, ad esempio, la cassaforte di una
banca?>>
<<Naturalmente sono costretto a sorvolare sui dettagli. Dunque,
intanto lo strumento principe resta il grimaldello. Anzi, i grimaldelli perché
devono essere almeno due: il primo, detto “palpatore”, rileva o modifica la
posizione dei meccanismi interni; il secondo, detto “tensore”, fa ruotare il
meccanismo di apertura. Per aprire alcune serrature il “palpatore” è
sostituito dalla cosiddetta “chiave morbida”, per lo più di stagnola, sulla
quale si imprime il profilo della serratura; in altri casi, invece, lo
scassinatore introduce nella serratura una sottile fibra di vetro che, collegata
ad una piccola telecamera, permette di identificare il profilo della
serratura.>>
<<E per quanto riguarda le serrature azionate da componenti
elettronici?>>
<<Sono meno sicure di quanto comunemente si immagina. I sistemi
meccanici hanno una tradizione di almeno quattro mila anni e sono sistemi
lineari, comprensibili, particolari sorprese non ne danno. Non così nelle
serrature con componenti elettronici dove il collegamento tra chiave e sistema
di apertura è mediato da un computer che può essere “accecato” e da un
software che può essere, con alcuni sistemi, intercettato e copiato. Poi ci
sono episodi davvero sconcertanti. Ad esempio, per molti anni è stata tenuta in
commercio una serratura elettronica che garantiva sulla carta ottime
prestazioni; poi si è scoperto che per aprirla bastava azionare nelle sue
vicinanze un accendino piezoelettrico.>>
<<Poi ci sono le serrature a combinazione.>>
<<Certo, basta che la combinazione non sia quella di serie fornita
dalla azienda che ha venduto la cassaforte. A tal proposito, mi sia consentito
rivelarle qui un “segreto”: 25-50-75, 50-50-50, 20-40-60. Queste serie di
numeri sono le combinazioni standard con le quali vengono consegnate al cliente
le casseforti prodotte dalle tre principali aziende di casseforti italiane (che
da sole coprono l’80 per cento del mercato). È sbalorditivo constatare come
in moltissimi casi il cliente, (il quale pure potrebbe cambiare la combinazione
con una certa facilità) per pigrizia mentale o perché non ha capito come si
fa, conservi lo stesso numero. Meglio allora -anche rischiando di fare
inorridire qualche distratto orefice o direttore di banca- divulgare questi
numeri. Tanto gli scassinatori li conoscono già. >>
Siti internet
Manuale degli scassinatori:
http://www.lysator.liu.se/mit-guide/mit-guide.html
Storia delle chiavi:
http://www.servitelit.com/rbantikita/leantichechiavi.htm