Cani
troppo umani
Pubblicato su Newton ottobre 1999
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Forse
non è stata solo la sabbia a fare lacrimare gli occhi degli archeologi
impegnati, nel 1996, in una serie di scavi a Ein Mallaha, nel deserto
israeliano, quando nella tomba di un villaggio natufiano, risalente a ottomila
anni fa, vennero alla luce i resti di un uomo anziano; giaceva in posizione
fetale, con le ginocchia vicine al mento e la testa poggiata sulla mano
sinistra. Nel liberare dalla sabbia la zona intorno alla mano, i ricercatori
scoprirono che essa era posata sul petto di un cucciolo di cane di quattro o
cinque mesi. Narrano le cronache che uno degli studiosi, sorpreso, si sia alzato
e, asciugandosi gli occhi col dorso della mano sporco di sabbia, abbia detto:
<<Deve avere davvero amato i cani, per portarsene uno nel viaggio verso l'eternità>>.
Ovviamente,
ci auguriamo, che il vecchio non abbia avuto alcuna responsabilità nella morte
del cagnolino e ci piace pensare che anche il ritrovamento di Ein Mallaha sia
un'altra gemma di una infinita serie di testimonianze che, dagli albori della
Storia, attestano l’amore dell’uomo per il cane.
Le
remote origini del cane risalgono al tardo Oligocene, circa 30 milioni di anni
fa, quando, in un clima planetario che andava raffreddandosi e che sarebbe
sfociato nella Grande glaciazione del Pleistocene, dai Creodonti, un gruppo di
mammiferi carnivori, dotati di notevole udito e olfatto, si distaccarono due
famiglie, entrambe dotate di pelliccia: i Felidi e i Canidi. A differenza dei
Felidi, animali sostanzialmente stanziali e solitari, che attendevano la preda
per tenderle l’agguato, i Canidi seguivano la preda, anche per lunghe
distanze. E, cacciando in branco, avevano, un capo. Grazie ad una eccezionale
plasticità genetica, e cioè la capacità di selezionare rapidamente un
genotipo perfettamente adatto ad un nuovo ambiente, i Canidi si sono diffusi in
tutto il pianeta anche se, negli ultimi millenni, sciacalli, coyote, volpi, lupi
con la scomparsa dei boschi e delle praterie si sono ridotti oggi a pochi
esemplari. Non così una specie che, grazie all'opera dell'uomo, è oggi
presente dappertutto in innumerevoli razze: il cane.
Il
cane (Canis
familiaris) è in effetti un lupo avendo lo stesso numero cromosomico
- settantotto - e potendo accoppiarsi con esso generando prole. Certo, è
difficile riconoscere in un, ad esempio, lezioso chihuahua le vestigia del
tenebroso lupo, ma così è; e se questo è stato possibile, lo si deve
all'incessante opera di selezione realizzata dall'uomo, cominciata verso la fine
del paleolitico, quattordicimila anni fa, quando qualcuno pensò bene di tenersi
nell’accampamento cuccioli di lupo che finirono per identificare nell’uomo
il capo del branco al quale sottomettersi.
Questa
dedizione permise di addestrare il lupo a cacciare per conto dell'uomo.
Certamente, la prima cosa che gli fu insegnata fu non mangiarsi la selvaggina
che aveva addentato ma riportarla integra al padrone. Come? Certamente con il
“gioco delle due ossa" (che ai nostri giorni viene, generalmente
praticato con due palle di gomma). Si fa così. Il padrone getta lontano un osso
facendo correre l’animale il quale, generalmente, torna con il bottino ben
stretto tra i denti. A questo punto, il padrone gli mostra un osso simile al
primo che si affretta a rilanciare; l'animale, così disorientato, molla la
presa e si lancia sul nuovo osso. Ripetendo con pazienza l’esercizio,
l’animale (che bisogna pur premiare ogni tanto con qualche boccone) finisce
per identificare nel padrone il fidato custode delle sue proprietà e diventa un
cane da riporto. Con l'evoluzione delle tecniche di caccia, l'uomo ha escogitato
tecniche sempre più sofisticate per selezionare e addestrare il cane a stanare
la preda, a “puntarla”, a ucciderla, a spingerla a portata di tiro... Fino
ad arrivare a razze di cani specificatamente selezionate per cacciare un
particolare animale come le beccacce (Cocking
Spaniel) o le volpi (Fox
Terrier). Stessa selezione nell’impiego del cane nella pastorizia,
nato quando ci accorse che alcuni cani ammantanti da una folta pelliccia
tendevano a vedere nelle pecore allevate dall'uomo i propri cuccioli; il passo
successivo fu, quindi, affidare ad essi la custodia del gregge che essi
riuscivano ad irreggimentare e difendere dai predatori.
