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L’Universo intelligente. Ritorna dal web un libro semplicemente straordinario

Finalmente, lo si può scaricare da Emule il libro “L’Universo intelligente” di Fred Hoyle.

Lo so, è illegale e non vi invito qui a farlo commettendo una istigazione a reato. Ma lasciatemi gioire per il ritorno di questo libro semplicemente straordinario, pubblicato in poche copie da Mondadori nel 1984 e da allora introvabile. Avevo sperato in una ristampa nel 2001, anno della morte di Fred Hoyle, astrofisico, eretico nonostante i suoi prestigiosi titoli. Nulla. Solo ipocrite frasi di circostanza  pronunciate dai parrucconi dell’Accademia – prima tra tutti, in Italia, Margherita Hack – che davanti ad inoppugnabili e sempre più numerose evidenze erano costretti ad ammettere l’esistenza di microorganismi negli spazi interstellari. Ovviamente tacendo sulla crocifissione alla quale, per decenni avevano sottoposto Hoyle. Ovviamente tacendo sulla fondamentale questione posta da Hoyle: chi e perché ha disseminato negli spazi interstellari quei microorganismi?

Follia pretendere di spiegare in queste poche righe la teoria di Hoyle. Basti dire, che superando la sterile contrapposizione tra Creazionismo e Darwinismo, questo scienziato ateo è riuscito a dimostrare ciò che sembrava essere mera poesia: la celebre frase di Baruch Spinoza:“L’universo è il corpo di Dio. Le leggi della Natura i suoi pensieri”.

Francesco Santoianni

 

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Un falso-falso video ISIS per riabilitare John McCain?

Fino a ieri c’era la campagna stampa (condotta anche da “autorevoli” media main stream) che pretendeva di additare i video delle esecuzioni effettuate dall’ISIS come dei “falsi”. Ora c’è qualcosa di più subdolo. Un video (400.000 letture su Youtube)  che sarebbe stato trafugato da fantomatici hacker ucraini “anti-NATO” (‘Cyber Berkut‘) da “un dispositivo di un componente dello staff del senatore repubblicano statunitense John McCain durante un viaggio in Ucraina”. Il quale si è affrettato a twittare “Un troll russo afferma che io avrei messo in scena un’esecuzione Isis”, aggiungendo poi di sentirsi “orgoglioso di essere il loro primo avversario.” Insomma, una astuta mossa di pubbliche relazioni – costruita con uno sbracato falso video – che si direbbe realizzata per far dimenticare la foto (questa si, assolutamente vera) che ritrae McCain chiacchierare con il leader dell’ISIS Abu Bakr Al Baghdadi.

Un video che non si comprende per quale motivo avrebbe dovuto essere realizzato (o, addirittura portato in Ucraina) e che riprende un set che non avrebbe potuto, in nessun modo, ricostruire l’esecuzione purtroppo vera, di Foley o di altri. Basti osservare il bianco del fondale (se fosse stato per effettuare un kromakey con le ormai “celebri” immagini del deserto, avrebbe dovuto essere blu o verde), l’assenza sul set di un ventilatore per simulare l’effetto del vento,  il dominio http://ciber-berkut.org dei sedicenti “hacker ucraini anti-NATO”, che risulta essere stato registrato dalla Nuova Zelanda….

Ci sarebbero poi tante altre clamorose incongruenze ma, considerato il caldo che fa, si può chiudere qui questo articolo.

Francesco Santoianni

PS Questo articolo viene pubblicato in contemporanea su sito www,sibialiria.org

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Una lezione dalla Grecia

Almeno Alexis Tsipras e il popolo greco hanno costretto le consorterie finanziarie europee a spaccarsi e concedere una (se pur risibile) rinegoziazione del Debito; al contrario di quanto avvenuto in Italia quattro  anni fa quando – senza una sola ora di sciopero – la Troika impose Mario Monti, il pareggio di bilancio nella Costituzione e il cappio di un mostruoso debito pubblico (quest’anno l’Italia dovrà sborsare 106 miliardi di euro solo per pagarne gli interessi). Meglio ricordarlo ai tanti rivoluzionari da tastiera che, dopo uno sfegatato “tifo” per Tispras, ora lo crocifiggono accusandolo di tutto, tranne che della sua principale “colpa”: essere andato allo sbaraglio senza un “Piano B”. E cioè cosa fare quando tutti i suoi appelli umanitari si sarebbero infranti contro il prevedibile “Nein” della Troika.

Ci riferiamo all’uscita dall’Euro che Tsipras (e la maggioranza di Syriza) escludeva a priori. E la escludeva pure Varoufakis che oggi pretende di tirarsi fuori. Vale la pena, a tal riguardo di leggere un suo articolo di appena qualche giorno fa. “I Greci, a ragione, tremano al pensiero dell’amputazione dall’unione monetaria. L’uscita da una moneta comune non è come troncare un piolo, come ha fatto la Gran Bretagna nel 1992 (…) Ahimè, la Grecia non ha una moneta il cui piolo con l’euro può essere tagliato. Ha l’euro – una valuta estera completamente amministrata da un creditore ostile alla ristrutturazione del debito insostenibile della nostra nazione. (…) Per uscire, dovremmo creare una nuova moneta da zero. Nell’Iraq occupato, l’introduzione della nuova carta moneta ha impiegato quasi un anno, 20 o giù di lì Boeing 747, la mobilitazione della potenza delle forze armate Usa, tre aziende di stampa e centinaia di camion...”

