Indovina
chi c’è per cena
di
Francesco Santoianni
Pubblicato su Newton settembre 1999
(per gentile concessione della Rivista)
Questo testo è protetto da copyright e non può essere riprodotto senza autorizzazione scritta della Rivista
Oggi, il più famoso è
Annibal Lecter, ma lo psichiatra antropofago, nato dalla penna di Thomas Harris,
è solo l’ultimo di una schiera di cannibali che, dalla strega di “Hans e
Gretel” (una favola, scritta dai fratelli Grimm e nata da un episodio
realmente avvenuto in Germania nel 1400) a Jeffrey Damer, (il “mostro di
Milwakee”, che si è mangiato almeno undici persone), non smettono di
esercitare, su molti, un morboso fascino.
Cane
non mangia cane
“Canis
caninam non est “ .“Cane
non mangia cane . L’Uomo non mangia i suoi consimili” sentenziavano i
Latini. Ma perché? Perché in ogni cultura cibarsi di - pure nutriente - carne
umana, fosse anche per procurarsi un sostentamento altrimenti introvabile, è
ritenuto ripugnante? Perché per la maggior parte degli animali il cannibalismo
non è una routine ma una risposta a straordinarie emergenze?
Molto probabilmente il tabù
del cannibalismo, (così come quello dell’incesto, nato per evitare una
stagnazione del patrimonio cromosomico e, quindi, processi degenerativi) affonda
le sue radici in un sorta di comando genetico. Secondo David Plennig - uno
zoologo americano che, un anno fa, ha pubblicato la più approfondita ricerca
sull’argomento - l’animale cannibale rischia di venire contagiato e ucciso
da germi che nell’organismo cannibalizzato avevano stabilito una sorta di
silente, e relativamente pacifica, convivenza. Esperimenti condotti sui girini
della Ambystoma Tigrium, una
salamandra le cui larve diventano cannibali se l’habitat cui crescono supera
un certo livello di affollamento, hanno confermato questa teoria. I girini
“cannibali”, infatti, presentavano tassi di mortalità elevati per infezioni
provocate da microbi che in altri girini non erano letali.
Anche in comunità umane
che, per motivi religiosi, praticano, se pur raramente, l’antropofagia è
stato riscontrato un aumento della mortalità per infezioni. Il caso più
conosciuto è certamente quello del Kuru, una malattia ad esito mortale che
decimava i membri della tribù dei Kore in Nuova Guinea i quali usavano onorare
i defunti mangiandone il cervello. Ricerche condotte da Vincent Zigas e da D.
Carleton Gajdusek accertarono che la malattia era determinata da prioni (agenti
infettivi privi di DNA e RNA) residenti nel tessuto cerebrale e che, dopo essere
stati ingeriti, divenivano estremamente virulenti. Tra l’altro, l’infezione
determinata dai prioni richiama un altro caso di “cannibalismo”: quello
della cosiddetta “mucca pazza” o encefalopatia spongiforme. Una malattia
determinata dalla pratica, diffusa fino a qualche anno fa in molti allevamenti
intensivi, di alimentare le mucche (animali notoriamente erbivori) con pastoni
prodotti da scarti della macellazione di mucche. Questo perverso circuito
alimentare ha attivato, rendendoli estremamente virulenti, prioni classificati
come PrP e scatenato un’epidemia per arginare la quale, nella sola
Inghilterra, sono stati già abbattuti 160.000 capi di bestiame.
Ma distogliamo lo sguardo
dalle povere mucche degli allevamenti, costrette a cibarsi dei propri simili, e
occupiamoci degli animali in libertà nei quali il cannibalismo è, quasi
sempre, conseguenza del sovraffollamento. Un esempio è dato dal verme nella
mela bacata: è sempre solo perché difficilmente tollererebbe la presenza di un
altro. Negli animali, un'altra causa di cannibalismo concerne la sfera sessuale.
