
Bioterrorismo: contagiare è difficile
articolo
pubblicato su "Il Mattino" il 26 ottobre 2001
E se qualcuno disseminasse microrganismi patogeni nella metropolitana? È già stato fatto.
Per ordine del Pentagono, nel luglio 1956, fiale contenenti germi di Serratia marcescens e di Bacillus subtilis furono rotte nei condotti dell'aria condizionata della metropolitana di New York e dell’aeroporto di Washington mentre altri germi furono diffusi nel Kittatinny Tunnel e nel Tuscarote Tunnel dell'autostrada della Pennsylvania...
Secondo documenti ufficiali declassificati nel 1977, furono ben 239 (duecentotrentanove!) le disseminazioni di agenti batteriologici in aree densamente popolate effettuate, negli anni “50, dal Dipartimento alla Difesa statunitense; per stimare, - tramite una rete di sensori e il monitoraggio di eventuali ricoveri ospedalieri per “lievi ma insoliti disturbi” - l’area di contagio in caso di un attacco batteriologico sovietico: una minaccia che il Pentagono riteneva allora imminente. Secondo alcuni ricercatori, invece, scopo principale degli “esperimenti” era studiare la possibile disseminazione di eventuali microrganismi “antagonisti” a quelli che sarebbero stati usati dai sovietici. Una specie di “vaccinazione di massa” fatta all’insaputa della popolazione, insomma.
Dai documenti declassificati, comunque, una, oggi consolante. constatazione esce fuori: un isolato attentato bioterroristico, (con buona pace di innumerevoli thriller e film consacrati a questo argomento) avrebbe scarsissime possibilità di scatenare una devastante epidemia. E questo perché, a differenza di un attacco biologico condotto da un esercito (che dapprima, con bombardamenti convenzionali, distrugge strutture di comando, sistemi sanitari, edifici, provoca l’ammassamento di colonne di profughi... e poi sferra l’attacco con germi patogeni o tossine) il bioterrorismo, sferra l’attacco, verosimilmente puntiforme, contro un territorio integro, capace di reagire. Autorevoli ricerche, come quella pubblicata recentemente sul British Medical Journal, indicano che ciò renderebbe improbabile il verificarsi di una devastante epidemia.
Ma oltre a sofisticate simulazioni epidemiologiche la cronaca ha, registrato almeno due episodi che confermerebbero questa ipotesi.
Il primo si verificò in Inghilterra il due agosto 1962 quando un ricercatore, George Bacon, prima di morire, portò all’esterno la peste polmonare che aveva contratto nei Laboratori di Guerra Batteriologica di Porton Down; il secondo si ebbe il 25 agosto 1978 quando il virus del vaiolo, uscito accidentalmente da un laboratorio dell’Università di Birmingham, uccise tre persone. Perché due temibili microrganismi quali lo Yersinia pestis (per giunta reso più letale dalle ricerche che si tenevano a Portn Down) o il Variola mayor, entrambi trasmessi tramite la respirazione e affrontati solo dopo alcuni giorni dai primi decessi, non hanno prodotto una catastrofica epidemia? Sono stati redatti numerosi studi a tal proposito e tutti hanno valutato insufficienti le iniziali misure sanitarie attuate e marginale, per quanto riguarda l’emergenza di Birmingham, il ruolo avuto dalla vaccinazione antivaiolosa, obbligatoria per tutti in Europa fino a qualche anno fa ma scarsamente praticata in Inghilterra. Ma, allora, perché non ci fu la catastrofe?
Il perché sarebbe da ricercare, oltre che in ancora non chiari meccanismi regolanti la dinamica delle epidemie (molte dissoltesi senza alcuna convincente spiegazione) nella “tenuta” delle strutture sanitarie che non sono collassate al solo annuncio dell’infezione. In questo senso, forse l’elemento che potrebbe trasformare in una catastrofe un attentato bioterroristico è l’irresponsabile enfasi che molti mass media stanno oggi dedicando a questa minaccia e che (così come fu nel 1991 durante la Guerra del Golfo) si direbbe finalizzata a cementare una guerrafondaia opinione pubblica.
Per fortuna, nonostante i tenebrosi scenari di “guerra batteriologica” grondanti su quasi tutti i mass media e le buste con germi di antrace spedite da qualche pazzo criminale, prontamente imitato da una orda di idioti alla ricerca di notorietà, ancora oggi, l’opinione pubblica non è in preda al panico come attestato dall’irrilevante aumento nelle vendite di ciprofloxacina o doxiciclina, farmaci atti alla cura del carbonchio e, per di più, poco costosi.
È possibile, comunque, che svaporato il filone antrace-carbonchio, qualche altra minaccia biologica sarà enfatizzata nei prossimi tempi sui mass media. Ad esempio la peste. Tanto pochi sanno che, ogni anno, negli Stati Uniti la peste bubbonica uccide dalle tre alle sette persone, perché morse da pulci infestanti roditori sulle Montagne Rocciose. Non è certo la peste “weaponized” prodotta a Fort Detrick o in qualche altro centro per la produzione di armi batteriologiche ma, se nei prossimi mesi si verificherà un qualche decesso per questa infezione, prepariamoci ai titoli cubitali sui giornali.
E speriamo che qualcuno non cominci a spedire buste con pulci più o meno infette.