In realtà, una moneta nazionale (da immettere in circuito qualora fosse fallito ogni tentativo di mediazione con la Troika) poteva essere creata  già nel gennaio 2015 quando Tsipras divenne capo del Governo. Così non ha voluto. Anzi, ha fatto di peggio: nel giugno di quest’anno ha accettato di pagare  (ovviamente in euro) una ennesima rata di 7 miliardi di euro per interessi maturati su un Debito pubblico oramai fuori controllo.  E quando ormai la fuga di capitali dalla Grecia  verso altri paesi ha raggiunto dimensioni gigantesche nulla ha fatto per nazionalizzare, o per bloccare, le banche che questo esodo garantivano.

Perché tutto ciò? E perché non ha dato corso ad accordi finanziari che sembravano essere a portata di mano, come quelli con i BRICS o anche con la sola Russia? Sostanzialmente, perché Syriza è una coalizione a maggioranza socialdemocratica che (ancora?) spera in un alleanza con le componenti “sane” della borghesia greca. Con le quali, dopo il successo del Referendum, ha sottoscritto un davvero sorprendente pacchetto di richieste all’Unione europea, nella illusione che l’alleanza con i servi greci della Troika le garantisse un “trattamento di favore” o, almeno, di guadagnare tempo.

Così non è stato. E oggi la “lezione della Grecia” rischia di avere una valenza diametralmente opposta a quella che si prefigurava appena pochi giorni fa. Anche perché la “Brigata Kalimera” che fino a ieri incensava Tsipras, oggi è allo sbando. E peggio ancora sta chi da questa brigata era stato – settariamente – escluso: il Movimento Cinque Stelle. Per Luigi Di Maio «Tsipras ha tradito il referendum e la democrazia. La Grecia era ad un passo dalla sua libertà, dopo il referendum doveva solo tenere duro ai tavoli europei, purtroppo però è mancato l’attaccante per andare a rete». Insomma, solo una questione di coraggio non di linea politica. Meno male che sarà lui il futuro Tsipras italiano.

E la cosa più tragica è che la prossima Grecia siamo noi.

Francesco Santoianni

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Una mostra per le scuole. Contro le “celebrazioni” della Grande guerra

24 maggio. Cominciano ufficialmente oggi le celebrazioni del Centenario della Grande guerra, organizzate dal governo (anche con l’invio di militari nelle scuole) all’insegna dell’esaltazione del sacrificio per la Patria, dell’onore di essere Italiani “brava gente”, del richiamo alla compattezza nazionale contro i nemici interni ed esterni, della necessità di rafforzare il nostro apparato militare contro le “forze ostili”…
Per contrastare questa retorica ormai dilagante che impedisce di comprendere le cause di quello che fu uno spaventoso massacro. – e che, oggi, rischia di riproporsi – la Rete Napoli No War ha realizzato oltre al sito www.centoannidiguerre.org , la mostra “Cento anni di guerre”, a disposizione di scuole, centri sociali, circoli… che vogliono sviluppare un dibattito e un approfondimento, oltre che sulla Grande guerra, sul rapporto tra guerra e crisi economica; sulla repentina accettazione della guerra anche da parte di insospettabili forze politiche e culturali; sulla preparazione alla guerra come fucina di un regime sempre più autoritario.
La mostra, tra l’altro, può essere liberamente scaricata (ad alta risoluzione) dal sito e stampata liberamente da chiunque e – addirittura – può essere, dalla Rete Napoli No War, “personalizzata” inserendovi il logo della associazione o del Centro sociale che vuole farla propria.
Per prenotare la mostra, scaricarne testi, immagini, ebook, mp3… o, semplicemente, per darci una occhiata: www.centoannidiguere.org
Rete Napoli No War

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Cosa votiamo alle elezioni regionali?

Già la tentazione di starsene a casa il 31 maggio era forte; ma, tramontata la lista “Maggio”, quello che resta da scegliere sulla scheda fa davvero cadere le braccia.

Intanto, c’è un PD che, dovendo lasciare la Campania a Berlusconi-Alfano, presenta De Luca: ha già perso contro Caldoro alle precedenti regionali ma il suo status di condannato fa comodo a Renzi per scardinare la Legge Severino e mettere a tappeto chi si ostina a parlare di “questione morale”. In più Renzi permette a De Luca – suo sottosegretario – di ammantarsi di una aureola di burbero “ribelle ai sistema dei partiti” che torna sempre comodo per cavalcare l’onda dell’antipolitica. Se pensate di votarlo per questo, o perché subdolamente convinti dalla parodia del video di Crozza,  o per l’”eccezionale bravura dimostrata come  Sindaco di Salerno”, o perché lo ritenete diverso o migliore di Renzi, lasciate perdere questo articolo e tornate a rimpiangere Bassolino.

Poi ci sarebbe la terrificante lista “Sinistra al lavoro per la Campania”: in pratica, Rifondazione e SEL alla solita, disperata, ricerca di qualche briciola che cade dal desco del Centrosinistra. Roba da Sinistra Arcobaleno, per capirci. Se giudicate da ciò che uno dice e non da quello che ha già fatto, questa Lista fa per voi. Io me ne guardo bene.