I leoni, ad esempio, mangiano i cuccioli di un altro padre, quando si
appropriano della femmina di un altro harem perché, uccidendo i piccoli,
predispongono la femmina ad entrare in calore e quindi ad un nuovo
accoppiamento. <<Anche tra gli insetti - spiega il prof. Giorgio Celli,
etologo - ci sono casi di cannibalismo legati alla sfera sessuale. La mantide
religiosa è uno degli esempi più celebri: la femmina è più grossa del
maschio e nel corso della copula comincia a mangiarlo iniziando dalla testa.
Tagliando la testa, dove sembra ci siano i freni inibitori della sessualità, la
femmina permette al maschio di continuare a fecondarla e di fornirle, al tempo
stesso, le proteine necessarie per far maturare le uova. Per non essere
divorati, i maschi di alcuni insetti hanno inventato strategie per ingannare la
femmina. Tra i ditteri empidi, moscerini carnivori, ad esempio, il maschio porta
alla femmina un dono, che consiste in una piccola preda, avvolta in fili
sericei, che la femmina mangia mentre lui la feconda, fuggendo subito dopo
l'atto sessuale.>>
Carne
umana
Ma torniamo al cannibalismo
umano. Gli antropologi lo classificano in relazione all’oggetto;
autocannibalismo, quando è rivolto al proprio corpo, ad esempio mangiarsi le
unghie o l’interno delle guance fino all'autotortura; esocannibalismo, quando
ha come oggetto individui non facenti parte della comunità; endocannibalismo,
riferito al consumo di individui all'interno dello stesso gruppo. Quest’ultimo
ha valenze prevalentemente religiose e alcuni studiosi, scandalizzando i
benpensanti, hanno fatto notare che il sacramento della Comunione, l'invito di
Cristo a bere il suo sangue e a nutrirsi della sua carne per fare parte di lui,
sarebbe il retaggio di antichi culti nei quali i membri della comunità
mangiavano una piccola parte della persona defunta per perdurarne l’esistenza
e introiettarne le qualità.
Del resto, fa notare il
criminologo Francesco Bruno, titolare della cattedra di Psicopatologia Forense
all'Università di Roma <<L’espressione “ti mangio” rivolta alla
persona amata ha una valenza aggressiva, di possesso totale, ma anche di
affetto. E' l'idea simbolica di introiettare, attraverso la bocca, l'altra
persona. All'origine di questi comportamenti c'è il “pasto cannibalico” che
il bambino fa della madre succhiando il suo latte. In questo gesto il seno
materno assume un significato profondamente affettivo, ma è anche l'unico
oggetto contro il quale il bambino può esercitare le sue pulsioni negative.
Freud, chiamò questa prima fase dello sviluppo fisico e psicologico “fase
orale”, durante la quale il bambino sperimenta oggetti e sensazioni attraverso
la bocca. Ogni individuo attraversa la fase orale e conosce il mondo
inizialmente con la bocca; per questo non dobbiamo stupirci se in noi rimangono
dei modi di dire, e delle fantasie in cui simbolicamente utilizziamo la bocca
per comunicare in modo che non è solo verbale.