Sfruttando
la variabilità genetica di questo animale, e quindi la tendenza a procreare
esemplari di forma e indole inaspettata, l’uomo con pazienza e intelligenza ha
“creato”, nell’arco di qualche millennio, almeno 700 razze di cani: dal
Levriero, che, già nel tredicesimo secolo, veniva allevato nell’estremo
Oriente, come “cane per ciechi”, al Bassotto, selezionato in Germania nel
1700 per intrufolarsi sottoterra e distruggere i tassi, al Rottweiler, erede dei
feroci mastini impiegati dalle legioni romane… Del resto, già nel 600 a.C.,
Zaratustra asseriva che “Senza l'aiuto del cane, l'uomo non avrebbe potuto
costruire le sue case, le sue città. Sull'intelligenza del cane si regge il
mondo”.
Ma
quale ruolo occupa, oggi, il cane nella nostra società? Dismessi gli abiti da
“lavoro”, (con l’eccezione di qualche “cane poliziotto” assurto al
rango di star televisiva) la stragrande maggioranza degli attuali cani domestici
si limita, per lo più, a ciondolare da una poltrona all’altra nella
spasmodica attesa della quotidiana passeggiatina intorno all’isolato. Nascono
anche da questa inattività tutta una serie di nevrosi per curare le quali
cominciano ad essere usati appositi psicofarmaci. Una recente inchiesta
pubblicata dal Wal1
Street Journal stima in due miliardi di dollari per gli Stati uniti
e un miliardo di dollari per l’Europa il business dei nuovi farmaci per gli
animali domestici che potrebbe aprirsi nei prossimi anni. Il potenziale mercato
è enorme: negli Stati Uniti sono ormai 261 milioni i “pets”
(o animali da appartamento), più di 13 milioni in Italia. E così, una valanga
di nuovi farmaci (quasi sempre al gusto di carne) si va indirizzando verso gli
animali domestici: sono pillole contro le ulcere, per il trattamento di
ossessioni e reazioni compulsive, per limitare le disfunzioni senili della
conoscenza, e, soprattutto, ansiolitici, come il Clornicalm per sedare l'ansia
da separazione nei cani: una nevrosi che spesso determina nel cane rimasto
solo nell’appartamento crisi di una violenza difficilmente immaginabile e la
conseguente devastazione dell’arredamento.
Non
resta quindi che affidarsi ai farmaci per recuperare un rapporto con un cane
difficile?
<<Al
di là di casi specifici - ci dice la dott.ssa Alessandra Maltese, esperta del
comportamento animale - molto può essere fatto utilizzando particolari tecniche
di riabilitazione. Purtroppo, ancora oggi, molti pensano che il cane debba
essere “educato” a suon di botte trasformando così quello che è un
meraviglioso essere in una specie di automa. Il problema è che non ci si rende
conto che il cattivo comportamento del cane spesso nasce
da automatismi che noi, inconsciamente, gli comunichiamo. Poniamo il caso
del cane che abbaia quando sente suonare il campanello dell’ingresso;
comunemente si crede che questo dipenda dal rumore del campanello che
“disturba” il cane facendolo, perciò, abbaiare. Ma allora, se così fosse,
perché il cane non abbaia quando sente altri campanelli come, ad esempio,
quello del telefono? In realtà il cane abbaia perché collega il suono del
campanello, oltre all’imminente ingresso di un estraneo nel suo territorio, al
nostro comportamento, spesso caratterizzato da un frettoloso accorrere verso la
porta. Che fare allora? In alcuni casi è bastato semplicemente cambiare la
suoneria del campanello o abituarsi ad avvicinarsi
lentamente alla porta per fare cessare nel cane questa fastidiosa
abitudine.>>
Le
tecniche di educazione o di riabilitazione si basano, oltre che sul
comportamento del padrone, sul gioco e sulla ricompensa che, molto più della
punizione, servono ad inculcare al cane il
comportamento da seguire. Poi c’è il corretto uso delle parole. Un cane
addestrato può comprendere ed eseguire più di differenti 50 ordini verbali
(addirittura più di 150 per alcuni “cani-poliziotto”) ma, al di là di
quello che gli si dice, è il tono e la cadenza della voce ad essere di
fondamentale importanza per cementare nel cane una ubbidiente amicizia.