Ma andiamo avanti e, sorvolando le tante bizzarre liste – come quella “meridionalista” Mo’ (che pure vanta padri gloriosi) o quella creata da “ambientalisti” illuminati sulla strada per Damasco – occupiamoci del Movimento Cinque Stelle.

Cinque mesi fa, alle regionali, in Calabria, ha preso il 5,44% (aveva il 24,85% alle politiche 2013); e, a suggellarne il declino, candidati che continuano ad essere prescelti in “Rete” da “attivisti certificati” che nessuno ha visto mai. Già questo alle elezioni europee ha fatto emergere personaggi assolutamente sconosciuti ai pochi, reali, attivisti, Cinque Stelle ma, ora – considerando che la posta in gioco sono cariche che amministreranno un mare di soldi – non sono da escludersi in Campania ben più potenti (e loschi) comitati elettorali bramosi di trasformare qualche sfessato Cinquestelle in una testa di legno per chissà quali business.

Quindi, anche il Movimento Cinque Stelle tra gli invotabili? Un attimo di suspence prego; anche perché – dal pulpito di un (ormai ex) attivista Cinque Stelle – ora arriva l’inevitabile predica.

Con Grillo ho chiuso il mio impegno politico a ottobre di un anno fa, dopo un suo sconcertante comizio nel quale – messe da parte le parole d’ordine che avevano incantato me e tanti altri (moratoria del Debito pubblico, nazionalizzazione delle banche, beni comuni, no alla guerra…) – si era ridotto a saccheggiare il programma di Salvini. Puro marketing elettorale che, nelle illusioni  di Grillo&Casaleggio garantirà l’agognato 51%.

Da allora, per il Movimento Cinque Stelle, la strada è stata tutta in discesa. Andati via (o espulsi) tutti coloro che – anche per non ridursi a marionette di Grillo  e/o dei suoi valvassori – avevano cercato di costruire una qualche linea politica, stancatisi i parlamentari di sublimare con sceneggiate la loro impossibilità di essere rappresentanti di movimenti di lotta, sgonfiatesi strampalate iniziative come il referendum sull’euro… una pericolosa considerazione  ha cominciato a serpeggiare tra i grillini: “Se non siamo riusciti a portare a casa nessuna conquista è perché non abbiamo stretto alleanze, magari come quella che Bersani ci proponeva nel 2013”. Insomma, nessuna riflessione sulla scomparsa di Rifondazione, fagocitata da Prodi-D’Alema nel 2008. Nessuna riflessione sulle importanti conquiste (a cominciare dallo Statuto dei Lavoratori) ottenute negli anni “70, pur stando all’opposizione, con imponenti mobilitazioni. Nulla. Solo la “macchiavellica” indicazione di votare Prodi o Bersani o altri impresentabili candidati alle elezioni presidenziali, nella speranza di rapportarsi con la famigerata “sinistra del PD”. Non è affatto da escludere, quindi, che in nome del raggiungimento di qualche “risultato concreto”, si possa vedere alla Regione Campania una qualche oscena alleanza.

Detta così, sembrerebbe che il Movimento Cinque Stelle si avvii a diventare – al pari del Partito Radicale o dell’Italia dei Valori – un relitto del Passato da punire con l’astensione. Sarebbe un peccato. Anche perché il Movimento Cinque Stelle è stata l’unica forza parlamentare che – nonostante le sue fallimentari strategie e i tanti Capezzone e inetti vari che oggi affollano la corte di Grillo – si è battuta contro il governo Renzi e le sue criminali politiche. Una forza che può ancora essere il catalizzatore di movimenti di lotta.

Certo, una buona legnata alle elezioni regionali potrebbe fare aprire gli occhi ai tanti attivisti Cinque Stelle che oggi continuano ad illudersi che si possa andare avanti senza una strategia politica; ma affinché ciò succeda sarebbe il caso che i tanti compagni – la stragrande maggioranza dei quali oggi impegnati a baloccarsi con Armi di Distrazioni di Massa – mettessero da parte la loro spocchia e chiedessero, già da oggi, al Movimento Cinque Stelle un confronto. Prima delle elezioni regionali.

 

Francesco Santoianni

 

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Bombe sullo Yemen. Ma perché il Venezuela….?

Ma, perché mai il Venezuela – da anni,  spesso in totale solitudine, in lotta contro le guerre della Nato e delle Petromonarchie – oggi, membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU, ha votato a favore della Risoluzione 2216 che, sostanzialmente, avalla i bombardamenti dell’aviazione saudita sullo Yemen e che impone l’embargo delle armi soltanto ai ribelli che combattono il satrapo Abd Rabbih Mansur Hadi? Verosimilmente (finora i comunicati ufficiali del governo Maduro si limitano a lamentare una scarsa trasparenza nel dibattito che ha portato al voto e poco altro) alla base della decisione c’è l’esigenza di condannare lo spodestamento di un qualsiasi governo “democraticamente eletto”. Una scelta comprensibile, considerando l’ennesima “rivoluzione arancione” (e la conseguente articolazione militare) che gli USA stanno fomentando oggi in un Venezuela già sotto assedio economico e diplomatico. Una scelta, francamente, non condivisibile. Non solo perché rischia di condannare senza appello ogni mobilitazione che – spesso giustamente –  si pone questo obbiettivo. Ma anche perché rischia di riconoscere all’abominevole governo dell’Arabia Saudita un ruolo di garante della democrazia e della legalità internazionale.