<<Ma la patologia di
questo impulso porta al cannibalismo criminale. In molti serial killer questo
tipo di comportamento patologico ed irrefrenabile, ha la stessa radice di un
qualsiasi comportamento affettivo che, mentre, nella persona normale si
esaurisce in un bacio o in morsetti affettuosi, in un individuo con disordini
psicologici, diventa un fatto da vivere fino in fondo. Il serial killer ha il
bisogno di possedere completamente quella certa persona per poterne fare ciò
che vuole, e, poiché ha difficoltà, addirittura paura, a relazionarsi
normalmente con una persona viva, la vuole morta. Non per vendetta, ma per
poterla manipolare, per poter avere rapporti anche carnali con essa. Alcuni
serial killer, volendo relazionarsi anche sul piano della “amicizia”, oltre
ad uccidere, arrivano a squartare la vittima per poi mangiarla. Dal punto di
vista neurofisiologico questi soggetti possono essere anche schizofrenici,
tuttavia, la casistica ci dice, che non tutti sono malati mentali. Si tratta di
persone che sicuramente sono incapaci di controllare gli impulsi ed hanno
sicuramente, soprattutto i serial killer, l'inversione dell'impulso che all'uomo
normale fa rifuggire la morte.>>
Ma, oltre a perversi
percorsi psichici, esistono processi biologici che possono trasformare una
persona in un mostro? In quale piega del suo cervello può annidarsi il
meccanismo che scatena azioni così apparentemente contro natura? Dal
diciottesimo secolo, da quando, cioè, lo psichiatra tedesco Richard von
Krafft-Ebing, studiò per primo gli omicidi a scopo di libidine (lust
murder, secondo la moderna Criminologia), questa domanda è ancora
senza una soddisfacente risposta. Cesare Lombroso che, nel 1878, studiò
Vincenzo Verzeni il quale, qualche anno prima, aveva ucciso e mangiato almeno
venti donne, ipotizzò l’esistenza di un organo cerebrale ferino collocato
nella regione temporo-parietale destra “responsabile della sventurata e
irresistibile inclinazione ad uccidere”. Oggi, secondo altri studiosi, come
Joel Norris, autore di un fondamentale studio sui serial killer, disfunzioni
dell’ipotalamo possono destabilizzare il sistema ormonale e alterare le
capacità del cervello di misurare le emozioni. Il soggetto passa allora
attraverso diverse fasi. La prima è quella dell’aura in cui si manifestano
fantasie compulsive che trasformano il killer in un motore biologico guidato
dall’istinto primario di soddisfare i propri impellenti desideri. Nella
seconda fase si manifestano i comportamenti di tipo paranoide: nella parte più
antica del cervello, quella che abbiamo ereditato dai Rettili, avviene una sorta
di incendio neuronale, una turbolenza delle memorie e delle emozioni primarie
che scardina la recezione dei dati sensoriali. Nella terza fase c’è il
sollievo orgasmico - un “quasar emozionale, la rivelazione della verità”,
secondo la definizione di Norris - provocato dall’intrappolare uccidere una
vittima. Poi c’è la fase totem: l’asportazione degli organi e il
cannibalismo cui segue, immancabilmente, la depressione.
Ricerche per identificare
possibili cause biologiche di comportamenti estremi, come il cannibalismo,
vengono condotte anche in Italia. <<Il fenomeno del cannibalismo si può
manifestare negli animali - dice Giorgio Racagni, Direttore del Centro di
Neurofarmacologia dell'Università di Milano - ad esempio, tra i roditori,
quando la madre che ha appena partorito, è in condizioni di stress e se
percepisce che l'ambiente in cui sono nati i piccoli non è adatto ad allevarli,
li sopprime e li mangia. In questi condizioni di paura, di allerta, che equivale
allo stress umano, e di “depressione” abbiamo rilevato che il fenomeno
avviene tanto più quanto esiste un'attività molto elevata dell'ormone
adrenocorticotropo (ACTH) che aumenta i livelli di cortisolo nel sangue,
innescando un'attività dell'asse ipotalamo ipofisi surrene, la stessa che si
presenta nel 30-40% dei depressi.>> Per studiare questi meccanismi è
stato creato sperimentalmente in laboratorio il “modello del ratto omicida”
tenendo l'animale al buio e in stato di isolamento. In queste condizioni il
ratto diventa molto aggressivo ed è capace di uccidere un compagno occasionale
di gabbia; questo tipo di comportamento aggressivo è stato riscontrato anche
nell'uomo che si trova in condizioni di stress psicologico e di isolamento
fisico e psicologico. Si è provato, quindi, ad indurre nell'animale un
comportamento aggressivo anche in condizioni di non isolamento somministrando,
la paraclorofenilalanina, una sostanza che diminuisce, quasi azzera, le
concentrazioni di serotonina nel cervello e si sa che quando diminuiscono le
concentrazioni di questo neurotrasmettitore, aumenta l'aggressività verso gli
altri e verso se stessi, anche nell'uomo.
