Il
Vesuvio, il Piano e il panico
di Francesco Santoianni
pubblicato su "Scienza Nuova - New Scientist" agosto 1998
Rischio Vesuvio: ormai, il copione degli innumerevoli articoli e trasmissioni televisive appare stantio; e alle apocalittiche descrizioni delle eruzioni, frammiste alle roboanti assicurazioni di efficienza del Piano di emergenza, bisogna aggiungere qualcosa di nuovo. Ad esempio, una domanda: come è possibile, in un area così affollata e congestionata, garantire una rapida fuga in caso di allarme vulcanico? Sembrerebbe una questione legittima; in realtà, rivela unimpostazione errata di affrontare il problema Vesuvio - purtroppo legittimata dallattuale Piano di emergenza - e che rischia, essa stessa, di determinare una carneficina.
Spesso, quando si parla del
rischio Vesuvio ci si limita a citare la catastrofe del 79 d.C.,
dimenticandosi che questa, (al pari dell'eruzione del 1631),
inaugurando un nuovo ciclo vulcanico dopo un periodo di quiete
durato secoli, aveva trovato la popolazione completamente
impreparata ad affrontarla. In realtà la storia degli ultimi
secoli ci permette una lettura delle eruzioni del Vesuvio molto
diversa da quella terrorizzante, diffusa oggi a piene mani dai
mass media. Il Vesuvio, infatti, dal 1631 al 1944, ha avuto una
ininterrotta attività eruttiva esterna. Tre secoli scanditi da
incessanti bradisismi, boati, fumarole, terremoti, colate laviche,
possenti eruzioni che hanno ucciso, comunque, solo quei pochi che
hanno osato sfidare il vulcano: anziani che non vollero
abbandonare le abitazioni già lambite dalla lava (1944, San
Sebastiano), fanatici religiosi (1906, crollo della chiesa di S.
Giuseppe Vesuviano), curiosi avvicinatisi troppo ai crateri (1861).
Ma questi isolati e marginali episodi non arrestano certo lo
sviluppo delle città vesuviane cresciute proprio sotto la sferza
del vulcano. Durante le eruzioni del Vesuvio, infatti, non
scappava nessuno ma si restava sul posto per spalare la cenere
che il vulcano accumulava sui tetti delle case, per spegnere gli
incendi, per riparare il bestiame, per salvare le città. 
Dal secondo dopoguerra in poi, il rapporto delle popolazioni con il Vesuvio cambia clamorosamente. A seguito dell'apparente "spegnimento" del vulcano (l'ultima fumarola visibile a valle risale alla fine degli anni Cinquanta), nell'area vesuviana si riversano centinaia di migliaia di persone. Interi quartieri vengono costruiti verso i crateri e la parola "eruzione" diventa tabù: un sinonimo di sicura e improvvisa morte. Un evento dal quale salvarsi con la fuga. Ma, stante questa percezione del rischio, cosa succederebbe oggi se si manifestasse improvvisamente un evento del tutto "normale" per unarea vulcanica, come una grossa fumarola o un boato sotterraneo? Gli scenari sono drammatici: panico generalizzato; strade e marciapiedi invasi dalle automobili; risse e scontri a fuoco presso i distributori di carburante, ai caselli autostradali, sulle banchine del porto; morti, feriti, incidenti, incendi
Per prevenire una simile carneficina
sarebbe necessaria, in primo luogo, una campagna d'informazione
che restituisse alle popolazioni vesuviane l'esatta percezione
del fenomeno eruzione e, quindi, (al pari di ciò che viene
realizzato in altre aree vulcaniche urbanizzate del nostro
pianeta) un piano d'emergenza che, trasferendo preventivamente,
in caso di allarme, le sole persone inabili (degenti,
handicappati, anziani
) permettesse alle persone abili di
restare sul posto per salvaguardare le proprie abitazioni (garantendo,
ovviamente, il loro rapido allontanamento allinsorgere di
fenomeni pericolosi quali, ad esempio, surge o lahar).
In realtà, lattuale Piano, teorizzando con fiero cipiglio,
limmediata evacuazione in 18 regioni italiane di tutta la
popolazione vesuviana in caso di allarme vulcanico, non solo non
fornisce nessuno strumento utile per la gestione dellemergenza,
ma rischia esso stesso di provocare una catastrofe.