In attesa di auspicabili chiarimenti da parte del Venezuela, – utilizzando anche le considerazioni espresse in una mailing list da Patrick Boylan – cerchiamo di comprendere la questione.

Intanto, l’origine della guerra allo Yemen. Dietro la cacciata di Abd Rabbih Mansur Hadi, indubbiamente, c’era  – oltre alla rabbia popolare – la mano di Teheran, in particolare di Hassan Rouhani, impegnato in un delicatissimo negoziato sul nucleare che – nonostante la feroce opposizione di Israele e di buona parte del Congresso USA – forse potrà evitare all’Iran di fare la fine della Libia o dell’Iraq. Ma per Rouhani i ribelli yemeniti non dovevano certo avanzare da soli fino alla capitale Sana’a ma costituire un governo di coalizione con forze accettabili dall’Occidente. Anche perché è davanti alle coste yemenite che passano le petroliere. A far saltare il tavolo sono state le Guardie della rivoluzione iraniane che, anche per colpire  Rouhani, hanno spinto i ribelli – gli Houti – all’intransigenza, incitandoli a pigliarsi tutto lo Yemen. Una decisione che Rouhani non era in grado di contrastare e che rischiava di destabilizzare il suo fragile governo.

Ma ecco, mentre partono i bombardamenti sauditi, un’altra magistrale operazione diplomatica di Lavrov e di Putin: offrono improvvisamente – dopo anni di diniego – all’Iran il sistema  antimissili S-300 che rendendo quasi impossibile un attacco da parte di Israele o degli USA rafforza la leadership di Rouhani. In altre circostanze la reazione americana sarebbe stata isterica; questa volta, invece, nemmeno una protesta da parte di Obama o di Kerry. I quali, anche perché sulla graticola di Netanyahu, probabilmente, avevano preventivamente acconsentito alla consegna dei missili.

E tutto questo ci porta alla Risoluzione 2216 che lascia che l’Arabia Saudita “vinca” la guerra contro gli Houti, i quali ritirandosi da Sana’a e dal porto di Aden (mantengono, comunque, il possesso del resto dello Yemen) determinano una netta attenuazione dei bombardamenti ma, sopratutto, l’arrivo   di aiuti umanitari; aiuti che non sono distribuiti certo dal governo di Hadi ma da un suo più presentabile rimpiazzo: Khalid Bhah. In questo scenario non è inverosimile ipotizzare che la Russia, astenutasi sulla risoluzione 2216, abbia chiesto al Venezuela e alla Cina di votarla per permettere all’Arabia Saudita di fregiarsi di una aureola di “legalità internazionale” (che non a caso, sta già spendendo) e, in prospettiva, di allontanarla da Israele. Anche perché, considerando che Pakistan e Turchia si erano detti contrari all’invio di proprie truppe in Yemen, solo con soldati israeliani l’Arabia Saudita poteva sperare di vincere la guerra allo Yemen.

Ma mettiamo da parte gli intrighi diplomatici, o disinvolte interpretazioni dell’art. 51 della Carta dell’ONU, e poniamoci una ingenua domanda. Dopo i bombardamenti sauditi, sponsorizzati dall’ONU, contro i ribelli dello Yemen, c’è da aspettarsi una qualche condanna internazionale verso i “ribelli” che da anni stanno martirizzando la Siria? Ovviamente, no.  Neanche una parola. Gentiloni, già entusiasta dei bombardamenti sauditi, continua a foraggiare – insieme a USA e Turchia – i peggiori tagliagole in Siria. Obama, dopo avere armato Maidan per abbattere un presidente “regolarmente eletto” ora addestra  neonazisti per il Donbass e squadroni della morte per il Venezuela. Israele sostiene l’ISIS. Hollande e Cameron peggio ancora….  E intanto, il 15 a Roma a protestare contro i bombardamenti nello Yemen c’erano trenta persone.

Francesco Santoianni

 

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Una storia mai raccontata: i gas italiani nella Prima guerra mondiale

Italiani brava gente? Può darsi. Ma i gas nell’Esercito italiano già nella Prima guerra mondiale, ebbero un posto di assoluto rilievo. Generalmente, in Italia quando si parla dell’impiego dei gas nella Prima guerra mondiale ci si limita a menzionare l’eccidio dei nostri soldati a Monte San Michele o a Plesso e la leggenda degli Austriaci che finivano con mazze ferrate i soldati italiani già agonizzanti per i gas. Neanche un accenno all’impiego dei gas da parte italiana o all’imponente apparato industriale che questi gas produceva e che permise all’Italia, due decenni più tardi, di seminare stragi in Etiopia. Pochissimi i testi a tal riguardo, tra i quali il fondamentale “La guerra dei gas : le armi chimiche sui fronti italiano e occidentale nella Grande Guerra”, (segnalatomi dal prof. Nicola Labanca che desidero qui ringraziare) dal quale ho attinto alcune informazioni utilizzate per scrivere questo breve articolo, che si avvale anche delle documentazioni fornitemi da Walter Rossi, Luca Morandini e altri componenti del Gruppo di discussione it.cultura.storia.militare.