Le
tracce
Restarono stupefatti gli
archeologi accorsi per studiare le rovine di una villa romana, affiorata nel
corso di scavi, per realizzare le fondamenta di una nuova fabbrica della BMW,
alla periferia di Ratisbona, in Baviera. In un pozzo della villa, tredici
scheletri - la famiglia di uno dei tanti legionari ai quali Roma assegnava un
possedimento per consolidare le frontiere dell’Impero - testimoniavano un
episodio di cannibalismo rituale effettuato probabilmente da una delle tante
tribù germaniche: gli Alemanni. Peter Scroeder direttore del museo di
antropologia di Monaco, spiega: <<La cosa più interessante sono i crani:
quelli degli uomini, fatto piuttosto abituale, furono sfondati, probabilmente
con l'ascia; ma quelli delle donne recano tracce di coltelli che dimostrano
l’avvenuto scalpo; inoltre, molte ossa hanno tracce di particolari tagli dai
quali abbiamo dedotto che le vittime vennero torturate e scorticate vive, poi ad
esse fu estratto il cuore che, certamente, fu mangiato dagli Alemanni per
acquisire l'energia vitale della vittima. Ciò dimostra che gli Alemanni
praticavano un cannibalismo altamente ritualizzato (le vittime furono gettate
nel pozzo per andare in sacrificio alle divinità sotterranee) molto differente
dal cannibalismo preistorico europeo; non sono state, infatti, trovati crani
aperti per il prelievo del cervello né tibie aperte per succhiarne il
midollo.>>
La identificazione di tracce
di cannibalismo è uno dei compiti più difficili per gli archeologi. Ad
esempio, il cranio neandertaliano - risalente a 60 mila anni fa, scoperto, nel
1939, a Grotta Guattari nel Circeo- per cinquant'anni fu considerato, dagli
studiosi di tutto il mondo, icona indiscussa del cannibalismo preistorico ma,
nel 1989, nel corso di un congresso internazionale tenutosi nel Parco Nazionale
del Circeo, arrivò la smentita. L'archeologo Carlo Alberto Blanc, colui che lo
aveva studiato, si era sbagliato: le evidenze raccolte da vari specialisti sia
nel sito di ritrovamento, sia sul cranio stesso, con l'ausilio del microscopio
elettronico a scansione, si rivelarono essere opera di animali carnivori,
soprattutto iene. Ma come riconoscere le tracce del cannibalismo? Elementi
chiave sono particolari incisioni sulle ossa lasciate da oggetti di taglio,
fratture provocate con l'intento di estrarre gli elementi nutritivi, come il
midollo, bruciature che rivelano una, pur rudimentale cottura, presenza di
particolari sostanze nelle feci… I paleontologi, tuttavia, sono molto cauti.
<<Non possiamo affermare con assoluta certezza che segni di resezione o
colpi dati per fratturare abbiamo scopi cannibalistici. - ammette Giorgio Manzi
ricercatore presso il Dipartimento di Biologia Animale e dell'Uomo e docente di
Paleontologia Umana all'Università di Roma - Queste tracce potrebbero essere
attività di scarnificazione legate, per esempio, al culto del cranio, frequente
tra i popoli antichi e osservati anche in tempi recenti in Nuova Guinea o in
Paupasia.>>
La difficoltà nel
riconoscere inequivocabili tracce di cannibalismo ha negli ultimi anni
alimentato una corrente di pensiero capitanata da William Arens della State
University, New York, che, nel 1979, con un libro diventato famoso “The
man eating Myth: Antropology and Antropophagy” tentò di smontare
le prove storico-archeologiche del cannibalismo, da egli ritenuto
sostanzialmente un pregiudizio razzistico dei ricercatori e che, invece, nei
pochissimi casi accertati, era da circoscrivere a carestie o episodi di follia
individuale. Le stesse accuse di cannibalismo rivolte agli Atzechi, secondo
Arens, altro non erano che calunnie dei conquistadores per giustificare il loro
genocidio. Già le incontrovertibili scoperte dell’archeologo Tim White
(attestanti che le accuse di macellazione e cannibalismo rituale rivolte agli
Atzechi dagli Spagnoli non erano calunnie) avevano scaldato gli animi ma la
polemica tra “cannibalisti” e “anticannibalisti” raggiunse toni roventi
quando, a Mancos Canyon, nel Colorado, furono ritrovate le ossa di 17 adulti e
12 bambini, marcati dai segni tipici del cannibalismo operato, 800 anni fa,
dall’antico popolo degli Anasazi, che una certa tradizione della New Age si
ostinava a presentare come pacifico e gentile. Una polemica recentemente
rinfocolatasi a seguito dell’identificazione, da parte di Cristy Turner, di
una proteina - la mioglobina umana, presente solo nelle fibre del muscolo
cardiaco - rintracciata in feci depositate non molto lontano dal luogo del
massacro.