Due
psicologhe americane, Kathy Hirsh-Pasek e Rebecca Treiman, hanno addirittura
studiato il cosiddetto “doggerel”,
il linguaggio speciale che adoperiamo comunemente per parlare ai cani - mutuato
dal “motherel” usato dalle madri
per parlare ai propri bambini - dal ritmo cantilenante, talvolta di tono più
acuto del normale, e ricco di ripetizioni. Il “doggerel” è completamente
diverso dalla lingua che parliamo con gli adulti. Per esempio, la lunghezza
media di una frase rivolta a un adulto si aggira intorno alle dieci, undici
parole, mentre per i cani la media è di circa quattro. Usiamo più
frequentemente imperativi, come «vieni qui» oppure «giù dalla poltrona».
Inoltre facciamo domande; il doppio di quelle che facciamo agli esseri umani:
anche se, ovviamente, non ci aspettiamo risposta. Si tratta di solito di frasi
futili, del tipo «Come stai oggi, Lassie?». Facciamo molte domande retoriche
che iniziano all'affermativo, e poi si voltano all'interrogativo al termine
della frase: «Hai sete, vero?» e tendiamo a ripetere, a ripetere parzialmente,
o a ridire un concetto con parole diverse, venti volte di più che nelle nostre
conversazioni umane. Un esempio di questa ripetizione variata potrebbe essere:
«Sei un bravo cane. Che bravo cane che sei!».
Ma
in qualche caso il “doggerel” e tutto l’affetto del mondo non sono
sufficienti ad educare il cane. Bisogna affidarsi, allora, agli “psicologi dei
cani”; termine contestatissimo in quanto, ancora oggi, la maggior parte degli
etologi (e quasi tutti gli psicologi) ritiene che per il cane si debba parlare
di “comportamento” e non già di “psiche”, termine che, secondo essi,
deve restare circoscritto ai soli esseri umani. Non abbiamo certo la pretesa di
chiarire qui una questione così controversa ma ci piace ricordare che il Padre
della psicanalisi, Sigmund Freud, spesso faceva presenziare le sedute
terapeutiche al suo amato cane Jo-Fi
che riteneva capace di valutare lo stato mentale dei suoi pazienti. La più
importante associazione di “psicologi dei cani” è la Association of Pet Behaviour Counsellors nata,
insieme alla Association
of Pet Dog Trainers, nel 1978 quando a Londra, per creare un
diversivo all’interno del Cruft's,
la iperblasonata esposizione canina, Peter Lewis (allora semplice
“addestratore di cani” e oggi “Terapista Comportamentale”) fece compiere
ad un suo cane una serie di esercizi e di percorsi estremamente complessi. Come
aveva fatto Lewis ad “addestrare” così bene il cane? si domandarono
sbalorditi i presenti. Venne fuori che le tecniche usate da Lewis (“soft obedience”) escludevano assolutamente l’uso della
violenza ma si basavano, oltre che sulla ricompensa, su una attenta comprensione
delle reazioni del cane evidenziate da segnali quali le innumerevoli posizioni
che possono assumere le sopracciglia, la coda, le orecchie, il pelo… Da allora
i corsi di soft
obedience (da noi tenuti da Aldo La Spina, unico membro italiano dell’Association
of Pet Behaviour Counsellors) per prevenire i disturbi
comportamentali nei cani e, soprattutto, per educare il padrone ad avere un
corretto rapporto con il cane si sono moltiplicati estendendosi a più di venti
nazioni.
E
intanto per tutti gli altri cani “nevrotici”, ipernutriti, coccolati e
comodamente acquattati sulla poltrona, dove mai avrebbero dovuto salire,
l’industria farmaceutica continua a sfornare ansiolitici: quasi a suggellare
l'esito finale di una simbiosi umani/animali, in cui, invece di diventare noi
un po' più cuccioli, sono stati i nostri piccoli amici, con la depressione e il
disagio mentale, a “umanizzarsi”.
Francesco
Santoianni
Libri
consigliati:
Stanley Coren
“Cani e Padroni”, Mondadori, 1999
Jeffrey
Masson: I cani non mentono sull’amore”, Baldini e Castoldi, 1997
Guy Queinnec
- Gerard Gilbert “Così ci educa il nostro cane”, Muzio 1999
Michele
Lessona “I Cani”, Muzio, 1999
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