FS

 


 

Questo articolo è stato scritto per la sezione “Approfondimenti” del sito Centoannidiguerre


 

Agli albori della Prima guerra mondiale l’uso dei gas risultava proibito dalla Convenzione dell’Aia del 1899 firmata da quasi tutte le nazioni (gli Stati Uniti si astennero: “l’inventiva degli Americani non deve essere limitata per lo sviluppo di nuove armi.“) che parteciparono poi al conflitto . Ma più del Diritto umanitario o della ripugnanza che, ancora oggi, suscita questo sistema d’arma, nel 1914 a far scartare l’uso dei gas in battaglia – già usati con un certo “successo” durante la seconda Guerra anglo-boera (1889-1902) – contribuiva l’illusione della “guerra lampo”: un conflitto di qualche settimana nel quale l’irrompere delle  armate nel cuore del territorio nemico avrebbe comportato la resa. Ma ben presto gli eserciti si impantanarono e la costante presenza di un nemico – a poche centinaia di metri – rintanato in ben difese trincee finì, quindi, per far prendere in considerazione l’opportunità di inondarlo con gas velenosi. Ad occuparsi degli aspetti  tecnici della nuova arma, innumerevoli scienziati: in Germania, sopra tutti,  Fritz Haber (insignito, nel 1918, del Premio Nobel per la Chimica); in Italia, l’insigne cattedratico Emanuele Paternò.

1La pubblicistica su Paternò (ancora oggi la Società Chimica Italiana premia i suoi soci più meritori con una medaglia al suo nome) è, tuttora, ammantata di stucchevoli celebrazioni accademiche ed elencazioni delle sue onorificenze. Difficile, quindi, ritrovarvi un qualche riferimento alla sua attività di Presidente della Commissione Gas Asfissianti o al suo determinante contributo alla mattanza nelle trincee. A tal  riguardo certamente è illuminante la risposta di Paternò a chi proponeva di sviluppare come gas di guerra, tra gli innumerevoli composti che l’industria chimica metteva a disposizione,  quelli più “umanitari” e cioè gli “sfollanti” (quali, i lacrimogeni, ancora oggi usati dalle polizie di tutto il mondo): “È dolorosa necessità l’impiegare sostanze non semplicemente disgustose; ma è indispensabile anche per l’effetto morale sul nemico, che si usino sostanze che producano la morte nel minor tempo possibile, e quanto meno che si rendano i colpiti inabili per molto tempo; le sostanze semplicemente evacuanti possono spaventare solo la prima volta per la loro novità.”

3Ma Paternò non fu il solo scienziato italiano responsabile della atroce morte di tanti soldati. L’elenco degli accademici è lungo: Leone Levi Bianchini, Angelo Cittadini, Piero Fenaroli, Ostilio Severini, Alfredo Cucchini, Giovanni Acuto, Demetrio Helbig… Per identificarli basta effettuare ne “La Chimica italiana”, volume celebrativo del Consiglio Nazionale delle Ricerche, una ricerca basata sul termine Fosgene.

nortalità cloroA differenza degli altri due gas più utilizzati nella Prima guerra mondiale – il Cloro e l’Iprite, che manifestano subito la loro presenza con irritazione agli occhi e con vesciche –  i sintomi del Fosgene (cloruro di carbonile) si manifestano tra le 24 e le 72 ore dalla sua inalazione. Combinandosi con l’acqua presente nei tessuti del tratto respiratorio il Fosgene gas attacca lentamente le membrane delle cellule esposte causando il riempimento delle vie respiratorie di liquido e una quasi irrimediabile e atroce morte per soffocamento. Magari quando la vittima crede di essere già scampato all’attacco con i gas o, addirittura, è lontano dal campo di battaglia. E fu proprio questo gas utilizzato dall’esercito italiano e prodotto negli stabilimenti Rumianca, a Pieve Vergonte in Val d’Ossola, nelle industrie Bussi a Bussi sul Tirino in provincia di Pescara e negli Stabilimenti Pomilio a Napoli. Nel gennaio 1916 il Sottosegretariato per le Armi e Munizioni segnalò al Comando Supremo che il primo contratto per la produzione di fosgene e di 25 mila bombe a caricamento chimico era stato stipulato dopo “lunghe e laboriose trattative” con la Società Anonima Banca Centrale per le Industrie poiché il prezzo concordato di 15 lire al kg. di fosgene – già giudicato “eccessivo” dalla Commissione di collaudo, era stato, alla fine, accettato, “considerate le circostanze del momento”. Probabilmente, non fu questo l’unico strappo alla regola considerato che le impellenze del conflitto affollavano i corridoi del Ministero della guerra di industriali e inventori che cercavano di spacciare i loro ritrovati come efficacissimi gas venefici.

5Complessivamente la produzione italiana di gas bellici ammontò a circa 13.000 tonnellate. Saranno usati soprattutto durante l’Undicesima battaglia dell’Isonzo nell’agosto 1917, durante l’ultima Battaglia sul Piave nel giugno 1918 e durante la Battaglia della Bainsizza il 24-25 ottobre. Significativamente poche le pubblicazioni italiane che documentano l’uso del gas in queste battaglie. Non resta, quindi che affidarsi ad un rapporto militare austriaco, «La durata dei tiri a gas italiani era molto diversa, gli ingassamenti di determinate località duravano generalmente più ore. In un caso il nemico tirò per nove ore a gas, impiegando 3.500 granate speciali, ma di massima le batterie furono esposte ai gas per più di cinque ore. Il tiro veniva eseguito per la maggior parte di notte, o nelle prime ore del mattino, per cogliere nel sonno gli uomini, per ostacolare i rifornimenti, inoltre stancare le truppe con continui allarmi e finalmente perché, nelle ore notturne, vi è maggior calma di vento. Inoltre il tiro notturno a gas promette il massimo risultato possibile, giacché l’attività a difendersi dai gas è minore da parte di truppe piene di sonno, e riesce più difficile di notte riconoscere il tiro a gas dagli altri».