Intanto un’altra disputa
scuote il mondo scientifico: i delfini. È notizia di questi giorni ma, pare,
che i simpatici e mansueti animali, quando sono particolarmente affamati, non
disdegnino di mangiarsi i loro piccoli. Ai tenebrosi coccodrilli che divorano i
loro piccoli, salvo poi versare le proverbiali lacrime, ci eravamo rassegnati e
così pure all’immancabile serial killer americano che si conquista la prima
pagina dei giornali per aver divorato una legione di autostoppisti, ma i teneri,
giocosi, amichevoli delfini che abbiamo guardato con affetto mentre compivano
allegre piroette sulla scia di un traghetto o di un motoscafo…. È mai
possibile che anche loro siano cannibali? Ben presto la delusione si è
trasformata in polemica e le dichiarazioni di Dale J. Dunn, patologo veterinario
dell'Istituto di Patologia delle Forze armate, che ha sede a Washington (“Noi
abbiamo sempre avuto un'immagine benevola dei delfini, mentre le prove mostrano
chiaramente la loro carica di violenza”) hanno legittimato in certi ambienti i
peggiori sospetti. Perché queste rivelazioni? Un tentativo dei vertici militari
per discreditare questo animale e continuare ad utilizzarlo al trasporto di
mine? Una manovra della CIA contro il movimento ecologista? Un complotto delle
multinazionali per nascondere la compromissione dell’ecosistema marino causa
certa del comportamento “criminogeno” dei delfini? Proprio questi giorni
almeno tre spedizioni scientifiche sono partite per verificare se i delfini
siano o no “cannibali”. E intanto le polemiche, soprattutto su Internet,
continuano.
BOX
1 La lista
Nella mitologia il primo
della lista è Saturno (che divora i suoi figli); seguono i Ciclopi (che
mangiano i marinai di Odisseo), Medea (che, per vendicarsi del tradimento di
Giasone, gli serve a tavola i due figlioletti - Mermero e Fere - avuti da
lui)…. Tra i personaggi storici italiani il primo è il conte Ugolino (che,
per fame, si mangiò i figli, anche se, pare, che l’episodio immortalato da
Dante Alighieri sia una leggenda)… Poi c’è la schiera dei sopravvissuti a
qualche disastro, costretti dalla fame a cibarsi dei loro compagni già morti
(almeno così raccontano): i sopravvissuti alla spedizione antartica Franklin
del 1819; i sopravissuti delle Ande nel 1972… Poi ci sono gli assediati di
Stalingrado, di Parigi, di Shangai… La lista dei “cannibali” potrebbe
estendersi per decine e decine di pagine e occupa decine di siti Internet.
Limitiamoci quindi ad elencare qualcuno dei cannibali a scopo di libidine (lust
murder) citati dalla Serial Killer
Encyclopedia: una opera mastodontica (2.500 pagine) che negli Stati
Uniti, - per il morboso interessamento del pubblico e, soprattutto, per il
vorticoso aumento del fenomeno - è giunta ormai alla quarantaduesima edizione.
