Alla ricerca dell’Arca

di Francesco Santoianni

Pubblicato su Newton n. 11 Novembre 1998

(per gentile concessione della Rivista)

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"E il Signore disse a Noè: <<Entra nell’Arca tu con tutta la tua famiglia perché ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione. D’ogni animale mondo prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina degli animali che non sono mondi, per conservarne in vita la razza sulla Terra. Perché tra sette giorni farò piovere per quaranta giorni e quaranta notti. Sterminerò dalla Terra ogni essere che ho fatto.>> Noè fece quanto il signore gli aveva comandato. Dopo sette giorni eruppero tutte le sorgenti del grande abisso e le cateratte del cielo si aprirono. E le acque del diluvio furono sopra la Terra."

Non è soltanto la Bibbia a narrarci questa leggenda. Le mitologie degli Assiro-Babilonesi, degli Eschimesi, dei Tibetani, dei Gallesi, dei Cinesi degli Aztechi, dei Maya, dei pellerossa Tuscarora, Uroni, Mondal, Sioux e Hopi, degli aborigeni australiani… narrano (a volte, con una corrispondenza nei dettagli davvero sbalorditiva) la saga di un’arca e di un uomo che hanno perpetuato oltre il diluvio l’umanità e le specie viventi. Perché queste coincidenze? Certo, le civiltà umane sono nate sulle sponde dei fiumi, molti dei quali soggetti a straripamenti di una vastità tale (basti pensare all’inondazione del Fiume Giallo in Cina che, nel 1931, sommerse un area di 180.000 km. quadrati, uccidendo 3 milioni e 700.000 persone) da suggerire il termine "diluvio universale". Ma è solo questo? O, forse, il mito del diluvio universale affonda le sue radici in un avvenimento davvero straordinario.

Nel 1929 si pensò di aver trovato la prova di quell'evento quando l'archeologo Charles Woolley, identificò in una valle della Mesopotamia uno strato di fango spesso circa 3 metri che ricopriva i resti di una civiltà risalente al 3500 avanti Cristo. La notizia conquistò la prima pagina dei giornali: le tracce di una così imponente alluvione (quello strato di fango, calcolarono gli studiosi, doveva essere stato depositato da un fronte d'acqua alto centinaia di metri) erano la prova di un evento assolutamente eccezionale che, verosimilmente, ci era stato tramandato come "diluvio universale". Ben presto, comunque, gli entusiasmi si raffreddarono: scavi effettuati in altre località della Mesopotamia non segnalarono strati di fango di quelle dimensioni, né tracce di civiltà sommerse per sempre da inondazioni.

Intanto, mentre gli scienziati disquisivano sull’origine di quello strato di fango c’era chi, Bibbia alla mano, partiva alla ricerca dell’incontrovertibile prova del diluvio universale: l’arca di Noè.

La prima spedizione sul monte Ararat in Turchia (dove, secondo la Bibbia, sarebbe approdata l’arca dopo il diluvio) fu effettuata nel 1829 da Friedrich W. Parrot, che, dopo aver visitato il monastero di Echmiadzin, dove si venera una croce che, si dice, sia stata costruita con il legno dell'Arca tornò a mani vuote. Stesso insuccesso per le spedizioni effettuate nel 1835 da Karl Behrens, nel 1845 da Hermann Von Abich, nel 1846 da Danby Seymour, nel 1850 da Igor Khodzko, nel 1856 da Robert Stuart… Nel 1955 un industriale francese, Fernand Navarra, portò in patria una trave di quercia che asseriva aver distaccato dall'arca intravista sotto un ghiacciaio sulla cima dell'Ararat e, (anche per non suscitare l’incredulità generale provocata da un analogo rinvenimento, operato nel 1876 da tale lord Bryce), lo fece datare con il metodo del radiocarbonio: 5.000 anni. Ma se quel legno fosse stato per tanto tempo sotto il ghiaccio e a 4.000 di altitudine, ribatterono gli scettici, il rilascio di carbonio 14 avrebbe dovuto essere notevolmente diverso da quello evidenziato dalle analisi. Navarra contrattaccò riportando il parere di ben quattro laboratori di datazione con il radiocarbonio; ma gli scettici insinuarono che quel legno avrebbe potuto provenire anche da una costruzione ittita che sorge sulle pendici dell’Ararat… Le polemiche e le analisi su quel pezzo di legno continuano ancora oggi.

Nel 1919, il pubblico ebbe finalmente la prima "fotografia dell'arca": ripresa da un aviatore russo, tale Roskowistzki, mostrava una confusa macchia scura che traspariva da un ghiacciaio. Da allora innumerevoli foto si sono susseguite incessantemente occupando, per qualche giorno, le pagine dei giornali prima di cadere nel dimenticatoio (sono visionabili nel sito Internet http://noahsarksearch.com); le più recenti sono state scattate, nell’agosto 1998, dall’instancabile Angelo Palego nella sua tredicesima, quanto infruttuosa, spedizione a quota 4300 sul monte Ararat. (sito Internet http://noahsarksearch.com/palego.htm)

Ma cosa mostrano veramente quelle foto? Secondo i geologi e la CIA (che recentemente ha reso pubbliche le riprese del versante russo dell’Ararat effettuate dai suoi satelliti spia) si tratta di un cratere vulcanico apertosi intorno all'anno mille. Non è l’unica confutazione dell’esistenza dell’arca. La più ovvia è l'assoluta impossibilità che una montagna alta più di 4 chilometri possa essere stata sommersa da una qualsiasi inondazione. I sostenitori dell’esistenza dell’arca sull’Ararat, da parte loro, contrattaccano parlando di inverosimili sommovimenti tettonici che avrebbero, nel 3.000 avanti Cristo, sollevato le montagne dopo il diluvio e pretendono di dimostrare che l’arca avrebbe potuto contenere i rappresentanti di tutte le creature viventi. Ad esempio, recentemente, la rivista fondamentalista <<Plain Truth>>, appellandosi alla Bibbia, che parla di un vascello lungo 300 cubiti, largo 50 e alto 30, calcola che, al di là dei 18.700 metri cubici riservati agli insetti, nei restanti 23.770 metri cubici dell’arca avrebbero potuto trovare posto i 40.000 animali che, secondo loro, rappresentavano gli animali terrestri e gli uccelli. Certo, stringendosi un po’.

Francesco Santoianni