2A differenza di quanto accaduto in Germania immediatamente dopo la Grande guerra, nonostante la Convenzione dell’Aja, nessun accademico, ricercatore, militare o industriale italiano ha avuto alcun problema per aver sviluppato o utilizzato gas tossici.

Il 25 novembre 1918, Emanuele Paternò fu nominato Presidente della Commissione d’accusa dell’Alta Corte di giustizia.

Si stima che, in Europa, durante la Prima guerra mondiale siano state diffuse circa 50.000 tonnellate di gas: 1.200.000 coloro che ne hanno subito danni perpetui (tra cui moltissimi i ciechi), 85.000 i morti.

 

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Perché una banca organizza una mostra sulla propaganda di guerra?


Ma perché mai una banca (tra l’altro Intesa-San Paolo, ma di questo parliamo dopo) organizza una sfarzosa mostra, patrocinata dal ministero della Difesa, sulla propaganda nella Grande guerra? Una mostra tutta basata sui manifesti inneggianti alle sottoscrizioni popolari per sostenere lo sforzo bellico. E cioè su una campagna pubblicitaria che – come accenna un rigo tra le tante tavole che affollano Palazzo Zevallos Stigliano, a Napoli, sede della mostra – fu un fallimento: gli Italiani, nonostante il talento di cartellonisti come  Mauzan o Barchi, infatti, continuavano a non volere la guerra. Questa, invece, fu imposta da una ben più efficace propaganda – basata su menzogne come “I Tedeschi che mozzano le mani ai bambini belgi” – che riuscì in pochi mesi a staccare l’Italia dall’Alleanza con l’Impero austro-ungarico e trascinarla in un conflitto a fianco della Francia e dell’Inghilterra. Una propaganda condotta a suon di mazzette pagate da industriali e banchieri ai giornalisti.

A proposito. Certamente “Le colpe dei Padri non ricadono sui Figli” ma il Credito Italiano, il Banco di Roma, la Banca Commerciale Italiana, la Banca Italiana di Sconto – che agli albori della Prima guerra mondiale corrompevano i giornalisti per perorare l’ingresso dell’Italia nel conflitto – sono o non sono le antenate della attuale holding Intesa-San Paolo?  E non sarebbe una cosa simpatica se, durante una delle tante visite di scolaresche previste per i cinque mesi della mostra, qualcuno di Intesa-Sanpaolo non ravvivasse l’atmosfera con un “Ehi ragazzi! A proposito di propaganda e Prima guerra mondiale. Queste fotocopie vengono dai nostri archivi: sono le mazzette che pagavamo ai giornalisti de La Stampa e de Il popolo d’Italia.

Una pia illusione? Forse si, come quella suscitata da un’altra iniziativa  di Intesa-Sanpaolo. E allora? Allora tutti i salmi finiscono in Gloria: consoliamoci gustandoci una vera mostra dedicata alla Prima guerra mondiale: “Cento anni di guerre” – che – senza un centesimo di sponsorizzazione né delle banche né dell’ineffabile Comitato per il Centenario della Prima guerra mondiale –  la Rete Napoli NoWar sta tenendo anche in numerose scuole.  E se volete saperne qualcosa di più o prenotare la mostra clikkate qui.

Francesco Santoianni

 

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Podemos a Napoli: com’è andata

C’era Victor Valdés, responsabile Podemos per le reti sociali. Peccato che gli attivisti delle reti sociali napoletane (a cominciare da quelle che hanno animato il riuscitissimo Social Strike) erano, in gran parte, assenti. Complice, forse, la diffidenza (l’incontro era organizzato non dai vari movimenti napoletani ma da Sinistra Anticapitalista) per un possibile franchising come quello che, in Italia, ha portato all’accaparramento del “marchio” Tisipras da parte di SEL e compagnia bella, con risultati davvero spaventosi.

Peccato, perché i movimenti napoletani avrebbero potuto far tesoro da quello che ha detto Valdés. Purtroppo ho dimenticato a casa la videocamera; non resta, quindi, che dare una occhiata ad altri suoi (ottimi!) interventi tenutisi, in questi giorni, in Italia (ad esempio qui o qui) o a questa sua intervista rilasciata a Fanpage a Napoli . Due punti, comunque, del suo discorso è il caso, qui di evidenziare; anche perché rimandano ad un altro Movimento che – come Podemos – veleggiava verso il 30% del corpo elettorale: il Movimento Cinque Stelle. Movimento verso il quale la compagneria ha esternato un disinteresse, (se non addirittura disprezzo) che fa da contraltare all’attenzione spasmodica – quasi una attesa messianica– verso Podemos; come attestato da iniziative grottesche come questa.

Il primo punto è l’utilizzo della Rete. Podemos si serve di Plazapodemos: un portale  suddiviso per tematiche nel quali ogni attivista (identificabile, non certo i misteriosi “attivisti certificati” che servono a Grillo solo per ratificare i suoi diktat)  può confrontarsi e, sopratutto, votare. Una lezione per i tanti movimenti italiani chiusi nei loro innumerevoli siti tabernacolo.