Andrea Chikatilo, il
“Mostro di Rostoff”; tra il 1982 e il 1991 si è mangiato almeno 55 bambini;
Jeffrey Damer, il “Mostro
di Milwakee”: tra il 1985 e il 1994 si è mangiato almeno undici persone;
Peter Custen, il “Mostro
di Dusseldorf”: agli inizi del secolo si è mangiato almeno nove donne;
Fiedrich Haarmann, il
“Mostro di Hannover”: tra il 1918 e il 1927 si mangiò almeno 27
adolescenti;
Nikolaj Dzhumagaliev, , il
"Mostro di Alma Ata”: tra il 1947 e il 1988 si è mangiato almeno cento
donne;
Tsutomu Miyazaki, il
“Mostro di Tokyo”: tra il 1970 e il 1989 si è mangiato almeno quattro
bambine;
Issei Sagawa, il
“(Piccolo) Mostro di Parigi”: nel 1981 a Parigi uccise e mangiò la
studentessa francese Renée Hartvelt colpevole di averlo respinto. Nonostante
una sola vittima nel suo carniere, il buon Sagawa è riuscito a conquistarsi una
certa notorietà e un posto d’onore nella Serial
Killer Enciclopedia rilasciando interviste e tenendo conferenze
all’Università.
BOX
2: Il cannibale a cinema
<<Certamente tra i tabù
l'antropofagia è quello che più ci spaventa, e perciò esercita un grande
fascino. Non a caso il cinema è riuscito a trasformare il cannibalismo in
spettacolo moltiplicandone declinazioni e varianti ricche di immaginazioni -
afferma Roberto Nepoti, docente di filmologia all'Università di Trieste - In
Italia questo filone lo aprì venti anni fa il regista Ruggero Deodato con
“Ultimo mondo cannibale” e “Cannibal Holocaust”; quest'ultimo film
divenne un caso giudiziario, per il quale Deodato fu condannato a quattro mesi
con la condizionale, ma incassò qualcosa come dieci miliardi nei primi dieci
giorni di programmazione.>> Un successo altrettanto sensazionale è già
garantito per, il già famoso, “Hannibal” che sarà tratto dal romanzo di
Thomas Harris e diretto da Ridley Scott. Intanto, chi teme di essersi perso
qualcuno degli innumerevoli e recenti film italiani sull’argomento non ha che
da controllare in questa lista (redatta da Luca Castelli per il sito Internet
http://www.fabula.it)
La
montagna del dio cannibale
(1978, S.Martino)
Savana violenza carnale
(1979, R.Bianchi Montero)
Apocalypse domani (1980,
A.Margheriti)
Quella villa accanto al cimitero
(1981, L.Fulci)
Africa dolce e selvaggia
(1982, A.Castiglioni/A.Castiglioni)
Cannibali domani (1983,
G.Scotese)
Dolce e selvaggio (1983,
M.Morra/A.Climati)
Dimensione violenza (1984,
M.Morra)
Nudo e crudele (1984,
A.Albertini)
Love duro e violento (1985,
C.Racca)
Mondo senza veli (1985,
A.Albertini)
Mondo cane oggi - L'orrore continua
(1985, P.Bianchini)
Inferno in diretta (1985,
R.Deodato)
Schiave bianche - Violenza in
Amazzonia (1985, M.Gariazzo)
Qualche
film straniero che potrebbe interessare chi volesse sapere di tutto e di più
sul cannibalismo...
La
notte dei morti viventi
(1968, G.Romero)
Zombi (1978, G.Romero)
Il giorno degli zombi (1985,
G.Romero)
…e
tutti i film di zombi post-Romero:
Le
colline hanno gli occhi
(1974, W.Craven)
Il massacro della Guyana
(1979, R.Cardona jr.)