Ma parliamo delleruzione
per la quale è stato redatto il Piano. Delle tante possibili ne
considera solo una: la peggiore di questo millennio, quella del
1631. Ben venga, ovviamente, un piano che contempli anche l'ipotesi
peggiore, ma ricondurre a questa tutta la pianificazione dell'emergenza
è una follia. Certamente, di fronte ad un allarme vulcanico, la
scelta più deresponsabilizzante per i burocrati e i vulcanologi
è ordinare "a scopo precauzionale" la completa
evacuazione dell'area. Ma per quanto tempo? Una situazione d'allarme
vulcanico (lo si è visto a Pozzuoli nel 1982) può durare anche
anni e i danni economici e sociali di un'evacuazione
generalizzata possono essere anche altissimi. E, allora, siamo
certi che, avendo a disposizione come unico strumento dell'emergenza
una rovinosa evacuazione generalizzata, non verranno
sottovalutati o sottaciuti segnali che avrebbero dovuto avere,
invece, risposte più articolate? Non è una domanda oziosa. La
crisi sismica che interessò larea vesuviana nel periodo
agosto-settembre 1995, fu presentata, sui giornali nazionali,
dallOsservatorio Vesuviano come perfettamente normale; ma
lo stesso Osservatorio Vesuviano, nel giugno 1996, dichiarava sul
Bullettin of Global Volcanism che quella era stata "la
più forte sismicità rilevata negli ultimi cinquantanni".
Non è una affermazione da poco, considerato che questa
circostanza (pag. 22 del Piano nazionale di Emergenza dellArea
Vesuviana) avrebbe dovuto far scattare il livello 1 del Piano, e
quindi (pag. 88 del Piano) lincarico per la Prefettura di
organizzare "le prime informazioni alla popolazione
unitamente ai sindaci dei Comuni interessati". Niente di
tutto questo, invece, è stato fatto. Perché? Forse in nome dellesigenza
di non scatenare una "inutile" e rovinosa evacuazione
che, come nella favola di "Al lupo! Al lupo!", avrebbe
ingenerato tra la popolazione sfiducia nelle strutture preposte
alla sorveglianza vulcanica e alla protezione civile? O perché
il Piano, così come è stato realizzato, non garantisce nemmeno
quella rapida evacuazione sulla quale basa il suo esistere. 
Già, il Piano. A tre anni dalla sua presentazione, non si sa ancora dove dovrebbe alloggiare la popolazione da evacuare; ancora non sono state date risposte a tutta una serie di obiezioni (ad esempio, perché mai i capifamiglia dovrebbero allontanarsi subito con la propria automobile carica di masserizie, mentre il restante nucleo familiare dovrebbe rimanere affidato a non meglio precisati "bus-navi-treni"? - pag. 69 del Piano); ancora non è stato stabilito quanto tempo prima della popolazione le strutture locali di protezione civile saranno allertate Intanto, mentre viene istituita una nuova ciclopica Commissione governativa ("Quando non si sa che fare, si nomina una commissione" sentenziava Clemenceau), sulla scia dello scaricabarile rodato nel terremoto in Umbria, i "colpevoli" di tutto vengono dati in pasto alla stampa: i Comuni dellarea vesuviana che non hanno ancora redatto i loro piani di evacuazione.
Ma perché mai ben 19 Comuni non hanno prodotto ancora
nessun Piano? Le risposte dei dirigenti degli uffici comunali di
Protezione Civile tratteggiano, tra le imprecazioni, una realtà
sconvolgente: valanghe di scartoffie inutili; disposizioni
contraddittorie, (emanate ora dal Dipartimento Nazionale alla
Protezione Civile, ora dal Ministero dellInterno); nessun
ufficio stabile al quale fare riferimento; nessuna indicazione
precisa sul cosa fare
ma, soprattutto, nessun centro di
smistamento profughi posto allesterno dellarea. E già,
perché il Piano di evacuazione pretende - incredibile a dirsi -
che i profughi debbano raggiungere le regioni di destinazione
partendo dalle stazioni e dai porti ubicati negli stessi
territori comunali minacciati dallormai imminente eruzione;
e tal fine i Comuni dovrebbero disseminare gli incroci di frecce
e cartelli rossi per indicare agli evacuati dove aspettare con
calma un treno o una nave, pur sapendo che ogni minuto che passa
potrebbe essere lultimo della loro vita.
Francesco Santoianni