Il secondo punto è il superamento dell’antitesi Destra-Sinistra. Non è certo questa la posizione di Podemos, che si dichiara orgogliosamente di Sinistra e che aderisce al GUE al Parlamento Europeo. Ma, nei fatti, tutte le sue battaglie nascono non già da cartelli di partiti o di organizzazioni di sinistra  ma dall’aggregazione della gente. Partendo dai loro bisogni, non già dalle loro opinioni. Può sembrare una lezione ovvia, ma non è così. Sopratutto se ci si sofferma su sventurate mobilitazioni,  come quelle “contro il razzismo”. Ma di questo ne abbiamo già parlato.

Francesco Santoianni

 

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Grillini vintage a Firenze?

Prima assemblea nazionale dei transfughi del Movimento cinque stelle. A Firenze: un centinaio di attivisti e una ventina di parlamentari. Ovviamente nell’indifferenza della sinistra antagonista che si direbbe, disinteressata alla imminente ondata Podemos, che investirà anche il nostro Paese, e che, verosimilmente, avrà come referente proprio il movimento nato a Firenze. Peccato. Anche perché, senza una interazione con i movimenti di lotta sviluppatesi negli ultimi mesi, il Movimento nato a Firenze rischia di rifugiarsi nel mero vintage.

Ma andiamo per ordine. Le numerose defezioni che ha conosciuto il Movimento Cinque Stelle (innumerevoli attivisti e 35 parlamentari) si sono concretizzate in evanescenti esperienze: Percorso Comune, Movimento X, Occupy Palco, Rete dei cittadini, Linea Civica, Uno vale Tanto, Cittadini Liberi, Comitato Italiano Popolo Sovrano, Progetto Federale, Progetto X, Occupy M5S, Ilic Decidiamolo Insieme, Amici di Podemos… Unica eccezione Alternativa Libera: 10 parlamentari, coordinati da Walter Rizzetto, e un consistente numero di attivisti. Ed è stata proprio Alternativa Libera a farla da padrona all’assemblea di Firenze (per vedere parte  degli interventi clikkare qui oppure qui). Tutto sommato, a Firenze molti gli interventi interessanti (appena on line metto in questo post pure il mio, così potrete deliziarvi) e che lasciano ben sperare sul futuro di questo movimento. Peccato che in molti di questi si sia scambiato la causa con l’effetto.

La narrazione dominante a Firenze è stata, infatti, quella che a determinare la crisi prima e la dissoluzione poi del Movimento cinque stelle ci sarebbe stata una sorta di involuzione democratica: il progressivo emergere di una folla di arrivisti e cortigiani che, irretendo Grillo, lo ha trasformato, da artefice di una mirabile democrazia digitale, in un satrapo che domina con diktat ratificati da una tenebrosa Rete animata da imperscrutabili “attivisti certificati”. In realtà – con buona pace dell’ex ideologo del Movimento cinque stelle che oggi invoca un “ritorno alle origini” – questa involuzione  non è la causa ma l’effetto di una ideologia tipica di tutti i movimenti nati, non sull’onda di mobilitazioni, ma di mera indignazione; movimenti – guarda caso – tutti capitanati da un incontrastato leader (Pannella, di Pietro, Giannini…)  che sublimando la strategia politica in marketing elettorale ha preteso di aggregare a 360 gradi (“né destra né sinistra”) tutto il potenziale elettorato con un mare di proposte contraddittorie nel quale ognuno può trovare quello che vuole. Il tutto nell’illusione di raggiungere l’agognato 51 per cento.

Va da se che questa impostazione necessita di una assoluta passività degli iscritti al movimento ai quali è riservato un ruolo di tifoseria. Mai e poi mai quello di soggetti attivi che, impegnandosi nei movimenti e contaminandosi con essi, rischierebbe di caratterizzare in un senso o nell’altro quello che deve restare un indistinto contenitore-organizzazione da riempire con nuove adesioni. Stessa sorte per i parlamentari, ai quali, impedito quello che dovrebbe essere il loro vero ruolo – e cioè essere la punta di diamante dei movimenti che a loro afferiscono  – non resta che abbandonarsi a bei gesti o ad avanzare belle proposte, destinati entrambi ad essere archiviati.

Sarà questa la fine anche del movimento nato  Firenze? Forse, no. Anche perché molti interventi hanno evidenziato l’esigenza di aprirsi ai movimenti. Già da subito, prima della prossima convention prevista a Milano tra qualche mese.  Approfitterà di questa occasione la sinistra antagonista? Speriamo di si. Speriamo che non si rifugi negli stessi anatemi e pretese di analisi del sangue che, quattro anni fa, la contraddistinse durante la scesa in campo di Grillo.

E, come sentenzia il mio barbiere, se sono rose fioriranno.

Francesco Santoianni

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Il tormentone dei “video falsi” dell’ISIS

È un falso il video ISIS sulla decapitazione di 21 copti! Lo afferma tale Veryan Khan, del Terrorism Research & Analysis Consortium (Trac) e, quindi, Fox-TV e, quindi, uno sterminato numero di giornalisti, famosi, finora, per avere attestato la veridicità di evidentissimi falsi provenienti dalla Siria. Ma perché mai questi,  ora, si danno tanto da fare per smentire video (come, ad esempio, quelli dell’esecuzione di Foley o di Muad Kasasbeah) inequivocabilmente veri?  Prima della risposta, soffermiamoci sulle “evidenti manipolazioni” che – a detta dell’autorevole Guido Olimpio del Corriere della Sera – attesterebbero la falsità dell’ultimo video dell’ISIS: quello della decapitazione di 21 copti.