Il cacciatore di uomini
(1980, J.Franco)
La dea cannibale (1981,
J.P.Tabernero)
Le facce della morte (1981,
C.Le Cilaire)
Le facce della morte n. 2
(1982, C.Le Cilaire)
Dove sognano le formiche verdi
(1984, W.Herzog)
Alive - Sopravvissuti (1992,
F.Marshall)
Delicatessen (1993, M.Caro/J.P.Jeunet)
BOX
3: Il cannibale dell’età della pietra
Il più antico caso di
cannibalismo è stato documentato dai due antropologi più famosi del mondo:
John Desmond Clarck e Donald Joahnson. Clarck è il fondatore delle ricerche
antropologiche in Africa, Joahnson ha scoperto nel 1974 la nostra più antica
antenata: un Australopitecus
battezzato “Lucy” vissuto tre milioni di anni fa. Insieme hanno ritrovato in
una valle della Tanzania il cranio di un Homo
erectus vissuto circa un milione di anni fa; il microscopio
elettronico ha rilevato sugli zigomi, sulla mascella e sulle orbite oculari i
tipici cutmarks (segni di taglio)
effettuati con utensili di pietra che indicano come la pelle venne tolta
accuratamente, probabilmente per essere mangiata.
Un altro reperto
antichissimo, oltre 780 mila anni fa, che reca tracce di cannibalismo è stato
localizzato nella Sierra di Atapuerca a nord di Burgos in Spagna. L’essere
cannibalizzato appartiene ad una specie ancora poco nota, l’Homo
antecessor, l'ultimo antenato comune, prima della divergenza
evolutiva che porterà da una parte al Neandertal
e dall'altra all’ Homo sapiens attraverso
linee evolutive separate. Poi ci
sono reperti più recenti ma altrettanto importanti. A Bodo in Etiopia, venne
trovato un cranio datato tra i 400-500 mila anni che presentava segni della
scarnificazione sugli zigomi e sulla fronte. In Cina a Choukoutien vennero
scoperti numerosi resti umani di 350 mila anni fa, anch'essi con evidenti segni
del cannibalismo. Altri ritrovamenti famosi sono
quello della grotta di Krapina, in Croazia, dove vennero trovate le ossa
(risalenti a 100-150 mila anni fa) di 20 neandertaliani con i tipici cutmarks,
e la grotta di Fontbrégoua in Francia dove sono stati ritrovati teschi di
cannibalizzati databili tra i 45 e i 130 mila anni.
Ma il ritrovamento che ha
destato più scalpore è, certamente, quello avvenuto, nel 1975, tra i resti di
una piccola comunità, appartenente all'antico popolo degli Anasazi, che viveva,
appena 800 anni fa, in fondo a Mancos Canyon, sudovest del Colorado. Le ossa,
probabilmente di 17 adulti e 12 bambini, recavano, infatti, i segni tipici della
scarnificazione, alcune erano state fratturate da corpi contundenti per estrarre
il midollo, altre mostravano segni di bruciature, inoltre, i dati raccolti
suggerivano che quelle ossa erano state depositate contemporaneamente. Un
archeologo Tim D. White rinvenne su quelle ossa segni che chiamò “pot
polish”, una sorta di abrasioni lucide provocate dall'azione di
rimescolamento in pentola. Qualche anno dopo un'altra scoperta sconvolgente.
L'antropologo e bioarcheologo Christy G. Turner, Arizona State University, Tempe,
insieme alla moglie Jacqueline, esaminarono, alcuni reperti provenienti dallo
scavo di Polacca Wash, Arizona. Erano i resti delle ossa di una trentina di
persone appartenenti ad una delle tante tribù Anasazi. Studiandoli, Turners,
arrivò alla conclusione che quelle persone, morte 400 anni prima, erano state
mangiate durante una cerimonia. Secondo Turners, però, il cannibalismo non
apparteneva alla cultura degli antichi popoli americani, ma venne importato dal
Messico come forma di culto religioso, diffondendosi, poi, in tutta l'area del
sud ovest americano dove divenne strumento di terrore e di sottomissione. In
questa area recentemente sono stati scoperti diciannove siti, dei quali quattro
al di fuori di centri abitati; e quindici che facevano parte o erano vicini a
villaggi. In questi siti sono stati trovati, fino ad ora, i resti di 63
individui molto giovani, bambini o adolescenti e 83 adulti, di ambo i sessi. E
su tutti questi resti sono stati riconosciuti in maniera inconfutabile segni di
cannibalismo umano.