 “…la prima riguarda il presunto boia, il terrorista che si esprime in inglese. E’ troppo grande rispetto allo sfondo e anche la sua testa non è proporzionata. Stessa cosa per i jihadisti alle spalle delle vittime: è come se fossero stati alti 2 metri. Gli aguzzini, in pratica, erano dei giganti e gli ostaggi dei nani. Poi c’è il rumore del mare in sottofondo, una colonna sonora conosciuta e usata in molti filmati. E sarebbe falso anche il sangue che tinge di rosso l’acqua nella scena finale. Ne è convinta un’altra esperta, Mary Lambert, secondo la quale è stato realizzato con l’aiuto di un computer. E secondo gli analisti di Trac chi ha montato il filmato non ha tenuto conto che il sangue che sgorga da una ferita ha un colore molto più scuro di quello visto nella fase dello sgozzamento. Insomma, si tratterebbe di effetti speciali.

Sempre la Lambert, soffermandosi sulla scena di gruppo, afferma che sulla spiaggia c’erano forse solo 6 persone. Le altre sono state aggiunte con la tecnica nota come “rotoscoping”: ossia l’immagine è “tolta” da un background di un video e inserita davanti ad un secondo “sfondo”. Dunque l’Isis avrebbe girato la scena in un altro luogo e l’ha poi trasformata in un filmato ambientato sulla spiaggia libica. Veryan Khan insiste poi sulle proporzioni delle orme sulla sabbia che – a suo giudizio – non possono essere quelle dei militanti o delle vittime.”

Per appurare da dove nascessero queste considerazioni, dapprima ho visionato l’analisi (assolutamente inconsistente) del video condotta da Fox News; poi ho tentato di iscrivermi al sito del Terrorism Research & Analysis Consortium (Trac). Ma, visto che non avevo settecento dollari (!) da spendere per l’iscrizione, mi sono rassegnato a scaricare da Emule la versione integrale (800 MB) del video ISIS, certificato dal SITE (ma su questo ci ritorniamo) per analizzarlo. Versione integrale che qui non mostro, sia per rispetto alle vittime e sia perché quello che dirò ritengo possa essere avvalorato anche da una versione ridotta, seppure molto cruenta, del video visionabile qui e persino dalla versione per il “grande pubblico” visionabile qui.

Occupiamoci, quindi, delle “evidenti manipolazioni”. Intanto,  la testa (tra l’altro intabarrata con un cappello e una sciarpa) del capo degli aguzzini appare del tutto normale mentre la storia degli “aguzzini giganti” si spiega considerando che le vittime al loro fianco camminano nella parte più vicina al mare cioè col maggior dislivello; non a caso, quando sia le une che gli altri, sono in fila fermi, in piedi, rivolti alla telecamera il “gigantismo” scompare. Una bufala pure la storia del “c’erano forse solo 6 persone”:  basta guardare la scena immediatamente prima dell’esecuzione per accorgersi di decine di facce tutte diverse. Assolutamente non verificabili, poi, altre “evidenti manipolazioni” (le proporzioni delle orme sulla sabbia”, il “rumore del mare”, il “colore del sangue che sgorga da una ferita”) a meno di non spendere una piccola fortuna per iscriversi al Trac (come, immaginiamo, abbiano fatto, invece, i suddetti, strapagati, giornalisti main stream dai quali ci aspettiamo un qualche ragguaglio). A proposito di sangue: l’unica scena del video che indubbiamente risulta artefatta è quella con il mare rosso. Tinto di rosso non già – con buona pace dell’esperta Mary Lambert – “con l’aiuto di un computer” ma più banalmente lanciando in acqua polvere colorata: solo così si spiega il moto ondoso che, dal largo, trascina a riva il “sangue” di persone sgozzate sulla spiaggia.

Ma, al di là dell’ultima scena con il mare tinto di rosso, il video appare tragicamente autentico. Come, verosimilmente, lo è il recentissimo video delle 45 persone in gabbia bruciate vive dall’ISIS; video che, state pur certi, qualche solerte terrorista ha già inviato al SITE per la consueta “certificazione” e diffusione planetaria. Ma che,  stranamente, il SITE non ha fatto diffondere su internet o in TV. Perché? E perché da qualche giorno su internet sta dilagando questo video, realizzato non già dal solito pasticcione da tastiera ma da uno dei più efficienti think-tank dell’imperialismo francese? Probabilmente perché, ora che è sempre più vicino l’invio di truppe di terra per “neutralizzare l’ISIS”, per presentare la prossima invasione come un blitz che non comporterà vittime tra le truppe occidentali, è meglio presentare l’ISIS – fino a ieri presentato come un esercito invincibile – come una mera organizzazione criminale; certamente efferata ma talmente inefficiente da dover ricorrere a evidenti trucchi televisivi per supportare i suoi snuff movie.

Fantapolitica? Può darsi. Ma, di certo, per farci accettare una nuova guerra lavorano in molti, con articolate strategie mediatiche che vengono affinate ogni giorno. Ricordatelo la prossima volta che mettete un “mi piace” su Facebook.

Francesco Santoianni

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